Mauro Finiguerra
Mauro Finiguerra
16 Mar 2016
 
Le Rubriche di LLpT


Le Rubriche di LLpT
 

Lotta all’evasione verso epici scontri stellari: chi sono gli evasori?

Il lato oscuro dell’accertamento fiscale: il presidente dell’Agenzia delle Entrate e l’impero del male.

 

Quotidianamente gli organi di informazione, sia specializzati che divulgativi, affrontano il tema dell’evasione fiscale, spesso strumentalizzando situazioni o citando cifre a caso, ma il tema della lotta agli sprechi pubblici occupa spazi sempre molto limitati e spesso viene trascurata quasi con rassegnazione.

 

Recentemente, in occasione di un intervento pubblico per mostrare i dati sul recupero dell’evasione fiscale in Italia, il Direttore dell’Agenzia delle Entrate, la Dr.ssa Rossella Orlandi, ha introdotto il tema del “lato oscuro dell’accertamento” in caso di mancata collaborazione da parte dei contribuenti alla compliance fiscale.

 

Sicuramente la frase, sinora non commentata se non da pochi giornali e dalla Unione Giovani Dottori Commercialisti, in quest’ultimo caso con toni goliardici ed anche divertenti (citazioni da Star Wars), nasce dalla frustrazione dell’Ufficio che ha inviato circa 14.000 richieste di collaborazione a fornitori per l’operazione-spesometro, ricevendo soltanto 817 risposte.

 

Tuttavia il tema è molto più ampio e va affrontato con estrema imparzialità, vista la delicatezza degli interessi in gioco.

 

La stampa quasi quotidianamente sbandiera accertamenti di imposte stellari per evasioni ancora tutte da stabilire e la lotta all’evasione, che è sicuramente necessaria, campeggia su tutte le testate, a furor di popolo.

 

Le cifre della presunta evasione fiscale sono estremamente variabili, dai 275 miliardi stimati dall’Istat nel 2008 con riferimento all’intera economia sommersa, valore che sarebbe salito a 418 miliardi stimati per il 2009, che avrebbe condotto a circa 180 miliardi di imposte evase, sino ai 91 miliardi di evasione fiscale stimati dal Governo per il periodo 2007-2012 [1], a testimonianza che il fenomeno è estremamente diffuso ma anche che è molto difficilmente stimabile.

 

Non è solo importante stimare l’effettivo importo della evasione d’imposta, ma anche chi sono gli evasori, ovvero chi sono i soggetto che la compiono e con quali strumenti.

 

Se utilizziamo l’ analisi tecnica effettuata dal sole 24 Ore nel 2008 sulla scorta dei dati Istat pubblicati dal MEF per il 2014 (91 miliardi di evasione fiscale presunta originata da circa 211 miliardi di economia sommersa), si possono individuare quattro aree di origine dell’evasione, suddivise per natura:

 

– Lavoro dipendente non dichiarato, il cui valore è dato dall’aggregato del lavoro nero svolto da circa 3 milioni di lavoratori di cui circa 2,3 milioni che svolgono il doppio o il triplo lavoro, per un totale stimato del 55% circa del valore individuato dal Governo per il periodo 2007 – 2012, cioè circa 51 miliardi di evasione a fronte di una economia sommersa di circa 117 miliardi;

 

– Attività illegali, il cui valore è dato dall’aggregato delle attività svolte dalle varie associazioni criminali che delinquono ormai su gran parte del territorio nazionale, talvolta esercitando un potere pari o superiore a quello dello Stato, per un totale stimato del 30% circa del totale dell’evasione, cioè per 27 miliardi di presunta evasione a fronte di 63 miliardi di impatto sul totale della economia sommersa;

 

– Grandi società di capitali, per un valore del 10% circa, pari a circa 9 miliardi di evasione presunta a fronte di 21 miliardi circa di impatto sulla economia sommersa totale;

 

– PMI, micro-imprese e lavoratori autonomi, per un valore del 5% circa del totale, pari ad euro 5 miliardi circa, a fronte di un impatto di circa 11 miliardi sul totale dell’economia sommersa.

 

Dunque di recente i numeri si sono sostanzialmente ridotti a seguito della raffinazione delle modalità di calcolo del tax gap [2], tanto che lo stesso Governo nel 2014, attraverso l’intervento del Ministro dell’Economia e delle Finanze, ha stimato l’evasione complessiva annuale, nel periodo 2007-2012, in circa 91 miliardi di euro.

