Pensione di anzianità negata se chi la chiede continua a lavorare
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16 Mar 2016
 
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Noemi Secci
 


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Pensione di anzianità negata se chi la chiede continua a lavorare

Niente pensione per chi si rioccupa prima della decorrenza del trattamento: lo ha chiarito la Cassazione con una recente sentenza.

 

Per poter ottenere la pensione di anzianità non basta aver maturato l’anzianità contributiva, ma è anche necessario che il rapporto di lavoro dipendente, da cui deriva il diritto alla pensione, sia ormai cessato. Lo ha chiarito ieri la Cassazione [1]. In buona sostanza, il pensionando deve aver cessato la propria attività lavorativa e non deve essere rioccupato prima della liquidazione della pensione, per non far venir meno lo stato di necessità che giustifica la prestazione.

 

 

La vicenda

Un lavoratore, inoltrata domanda di pensione di anzianità all’Inps, aveva cessato il rapporto di lavoro dipendente, ma 12 giorni dopo era stato riassunto. L’Inps aveva dunque revocato la pensione di anzianità e chiesto la restituzione del trattamento percepito, in quanto il pensionato, a causa della riassunzione, non possedeva il requisito della mancanza di occupazione.

Il pensionato aveva eccepito che il requisito della mancanza di occupazione deve essere presente al solo momento della domanda di pensione, mentre l’Inps sosteneva che la prestazione non può essere erogata se non dopo la cessazione del rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha dato ragione all’Inps: il diritto alla pensione, secondo la Corte, è subordinato alla cessazione di qualsiasi rapporto di lavoro in essere, anche diverso da quello che ha dato luogo ai requisiti utili al trattamento.

 

 

Cumulo redditi da lavoro e pensione

La sentenza non contrasta con la normativa del 2008 [2], che ha abolito il cumulo tra i redditi da lavoro e le pensioni contributive: la pensione, difatti, continua a essere erogata in caso di occupazione successiva alla sua liquidazione. Ciò che la Corte contesta è la rioccupazione anteriore alla decorrenza della pensione, in quanto fa venir meno lo “stato di bisogno” legato alla richiesta della prestazione.

In merito, poi, all’abolizione dei limiti di cumulo, per pensione contributiva si intende la prestazione maturata sulla base dei soli contributi versati dal lavoratore, come la pensione di anzianità, di vecchiaia e anticipata. Sono soggette a limiti di cumulo, invece, la pensione d’inabilità, quella ai superstiti e l’assegno di invalidità, sebbene siano subordinate anche a dei requisiti di contribuzione.

 

 

Pensione di anzianità, di vecchiaia e disoccupazione

La mancata ripresa dell’attività sino, almeno, alla decorrenza della pensione, è un requisito necessario non solo per l’erogazione del trattamento di anzianità, ma anche per quello di vecchiaia. È quanto precisato dall’Inps in una nota circolare del 2009 [3], confermato poi dalla Cassazione nella citata sentenza.

Non rileva, dunque, se i requisiti sulla cui base è maturata la pensione siano legati principalmente ai contributi (come la pensione di anzianità e la successiva pensione anticipata) o all’età (pensione di vecchiaia): ciò che rileva, per l’erogazione della prestazione, è lo stato di bisogno. Stato di bisogno che consiste nella mancanza di occupazione, e nella conseguente necessità di dar luogo al trattamento, per garantire all’assicurato un tenore di vita simile a quello avuto nell’arco della vita lavorativa.

Lo scopo della normativa, pertanto, è quello di evitare che la liquidazione della pensione avvenga contemporaneamente alla prestazione dell’attività lavorativa subordinata.

Al contrario, la pensione può continuare ad essere erogata se il lavoratore si rioccupa in seguito alla decorrenza del trattamento, sia con lo stesso datore sia con un datore di lavoro diverso. Le sedi Inps devono comunque accertare se la cessazione sia stata veritiera o fittizia; a tal fine, devono essere verificate tutte le formalità conseguenti al termine del rapporto: dimissioni del lavoratore, comunicazioni e scritture di legge, liquidazione di tutte le competenze economiche.

 


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 15 dicembre 2015 – 15 marzo 2016, n. 5052
Presidente Stile – Relatore Manna

Svolgimento del processo

Con sentenza depositata il 7.2.12 la Corte d’appello di Roma, in totale riforma della sentenza emessa il 28.10.10 dal Tribunale di Viterbo, dichiarava illegittima la revoca della pensione d’anzianità che era stata disposta dall’INPS il 1.8.08 nei confronti di F.V. sul presupposto del difetto del requisito della inoccupazione vigente all’epoca della domanda di pensione di anzianità (presentata nel settembre 1999).
Per l’effetto, la Corte di merito rigettava la ripetizione di indebito avanzata contro F.V. dall’istituto previdenziale per Euro 108.809,04 ed accessori a titolo di ratei pensionistici non dovuti.
Per la cassazione della sentenza ricorre l’INPS affidandosi ad un solo motivo. L’intimato resiste con controricorso e a sua volta spiega ricorso incidentale condizionato basato su tre motivi, cui resiste con controricorso l’INPS.
Le parti depositano memoria ex art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

1- Preliminarmente ex art. 335 c.p.c. si riuniscono i ricorsi in quanto aventi ad oggetto la medesima sentenza.
2- Con unico motivo il ricorso principale denuncia violazione e falsa applicazione

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[1] Cass. sent n. 5052 del 15.03.2016.

[2] Art. 19 Legge 133/2008.

[3] Inps Circ. 89/2009.

 


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