Professionisti Pubblicato il 19 marzo 2016

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Professionisti Processo minorile

> Professionisti Pubblicato il 19 marzo 2016

Udienza preliminare nel processo minorile, riti speciali, messa alla prova, perdono giudiziale, udienza dibattimentale.

La competenza generale del Tribunale per i minorenni in materia penale comporta l’obbligatorietà dell’udienza preliminare anche per quelle ipotesi di reato che sono devolute per gli imputati maggiorenni alla cognizione del giudice monocratico con citazione diretta a giudizio ex art. 550 c.p.p. (ipotesi in cui tale udienza non è prevista).

Nel processo minorile l’udienza preliminare manca solo nelle ipotesi di giudizio direttissimo o immediato.

A differenza del rito ordinario previsto per gli imputati maggiorenni, dove GIP e GUP sono entrambi organi monocratici, nel processo minorile solo il GIP è monocratico, mentre il GUP è un organo collegiale composto da un giudice togato e due giudici onorari (persone esperte nelle discipline dell’età evolutiva).

Ai sensi dell’art. 32 nell’udienza preliminare, prima dell’inizio della discussione, il giudice chiede all’imputato se consente alla definizione del processo in quella stessa fase, salvo che il consenso sia stato validamente prestato in precedenza. Solo se il consenso è prestato, il giudice, al termine della discussione, pronuncia sentenza di non luogo a pro-cedere nei casi previsti dall’articolo 425 c.p.p. o per concessione del perdono giudiziale o per irrilevanza del fatto. Se vi è richiesta del pubblico ministero, il giudice pronuncia, in-vece, sentenza di condanna quando ritiene applicabile una pena pecuniaria o una san-zione sostitutiva. In tal caso la pena può essere diminuita fino alla metà rispetto al minimo edittale.

Impugnazione della sentenza di condanna pronunciata in udienza preliminare

A fronte della specialità dell’udienza preliminare nel procedimento a carico d’imputati minorenni è stato previsto dal legislatore un mezzo d’impugnazione straordinario: l’opposizione.

Ai sensi del comma 3 dell’art. 32 D.P.R. 448/1988, infatti, contro la sentenza di condanna prevista dal comma 2 dello stesso articolo l’imputato e il difensore munito di procura speciale possono proporre opposizione, con atto depositato nella cancelleria del giudice che ha emesso la sentenza, entro cinque giorni dalla pronuncia o, quando l’imputato non è comparso, dalla notifica. La sentenza è irrevocabile quando è inutilmente decorso il termine per proporre opposizione o quello per impugnare l’ordinanza che la dichiara inammissibile.

A seguito della proposizione di tale gravame il procedimento viene riesaminato da Tribunale per i minorenni nella diversa composizione prevista per l’udienza dibattimentale.

Tale previsione è preposta a garantire all’imputato minorenne, giudicato in udienza preliminare allo stato degli atti prodotti dall’accusa, l’acquisizione della prova in contraddittorio, che appunto si può esercitare solo in dibattimento, considerato che l’appello non prevede di norma l’acquisizione di nuove prove, ma solo una valutazione degli atti già portati a conoscenza del giudice di prime cure.

Riti speciali nel processo minorile

I procedimenti speciali sono alternativi rispetto all’iter ordinario di svolgimento del processo e mirano a deflazionare il sistema processuale assicurandone celerità e flessibilità.

I procedimenti speciali si suddividono dunque in:

riti collaborativi e deflativi del dibattimento (abbreviato e patteggiamento);

– procedimenti in cui l’accesso al dibattimento è accelerato, eliminando l’udienza preliminare (giudizio direttissimo ed immediato);

– procedimento per decreto penale di condanna in cui vi è totale assenza dell’udienza preliminare e del dibattimento ed il contraddittorio tra le parti è solo eventuale ed è rimesso all’opposizione dell’imputato.

Il patteggiamento non è ammissibile, in quanto la minore età dell’imputato e la necessità di valutare la sua imputabilità urtano con la possibilità di concordare una pena: l’art 444 del c.p.p., infatti, si pone in contrasto con il modello di giustizia minorile che è sorretto da finalità di recupero del minore.