 

La CGIA di Mestre, all’avanguardia nella analisi dei dati macro-economici, aveva stimato, nel 2012, un valore intermedio dell’evasione fiscale, pari a 180 miliardi di euro, ipotizzando una economia sommersa pari a 360 miliardi circa, ma attribuendo le medesime percentuali di suddivisione per categorie:

 

In questo ambito si inserisce l’intervento del 5 marzo 2016, nel quale il Direttore dell’Agenzia delle Entrate ha esposto i dati del recupero dell’evasione effettuato dagli organi di controllo per l’anno 2014.

 

A fronte di 25,4 miliardi di maggiori imposte accertate nel 2014 sono stati recuperati 14,5 miliardi di euro, di cui però 8,1 miliardi derivanti dai controlli e 6,1 miliardi derivanti dalla attività di liquidazione delle dichiarazioni presentate dai contribuenti.

 

I soggetti dai quali si sono recuperate le imposte accertate durante i controlli sono:

 

– grandi contribuenti, (multinazionali) per il 25, 9% ovvero 2,1 miliardi;

– imprese di medie dimensioni (società di capitali), per il 22,2% ovvero 1,8 miliardi;

– PMI e micro-imprese, per il 21% ovvero 1,7 miliardi;

– Persone fisiche, per il 21%, ovvero 1,7 miliardi;

– Imposta di registro, per il 9,9% ovvero 0,8 miliardi

 

A ben vedere i numeri di cui sopra, si possono fare le seguenti riflessioni:

 

– l’analisi è effettuata per soggetti che commettono l’evasione, mantenendo le macro categorie individuate dall’Istat e dal MEF;

 

– gli accertamenti ed i controlli appaiono non equilibrati nella suddivisione fra le categorie suddette;

 

– il recupero dell’evasione ammonta al 9% circa delle evasione totale stimata (8,1 miliardi su 91 miliardi complessivamente stimati);

 

– la maggior parte dei controlli, rivolti alle PMI, produce quasi lo stesso risultato dei pochi controlli che vengono svolti a carico dei grandi e medi contribuenti, ma probabilmente con una spesa per sostenere l’azione di recupero largamente superiore a quella effettuata per il recupero dalle altre categorie di soggetti;

 

– gli accertamenti sulle persone fìsiche, fra cui i lavoratori dipendenti, ammontano all’incirca allo stesso importo recuperato dai grandi contribuenti;

 

– se si dividono i risultati degli accertamenti e del recupero d’imposta per il totale di evasione stimata per le varie categorie di evasione, classificate per natura, le percentuali mostrano una rilevante sperequazione.

 

In sostanza, se consideriamo ad esempio la categoria di evasione attribuibile alle attività illegali, non troviamo alcun riscontro diretto nelle cifre esposte dall’Agenzia, pertanto si dovrebbe ritenere che gli accertamenti ed i recuperi di imposta del 2014 non hanno riguardato detta frangia di evasione, che pure incide per il 30% sul totale, pertanto è pari a circa 27 miliardi di imposte mancanti, il cui recupero da accertamento, sarebbe pari allo 0%.

 

Ancora, se consideriamo che il lavoro nero incide per il 55% del totale dell’evasione stimata, per un importo pari a 51 miliardi circa, dall’altra parte vediamo che, pur considerando che tutto l’accertato in capo alle persone fisiche derivi da mancata indicazione di redditi derivanti da lavoro nero, il recupero sarebbe pari allo 0,3% del totale della stimata evasione.

 

Se consideriamo invece l’evasione prodotta dalle grandi società di capitali, stimata nel 10% dell’evasione totale e cioè pari a circa 9 miliardi di euro, vediamo che il recupero da accertamento, individuato in euro 2,1 miliardi, misura circa il 23% del totale dell’evasione presuntivamente riconducibile a questa categoria.

 

Infine se guardiamo al settore delle PMI e dei lavoratori autonomi vediamo che esso incide sul totale dell’evasione stimata per il 5% del totale e cioè per circa 5 miliardi, il recupero da accertamento in questo caso è del 34% circa.

