Antonio Ciotola
Antonio Ciotola
17 Mar 2016
 
Le Rubriche di LLpT


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Infermiera killer: uccise anziana con potassio

La condanna perpetua nel nostro ordinamento è davvero carcere a vita?

 

I giudici della corte d’Assise di Ravenna hanno deciso il “fine pena mai” per Daniela Poggiali, la 44enne ex infermiera dell’ospedale Umberto I di Lugo, nel Ravennate, accusata di avere ucciso una sua paziente 78enne iniettandole, la mattina dell’8 aprile 2014, una dose letale di potassio.

Dopo quasi otto ore di camera di consiglio i giudici hanno pronunciato la sentenza che, nello specifico, ha escluso l’aggravante dei motivi abbietti e futili ma ha ritenuto sussistente quelle della premeditazione e dell’uso di un mezzo venefico [1].

 

Tralasciando gli aspetti relativi alla cronaca giudiziaria, dei quali ampiamente si è già occupata la stampa generalista, cerchiamo di capire se nel nostro ordinamento penale l’ergastolo coincida effettivamente con il “fine pena mai”: se, cioè, effettivamente il condannato all’ergastolo finirà i suoi giorni rinchiuso in una cella delle nostre carceri.

 

Negli anni, parlando con i clienti, mi è capitato di sentire le opinioni più disparate e mi sono reso conto che il pubblico dei non addetti ai lavori fatica a comprendere certi meccanismi, procedurali ed esecutivi. Determinati principi che governano le finalità della pena fanno sì che, anche la condanna perpetua (ergastolo) finisce, salvo nei casi di cosiddetto ergastolo ostativo, per essere praticamente una condanna temporanea, più o meno lunga a seconda delle circostanze.

 

Com’è possibile che anche se condannato all’ergastolo dopo alcuni anni sia di nuovo libero?

La giustizia proprio non funziona. Quante volte hai sentito – o detto – questa frase? Che la giustizia non funzioni o, più correttamente, che talvolta non funzioni bene, è un dato di fatto.

 

Per lo specifico tema dell’articolo però le ragioni di questa situazione (i motivi della liberazione del condannato all’ergastolo) non sono da imputare ad un cattivo funzionamento della giustizia ma all’esistenza di determinati istituti giuridici e principi legali che mirano ad ottenere proprio questo risultato.

In questo articolo mi occuperò, brevemente, solo dell’ergastolo cd non ostativo, (ergastolo ordinario).

Per quanto riguarda l’ergastolo ostativo, la cui trattazione rinvio ad altro approfondimento, è sufficiente cominciare a dire che riguarda le condanne per alcuni tipi di reato di gravissimo allarme sociale (es. omicidio per ragioni di mafia) per i quali, salvo la possibilità di collaborare con la giustizia (il cd pentito), effettivamente l’ergastolano esce dal carcere dopo la propria morte. Il tema dell’ergastolo ostativo, essendo legato a doppio filo con la legislazione antimafia, richiederà approfondimenti particolarmente articolati.

 

Tornando al tema dell’articolo, dobbiamo partire da un dato: per la nostra costituzione la pena deve servire a rieducare il condannato [2].

La funzione principiale che la pena dovrebbe avere, in altri termini, è quella di reinserimento sociale del condannato. Il nostro ordinamento si propone, perciò, di mettere in atto strumenti che possano aiutare il condannato, anche all’ergastolo, a reinserirsi in un contesto sociale non delinquenziale.

 

Se deve essere reinserito, è chiaro, che non può restare in carcere per tutto il resto della vita.

Ecco perché, fatte le dette eccezioni, il “fine pena mai” (questa è la formula che si ritrova negli atti esecutivi della sentenza di condanna) nella sostanza finisce per essere una pena, più o meno lunga, ma comunque temporanea.

 

In buona sostanza e semplificando, possiamo dire che, espiata una certa quantità di pena, l’ergastolano può ottenere quelli che si chiamano benefici penitenziari.

Può, ad esempio, ottenere: 1) i permessi premio (il permesso di uscire dal carcere per alcune ore o alcuni giorni) dopo aver espiato 10 anni; 2) la semilibertà dopo l’espiazione di 20 anni (passa tutta la giornata fuori dal carcere per lavorare e vi rientra in orario serale); 3) liberazione condizionale dopo 26 anni (sospensione del residuo pena con accertamenti sul comportamento).

Per tutti i condannati è, inoltre, previsto uno sconto di pena, che si chiama liberazione anticipata, che consiste in una riduzione della condanna pari a 45 giorni ogni semestre di reclusione, a condizione che il detenuto abbia dato prova di buona condotta (in pratica è sufficiente che non abbia avuto note disciplinari).

 

Come si capisce facilmente il problema reale è, accettata l’idea della funzione di risocializzazione della pena, verificare se gli strumenti siano o meno efficaci e funzionanti in relazione ad evitare che il condannato, rimesso in libertà, commetta ulteriori reati.

 

A mio giudizio, le risorse economiche limitate, il pessimo stato di manutenzione in cui versano le nostre carceri, (puntualmente ogni paio di anni si parla di provvedimenti generalizzati di clemenza per questioni di sovrannumero dei detenuti) l’impossibilità per la maggior parte dei detenuti di svolgere qualche attività lavorativa all’interno del carcere e, spesso, la carenza anche dei servizi minimi essenziali, oltre ad essere indegni di un paese avanzato, vanificano ogni speranza, al di là di singoli episodi, di concreto recupero sociale del condannato sicchè, il tasso di recidiva (è recidivo il condannato che commette altri reati) resta molto elevato.


 


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