Non è ammissibile neanche il procedimento per decreto penale, poiché, svolgendosi esclusivamente in via cartolare, impedirebbe quell’adeguata valutazione della personalità del minore che costituisce un presupposto indefettibile di qualsiasi rito minorile.

È invece esperibile il giudizio abbreviato, giudizio immediato e direttissimo.

Messa alla prova del minore

L’istituto della sospensione del processo per la messa in prova del minorenne, applicabile anche quando si procede per i reati punibili con l’ergastolo, comporta una sospensione del processo a carico del minore imputato, onde valutare la personalità del minore nell’evolversi nel tempo (laddove il giudice lo ritenga necessario).

La sospensione è per una durata predeterminata ed è preordinata alla finalità di rimozione delle conseguenze del reato, nonché a quella della riconciliazione con la vittima del reato.

L’esito favorevole della probatio processuale comporta l’estinzione del reato, che viene dichiarata dal giudice in apposita udienza.

Il ruolo dei servizi sociali minorili è determinante per il buon esito della prova. Essi elaborano le informazioni sulla personalità del ragazzo, sull’ambiente familiare e sociale di riferimento e, di conseguenza, informano e indirizzano le decisioni del magistrato sulle esigenze educative da tutelare, nel programma di recupero psicologico, pedagogico e sociale.

È questa la fase «informativa» della relazione iniziale, quando il giudice e i servizi sociali minorili collaborano per ottenere un preciso profilo del minore. Seguirà la fase operativa, durante il corso della prova, con le attività previste dall’intervento, nonché quelle di controllo e sostegno del minore.

Il progetto elaborato dai servizi sociali deve tenere in debito conto il breve ma spesso intenso «curriculum esistenziale» del giovane soggetto e programmare le modalità di coinvolgimento del minore, della sua famiglia e della rete socio-affettiva, indicando quali sono le prescrizioni positive o negative che egli dovrà seguire.

Le modalità prescrittive del progetto elaborato dai servizi sociali si riferiscono essenzialmente alle due realtà vissute dal minore: quella interiore, relativa alle motivazioni e all’impegno nelle attività di risocializzazione, e quella relativa alle sue relazioni esterne negative, che ha sperimentato nel suo breve percorso di vita e che lo hanno condotto alla devianza.

In primo luogo, dunque, al minore vengono assegnate attività che devono servire a rimotivarlo, a metterlo alla prova con situazioni concrete, come quelle relative all’impegno scolastico e/o a quello lavorativo. In secondo luogo, l’altro tipo di prescrizioni proposte al ragazzo si riferiscono al tipo di reato commesso e all’ambiente sociale nel quale è maturato l’evento criminoso. Si danno, quindi, le opportune indicazioni all’adolescente sui luoghi e le persone da frequentare, in vista di una riqualificazione del suo spazio affettivo e sociale e dell’orizzonte culturale a cui dovrà fare riferimento in futuro. Quelli appena descritti sono i requisiti minimi del progetto su cui si basa la prova, la quale deve avere come obiettivo il recupero psicologico, sociale e culturale del ragazzo. A completare l’azione di messa alla prova del minore, come già accennato, il giudice (come previsto dall’articolo 28, co. 2, D.P.R. 448/1988) può impartire prescrizioni dirette a riparare le conseguenze del reato, tentando la conciliazione tra il minore e la persona offesa dal reato (mediazione penale). Modifiche del programma possono essere previste e messe in atto, quando l’adolescente incontra ostacoli psicologici o presenti nell’ambiente sociale, che possono mettere a repentaglio il buon esito dell’intero progetto educativo. Nei casi più difficili, infine, l’ordinanza può essere revocata e il programma interrotto.

Declaratoria di non procedibilità per irrilevanza del fatto

Nel processo minorile può essere emessa una sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto. Tale definizione del processo è applicabile nelle ipotesi in cui il fatto ascritto appare privo di significato criminoso e di concreta rilevanza sociale, alla stregua delle tenuità delle conseguenze prodotte e dell’occasionalità del comportamento deviante.

Si tratterà in concreto di una sentenza di non luogo a procedere se pronunciata dal GUP o di una sentenza di non doversi procedere se emessa dal tribunale dibattimentale, in entrambi i casi per irrilevanza del fatto (ipotesi contemplate rispettivamente agli artt. 27 e 32).

