La recensione negativa su internet non è diffamazione
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14 Mar 2016
 
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La recensione negativa su internet non è diffamazione

Rientra nel diritto di critica la valutazione postata su Facebook o altri social di un hotel, un bar, un ristorante, un locale notturno o qualsiasi altro pubblico esercizio.

 

La recensione negativa, anche se un po’ pungente, di un locale, un bar, un ristorante, un hotel, pubblicata su internet dai clienti insoddisfatti, non fa scattare il reato di diffamazione perché il gestore di un esercizio pubblico, operando sul mercato, accetta anche il rischio che i propri servizi non siano graditi e vengano, pertanto, criticati. È quanto chiarito dal Tribunale di Pistoia in una recente sentenza [1].

 

È ormai prassi del popolo della rete affidare a social network o piattaforme specializzate nella ricerca di luoghi di ritrovo o di alberghi, le proprie valutazioni sulla qualità del servizio ricevuto, della struttura, sulla disponibilità del personale, nonché sulla proporzione del prezzo rispetto alla soddisfazione complessiva. Ognuno dice la sua su tutto e, in particolar modo, questo avviene su Facebook. Ma anche su Tripadvisor, Booking e tante altre piattaforme online. Ma una frase, una volta scritta sul web, fa il giro del mondo in un secondo e, soprattutto, non si cancella facilmente. Si può, allora, parlare ancora di diritto di critica oppure siamo nel campo della diffamazione?

 

Il tribunale di Pistoia non ha dubbi in proposito: la liberà di parola e di pensione ricomprende anche quella di “valutazione” e di “recensione”: dunque non c’è alcun reato nell’esprimere considerazioni critiche sulla qualità dei servizi offerti da un locale

 

Secondo la sentenza in commento, il diritto di critica, tutelato dalla nostro costituzione, quando si esercita nei confronti di un locale pubblico “dilata i suoi confini”. Quindi si espande. E ciò perché colui che intraprende un’attività commerciale accetta implicitamente il rischio che la clientela non sia soddisfatta dei suoi servizi e che su di essa esprima, quindi, giudizi poco lusinghieri.

 

Dunque, tutte le volte in cui un soggetto si affaccia sul mercato si espone – volontariamente e indirettamente – al rischio del giudizio impietoso dei propri clienti, con ineluttabile affievolimento del proprio diritto a non veder criticate la propria attività. Insomma, chi dice “mercato” dice anche “gradimento” (o “non gradimento”) che è il metro di valutazione del successo commerciale.

Del resto, è lo stesso imprenditore che si avvantaggia di questa “regola economica” nel momento in cui, grazie al passa parola, la propria attività viene lodata. E dunque, come prende gli onòri, deve accettare anche gli òneri della nuova società telematica. Il bilanciamento del diritto a non veder denigrata la propria attività va operato con il correlativo diritto dei fruitori ad esprimere un giudizio – non intenzionalmente o immotivatamente offensivo – su di essa.

 

La Cassazione, del resto, ha sempre tutelato il diritto di critica, ritenendola come figlia del diritto di libera manifestazione del proprio pensiero. Gli unici paletti sono l’esistenza del fatto criticato (non si può criticare qualcosa di falso”) e la continenza verbale (ossia l’utilizzo di una forma espressiva non inutilmente aggressiva o infamante. Entro questi limiti i giudizi aspri o polemici sono legittimi e non costituiscono diffamazione.


La sentenza

Tribunale di Pistoia, sentenza del 16 dicembre 2015

Motivazione contestuale

Con decreto di citazione diretta ritualmente notificato in data 5\2\2015 è stato ti-atto a giudizio di questo Tribunale in composizione monocratica in epigrafe generalizzato per rispondere dei reato di cui in epigrafe.
All’udienza del 13\5\2015, costituite le parti, queste formulavano le richieste di prova cui venivano ammesse; all’odierna udienza venivano esaminate quali testi le persone offese ed il P.M. produceva documentazione consistente negli allegati alla querela presentata dalle persone offese ed in particolare nella stampa relativa al gruppo formatosi sul social network Facebook denominato “aboliamo il no bar!!!” di cui risulta amministratore l’imputato , si procedeva quindi all’esame del consulente tecnico della Difesa Ing. L.A., al cui esito la difesa produceva la relazione da costui redatta; veniva poi dichiarata chiusa l’istruttoria dibattimentale e utilizzabili tutti gli atti del fascicolo dibattimentale e, all’esito della discussione, le parti così concludevano:
– P.M. dichiararsi la penale responsabilità dell’imputato e condannare lo stesso alla pena della multa di euro 10.000,00;
– La difesa: assoluzione ex art. 530 perché il fatto non

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[1] Trib. Pistoia, sent. del 16.12.2015.

 

 

 


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