Stalking: l’archiviazione va comunicata alla vittima
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17 Mar 2016
 
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Stalking: l’archiviazione va comunicata alla vittima

La parte offesa del reato deve essere sempre avvisata della richiesta di archiviazione.

 

Il pubblico ministero che, a seguito della denuncia di stalking, chieda al giudice di archiviare il procedimento ne deve dare comunicazione alla presunta vittima per informarla della sua decisione. Lo hanno chiarito le Sezioni Unite della Cassazione con una sentenza di ieri [1]. Tale tutela – che si sostanzia in una sorta di “alert” alla parte offesa del reato tutte le volte che le indagini si concludono con un “nulla di fatto” – non può limitarsi unicamente (così come è pacifico) ai soli casi di aggressioni fisiche, ma anche a quelli di aggressioni morali e psicologiche, come appunto è lo stalking.

La decisione della Suprema Corte è in sintonia con un generale orientamento volto a rafforzare le tutele dei cittadini oggetto di illeciti penali ed è peraltro dalla direttiva comunitaria del 2012 in materia di diritti, assistenza e protezione della vittima di reato [2]. Ciò anche alla luce del considerevole aumento delle violenze nei confronti, in particolar modo, delle donne e di una maggiore sensibilità sociale verso questo tipo di crimini.

 

L’avviso obbligatorio alla persona offesa è stato introdotto in Italia solo nel 2013 [3]. In particolare, la norma prevede la comunicazione della richiesta di archiviazione alla persone offesa a prescindere dal fatto che quest’ultima, all’interno della propria denuncia, abbia fatto espressa richiesta di essere informata di tale decisione.

 

La cosiddetta legge sul femminicidio prevede che gli obblighi di comunicazione – inizialmente limitati ai soli maltrattamenti in famiglia e, per quanto riguarda lo stalking, alle informazioni relative alle misure cautelari – sono stati previsti per tutti i procedimenti che hanno ad oggetto i delitti commessi con violenza sulla persona. Ma secondo la Cassazione non ci si può limitare al solo dato letterale della norma, e la “violenza sulla persona” va considerata non solo in senso fisico, ma anche psicologico. E non c’è dubbio che lo stalking rientri «tra le ipotesi “significative” di violenza di genere che richiedono particolari forme di protezione a favore delle vittime».

Se l’obbligo di informazione è stato introdotto dunque per ampliare i diritti di partecipazione delle vittime al procedimento penale, non può non interessare chi subisce lo stalking. Lo scopo della normativa è, infatti, quello di fornire la massima tutela e protezione alle vittime di violenza di genere, specie quando é contro le donne.

 

La conseguenza è chiara: contro l’avviso di archiviazione, la vittima può opporsi, portando, a sostegno della propria tesi di colpevolezza, ulteriori elementi utili per il P.M. Ecco perché la Corte conclude per la nullità del provvedimento di archiviazione se manca la suddetta informativa alla parte offesa.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Unite Penali, sentenza 29 gennaio – 16 marzo 2016, n. 10959
Presidente Canzio – Relatore Bianchi

Ritenuto in fatto

1. Il procedimento.
Con decreto dell’11 luglio 2014 il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, su conforme richiesta del Pubblico ministero, disponeva l’archiviazione del procedimento penale a carico di C.A. , indagato, a seguito della presentazione di querela da parte di F.M.C. , per i delitti di cui agli articoli 612-bis e 594 cod. pen..
2. Il ricorso per cassazione.
Il difensore della persona offesa ricorreva per cassazione deducendo la violazione dell’articolo 408, comma 3-bis, cod. proc. pen..
Rappresentava di aver avuto conoscenza del provvedimento in data 25 novembre 2015 in occasione di un controllo in Cancelleria nel corso del quale aveva provveduto ad estrarne copia; di aver appreso già dalla informazione di garanzia che il procedimento aveva ad oggetto i reati di cui agli artt. 612-bis e 594 cod. pen.; di non aver ricevuto avviso della richiesta di archiviazione del pubblico ministero.
Rilevava che: il comma 3-bis dell’articolo 408 cod. proc. pen., come novellato dall’art. 2, comma 1, lett. g), del d.l. n. 93 del 2013, convertito, con modificazione, dalla legge n. 199 del 2013, impone la

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[1] Cass. sent. n. 10959/16 del 16.03.2016.

[2] Direttiva UE n. 2012/29 attuata con il D.lgs. n. 212/2015.

[3] Dl 93/2013 (convertito dalla legge 199/2013), art. 408, co. 3bis cod. pen.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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