Perdono giudiziale

Il perdono giudiziale (art. 169 c.p.) è annoverato dal codice penale tra le cause di estinzione del reato previste dagli artt. 150-169, unitamente all’amnistia, alla morte del reo prima della condanna, al difetto o alla remissione della querela, alla prescrizione.

Si tratta di una misura riservata esclusivamente ai minori, consistente nella rinuncia dello Stato alla condanna o al rinvio al giudizio dell’imputato, pur avendo il giudice accertato la sua responsabilità laddove ritenga che il ragazzo, alla sua prima esperienza penale e responsabile di un reato per il quale è prevista una pena detentiva non superiore a due anni, si asterrà, in futuro, dal commettere altri reati.

Ottenere il perdono giudiziale, dunque, non equivale ad una sentenza di assoluzione, in quanto il perdono giudiziale presuppone la colpevolezza e purchè la pena in concreto da irrogare sia nei limiti dei 2 anni, tenendo conto della diminuente della minore età e di tutte le altre circostanze eventualmente presenti: si perdona un colpevole e non un innocente.

Con il perdono si rinuncia ad una sentenza di condanna e si adotta una sentenza di non luogo a procedere per concessione del perdono giudiziale se pronunciata dal GUP o di una sentenza di non doversi procedere per concessione del perdono giudiziale, se emessa dal tribunale dibattimentale.

Avverso la sentenza con la quale il giudice dell’udienza preliminare del tribunale per i minorenni abbia applicato il perdono giudiziale è proponibile, da parte dell’imputato, ai sensi dell’art. 32, co. 3, D.P.R. 448/1988, nel testo risultante dalla declaratoria di parziale illegittimità costituzionale di cui alla sentenza della Corte Cost. 11 marzo 1993, n. 77, l’opposizione allo stesso giudice dell’udienza preliminare, atteso che l’applicazione del perdono giudiziale presuppone un giudizio di responsabilità dell’imputato medesimo.

L’udienza dibattimentale

Il collegio dibattimentale, a differenza di quello previsto nel rito ordinario, è composto da due giudici togati, presidente e giudice a latere, e due membri laici, un maschio ed una femmina, che, come già sottolineato, hanno il compito di integrare il sapere giuridico dei giudici togati al fine di perseguire le finalità proprio del rito minorile.

Il giudizio dibattimentale può essere attivato direttamente dal P.M. attraverso la scelta del rito direttissimo o del rito immediato. In quest’ultimo caso, vi è per l’imputato, quando non è lui stesso a richiedere il giudizio immediato, la possibilità di evitare l’udienza dibattimentale richiedendo, nei termini, il giudizio abbreviato che si svolge dinanzi al GUP.

Ancora, si perviene al giudizio dibattimentale a seguito dell’udienza preliminare quando il GUP, all’esito dell’udienza, emette il decreto che dispone il giudizio o, infine, a seguito di opposizione alla sentenza emessa ai sensi dell’art. 32, co. 2, D.P.R. 448/1988.

A differenza che nel giudizio ordinario, l’udienza in esame è a porte chiuse, richiamando quanto già previsto dal R.D.L. 1404/1934, conv. dalla L. 835/1935, ed a quanto stabilito dalle regole di Pechino al fine di evitare dannose pubblicità che potrebbero risultare negative sia per la serenità del processo che per garantire la personalità del minore che potrebbe subire marchi difficili da superare.

Il secondo comma dell’art. 32 prevede una deroga alla regola sopra indicata consentendo al Tribunale di accedere alla richiesta di procedere in forma pubblica formulata dall’imputato che abbia compiuto i sedici anni.

Terminata l’istruttoria dibattimentale, che segue le regole del rito ordinario, il collegio può adottare tutte le formule assolutorie o di condanna previste dagli artt. da 521 a 533 c.p.p., così come può applicare il perdono giudiziale o l’irrilevanza del fatto.

Quanto a quest’ultima formula, va sottolineato che tutti i dubbi di applicabilità sono stati fugati dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 149 del 2003 che ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell’art. 27 D.P.R. 448/1988 nella parte in cui non prevede che il proscioglimento per irrilevanza del fatto non possa essere pronunciato anche nel corso del giudizio ordinario dibattimentale.

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