La donazione di beni altrui è nulla
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16 Mar 2016
 
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La donazione di beni altrui è nulla

Così come per la donazione di cosa futura o per il preliminare di donazione, il regalo di un bene appartenente, anche per minima quota, in capo ad altri soggetti non è valido.

 

È incompatibile con la funzione propria della donazione, regalare un bene altrui, ossia che ancora appartiene ad altro soggetto, magari con l’impegno, per il futuro, di acquisirne la proprietà. È quanto chiarito ieri dalle Sezioni Unite della Cassazione [1]. Il caso si riferisce alla cessione di una quota di eredità non ancora divisa tra i coeredi e, quindi, ancora appartenente a tutti in quota “pro indiviso”.

 

Il codice civile [2] stabilisce il divieto per la sola donazione di cosa futura, ossia non ancora venuta in esistenza: si pensi al regalo, fatto dal padre nei confronti del figlio, di un fabbricato non ancora edificato [3]. Allo stesso modo è vietato il contratto preliminare di una donazione, ossia l’impegno a donare in un momento successivo predeterminato. Infatti, entrambe le ipotesi sono incompatibili con lo spirito della donazione (tecnicamente chiamata “la causa”), che è quello di un gesto di liberalità spontaneo e non vincolato, neanche da un proprio volontario impegno assunto in precedenza. Insomma, se è vero che la donazione è un gesto libero e immediato, essa non può dipendere da condizioni esterne o da obblighi autoimposti.

 

Quel che però non disciplina il codice è la donazione di cosa altrui, per molti versi però assimilabile alla donazione di cosa futura: si pensi al caso in cui un soggetto doni al proprio figlio una quota di eredità non ancora divisa con i coeredi, o all’ipotesi in cui venga donato un immobile per il quale è stato stipulato solo il contratto preliminare, ma non quello definitivo (con il quale si ha il trasferimento della proprietà).

Ebbene, nonostante il silenzio della norma, secondo le Sezioni Unite anche la donazione di cosa altrui è nulla. Infatti, così come per la donazione di cosa futura, essa ha ad oggetto un bene che non è ancora entrato nel patrimonio del donante e che, quindi, non può essere ceduto liberamente con un atto spontaneo di liberalità. Non vale a cambiare la prospettiva, l’eventuale impegno, da parte del donante nei confronti del donatario, a fare di tutto per acquisirne la titolarità.

 

La tesi precedentemente sostenuta dalla stessa Cassazione [4] era di contrario avviso: la donazione di cosa altrui è valida, ma inefficace fino a quando il donante non si sia procurato la proprietà del bene; solo in quel momento viene eliminato l’ostacolo alla donazione e il bene si può automaticamente trasferire in capo al donatario. Dicevamo che questa tesi è stata scartata dalla Suprema Corte. Per cui resta completamente nulla la donazione di un bene appartenente, in tutto o anche solo in minima parte, ad altri soggetti.

In sintesi, secondo la Corte, se il bene si trova nel patrimonio del donante al momento della stipula del contratto, la donazione è valida ed efficace. Se, invece, la cosa non appartiene al donante, questi deve assumere espressamente e formalmente nell’atto l’obbligazione di procurare l’acquisto dal terzo al donatario.

 

Tutto questo ragionamento comporta anche la nullità della donazione di un bene oggetto di comunione prima che sia effettuata la divisione. Nella stessa situazione, infatti, del donante che disponga di un bene non facente parte del suo patrimonio si trova il coerede che dona uno dei beni compresi nella comunione ereditaria prima della divisione, con conseguente nullità della donazione che abbia a oggetto detto bene.

 

 

Come salvare la donazione di cosa altrui

La Cassazione suggerisce, però, un modo per “salvare capra e cavoli” e garantire comunque un ambito di operatività alla donazione di cosa altrui. Se il donante e il donatario, nell’atto di donazione, dichiarano espressamente (con una autonoma clausola) di essere consapevoli dell’altruità del bene, la donazione resta valida, sebbene conservi solo un effetto obbligatorio e non è sufficiente ancora a trasferire la proprietà. In altre parole, l’atto serve solo a vincolare il donante a cedere la titolarità del bene non appena questa sarà da lui acquisita. Viene così applicata la norma relativa alla vendita di cosa altrui che si ritiene pacificamente valida.

Se, invece, l’altruità del bene donato non risulti dall’atto e non sia nota alle parti, non potrà applicarsi la disciplina della vendita di cosa altrui.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 10 marzo 2015 – 15 marzo 2016, n. 5068
Presidente Rovelli – Relatore Petitti

Svolgimento del processo

M.E. adiva il Tribunale di Reggio Calabria con citazione del gennaio 1989 chiedendo che venisse: a) dichiarata aperta la successione di C.P. , da devolversi secondo le norme della successione legittima per 1/4 in favore del fratello C.F. , per 1/4 in favore di C.N. , C.E. e C.C. (in rappresentazione di C.G. , fratello di C.P. ), per 1/4 in favore della sorella C.V. e per 1/4 In favore dei figli e dei discendenti dell’altra sorella C.G. ; b) dichiarata aperta, altresì, la successione di C.F. , da devolversi secondo le norme della successione legittima per 1/3 in favore dei figli del fratello C.G. , per 1/3 in favore dei figli della sorella premorta C.V. (a lei subentrati per rappresentazione) e per 1/3 in favore dei figli e dei discendenti della sorella premorta C.G. (a lei subentrati per rappresentazione); 3) disposta la formazione delle masse ereditarie comprendendo in esse tutti i beni relitti risultanti dalle dichiarazioni di successione; 4) disposta la divisione dei beni relitti e lo scioglimento della comunione; 5) disposta la divisione per stirpi, attribuendo a ciascuna stirpe beni corrispondenti alle quote di diritto di ciascuna; 6) ordinata la

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[1] Cass. sent. n. 5068/2016 del 15.03.2016.

[2] Art. 771 cod. civ.

[3] Fanno eccezione solo i frutti non ancora separati dal bene.

[4] Cass. sent. n. 1596/2001.

 

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