Genitore responsabile dei debiti del figlio nello stato di famiglia?
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13 Mar 2016
 
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Genitore responsabile dei debiti del figlio nello stato di famiglia?

Ho un figlio minorenne e uno maggiorenne: per i debiti da questi contratti, padre e  madre possono essere responsabili e dover pagare i creditori?

 

La responsabilità dei genitori per i debiti dei figli segue regole diverse a seconda che il ragazzo sia minorenne o maggiorenne. Infatti, se nel primo caso i creditori non si possono rivalere nei confronti del padre e della madre, qualora il figlio abbia meno di 18 anni le regole sono completamente diverse.

Analizziamo schematicamente tutte le ipotesi in questa breve guida. Per una trattazione più completa, anche riguardo ai casi di responsabilità penalee non solo civile, si rinvia all’articolo: “Quando i genitori rispondono dei debiti del figlio”.

 

 

I debiti dei figli maggiorenni

I debiti contratti dal ragazzo che ha compiuto 18 anni non si trasferiscono sui genitori: ciò anche se il figlio continua a vivere in casa del padre e/o della madre, se non ha una propria indipendenza economica o se è ancora inserito nel relativo stato di famiglia. Infatti, sebbene la legge stabilisca che i genitori debbano mantenere i figlio, anche maggiorenne, finché questi non abbia adeguate condizioni economiche per provvedere alla propria sussistenza, ciò non implica che i debiti di quest’ultimo si trasmettano sui genitori. I creditori, pertanto, non potranno pignorare i beni del padre o della madre (conto corrente, TFR, stipendio, pensione, ecc.) solo perché il giovane vive ancora con loro o è nello stato di famiglia del papà.

 

In teoria il creditore potrebbe attivare un pignoramento dei beni mobili: l’ufficiale giudiziario, cioè, potrebbe presentarsi nella casa di residenza del figlio – benché si tratti di quella dei genitori – e prelevare quei beni che possano apparire di pronta e facile liquidazione; ma se la proprietà non è del ragazzo, bensì del padre o della madre, questi ultimi potranno sempre opporsi all’esecuzione forzata, dimostrando il proprio titolo. Questo però implica il dover effettuare un apposito ricorso (cosiddetta “opposizione di terzo”), con l’assistenza di un legale, salvo dimostrare già all’ufficiale giudiziario, con documenti certi, che la proprietà del bene che si intende pignorare non è del figlio-debitore, bensì dei genitori.

Il problema principale, in questi casi, per chi si vuole opporre al pignoramento (in questo caso, il padre e la madre) è dimostrare la titolarità del bene: ciò perché il codice di procedura civile [1] stabilisce che il terzo opponente non può provare, con testimoni il suo diritto di proprietà sui beni mobili pignorati nella casa del debitore (tranne che l’esistenza del diritto stesso sia resa verosimile dalla professione o dal commercio esercitati dal terzo o dal debitore). A conti fatti, questa potrebbe essere una grossa limitazione poiché o si dimostra la proprietà con un documento scritto, oppure il bene potrebbe essere pignorato.

Alcune famiglie, non avendo documenti a dimostrazione della titolarità dei beni, sono solite stipulare un contratto di comodato (gratuito) tra i genitori e il figlio, con cui i primi consentono al secondo di utilizzare un determinato bene di loro proprietà. In questo modo, si tenta di dare prova della proprietà del bene. In realtà, però, la giurisprudenza ha escluso ogni validità a tale tipo di scritture private se non munite di data certa (la registrazione oppure il timbro postale), onde evitare il rischio di frodi.

 

 

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I debiti dei figli minorenni

Diverso il discorso per i debiti contratti dai figli minorenni: di essi, invece, rispondono sempre i genitori. I creditori, in altre parole, potranno pignorare i beni del padre o della madre e rivalersi contro di essi. Ai genitori, tuttavia, è consentita una tutela: essi possono chiedere al giudice di annullare il contratto stipulato dal figlio minore, così “cancellando” il debito (è la cosiddetta “azione di annullamento del contratto stipulato dal soggetto incapace di agire”). Tale azione può essere esercitata entro massimo cinque anni da quando il minore ha raggiunto la maggiore età e richiede, ovviamente, una regolare causa in tribunale, con l’assistenza di un avvocato [2].

Se, al contrario, l’azione di annullamento non viene attivata, il contratto resta valido e il debito deve essere pagato dai genitori.

 

Che succede se, nel frattempo, il figlio diventa maggiorenne e i creditori non hanno ancora ottenuto il pagamento? Essi non potranno più agire nei confronti dei genitori e, anche se avevano già intrapreso azioni di esecuzione forzata, magari non andate a buon fine, dovranno abbandonarle e procedere nei confronti dell’effettivo debitore.


[1] Art. 621 cod. proc. civ.

[2] Si tratta, comunque, di una causa non eccessivamente complessa poiché si risolve, quasi esclusivamente, nella produzione di documenti (l’estratto di nascita e il contratto è già di per sé sufficiente a dar prova che la firma è avvenuta quando il debitore era minore d’età).

 


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