 

In sostanza sembrerebbe che l’azione di accertamento si concentri sui soggetti sui quali è più facile fare controlli, anche di carattere formale, mentre sembrerebbe, almeno dai numeri indicati, che alcuni settori del sommerso vengano affrontati con minore aggressività o si ritenga che siano affrontabili con maggiori difficoltà ed allora si preferisca utilizzare strumenti che danno risultati immediati senza dover ricorrere a lunghe e/o più pericolose e difficili indagini.

 

Quello che è certo è che, in ogni caso, mai si prende in considerazione il rovescio della medaglia e cioè quanto costa lo spreco pubblico alle tasche dei contribuenti.

 

Secondo la CGIA di Mestre, i dati aggiornati al 2016, esporrebbero i seguenti costi a carico del sistema Italia:

 

– Debiti dello Stato verso le Imprese     70 miliardi

– Deficit logistico-infrastrutturale         42 miliardi

– Carico burocrazia su PMI                     31 miliardi

– Spesa pubblica in eccesso                     24 miliardi

– Sprechi Sanità                                         24 miliardi

– Lentezza Giustizia civile                        16 miliardi

 

In totale 207 miliardi di sprechi e problemi di matrice pubblica, che pesano sui contribuenti come il totale dell’economia sommersa, stimata in 211 miliardi.

 

Nella prima stesura della “Spending Review” l’allora ministro Giarda evidenziava che la spesa pubblica avrebbe potuto essere rivista fino all’importo di 295 miliardi!

 

Ora, considerato che la pressione fiscale ufficiale è attestata al 43,8%, mentre quella comprensiva delle tasse personali, delle indirette e dei costi previdenziali ammonterebbe al 70% del reddito dichiarato dai contribuenti, è doveroso ammettere che il sistema fiscale in Italia è fortemente sperequato ed è condizionato dalle esigenze voraci della spesa pubblica che non solo non diminuisce, ma aumenta, proprio nelle componenti che producono gli sprechi o che sono improduttive, mentre i tagli colpiscono indiscriminatamente le strutture pubbliche portanti del Paese (scuola, trasporti, sanità, amministrazioni locali).

 

Per riformare veramente il Paese sarebbe necessario prendere atto della situazione e cercare di porre rimedio innanzi tutto alle carenze di sistema, soprattutto in materia di eliminazione della burocrazia, di accelerazione e di maggior grado di certezza nella amministrazione della giustizia, di riduzione della spesa pubblica improduttiva, di eliminazione degli sprechi pubblici, di creazione delle infrastrutture necessarie allo sviluppo del Paese, (materiali ed immateriali, come ad esempio la rete digitale per la navigazione ad alta velocità).

 

Senza affrontare queste priorità la ripresa dalla crisi sarà sempre rallentata e ritardata ed il Paese non potrà più produrre quanto necessario neppure per pagare le imposte.

 

Già oggi, anche per colpa degli evasori indubbiamente, la maggior parte degli onesti fatica a sostenere il carico fiscale che è oggettivamente insopportabile ed in costante aumento, non ostante i proclami politici e molti contribuenti spesso sono costretti a chiedere finanziamenti per poter pagare imposte e contributi previdenziali.

 

La soluzione richiederebbe nervi saldi ed azioni immediate: riduzione degli sprechi come esempio per i cittadini, che, a quel punto, non potrebbero più avanzare scuse “pelose”; riduzione delle imposte per consentire al motore del Paese di ripartire e di diminuire la disoccupazione che riduce i consumi e deprime la produzione.

 

Le stesse soluzioni adottate in Paesi come Spagna, Portogallo, Islanda, che oggi riescono a intravedere un’uscita dalla crisi che da noi in Italia pare davvero ancora molto lontana.

 

In questa situazione perdere la testa ed agitare il fantasma di un non meglio identificato “lato oscuro dell’accertamento” parrebbe inutile e controproducente.

 

In fondo tutti immaginavamo che si trattasse di una vera e propria guerra, ma non che potesse diventare una vera e propria “guerra stellare”.

 

Gli interventi del Governo e del legislatore sinora avevano fatto pensare che la “compliance” fiscale si basasse sul principio della fiducia reciproca e sul principio dell’affidamento, non su più o meno velate promesse di interventi oscuri.

 

Allora alla fine non resta che schierarsi: Impero o Ribelli?

A voi la scelta.


[1] Note di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza 2013 – AllegatoII

[2] Il tax gap è misurato come differenza tra le basi imponibili potenziali, desunte dagli aggregati di contabilità nazionale, e le basi imponibili dichiarate.

 


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