L’ordinamento penitenziario minorile
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26 Mar 2016
 
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L’ordinamento penitenziario minorile

Tribunale di sorveglianza minorile, misure alternative alla detenzione: affidamento in prova ai servizi sociali, detenzione domiciliare, semilibertà, liberazione anticipata.

 

Quando si parla di diritto penitenziario si fa riferimento allo studio dell’esecuzione della pena, alle regole di una disciplina che può essere collocata in una zona intermedia tra procedura e diritto sostanziale.

La L. 354/1975 sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà e la legge di modifica 663/1986, (c.d. legge Gozzini), regolando ex novo tutto l’ordinamento penitenziario, hanno introdotto delle misure alternative alla detenzione per i soggetti meritevoli che non presentino elementi di pericolosità sociale. Si è cercato con tale normativa di eleggere a canone fondamentale l’art. 27, co. 3, Cost. «Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato».

Sotto il profilo organizzativo, la legge prevede il Tribunale di sorveglianza, organo a composizione mista (due giudici togati e due giudici laici) con sede in ogni distretto di Corte d’Appello e l’Ufficio di sorveglianza cui sono addetti magistrati con funzioni monocratiche con sede presso i tribunali di cui alla tabella allegata alla L. 354/1975 e che non possono essere chiamati a svolgere altre funzioni giudiziarie, il giudice di sorveglianza per i minorenni competente per i minori condannati per reati commessi in età minore e che non abbiano superato il venticinquesimo anno di età (art. 3, D.P.R. 448/1988); la magistratura militare regolata dalla L. 23-12-1986, n.897 che ha sede presso la Corte d’Appello di Roma e giurisdizione sul territorio nazionale.

Alla magistratura di sorveglianza minorile, non si applica l’ultimo comma dell’art. 68 o.p. (i magistrati che esercitano funzioni di sorveglianza non debbono essere adibiti ad altre funzioni giudiziarie) per cui possono verificarsi, casi di sovrapposizione di funzioni per la coincidenza tra l’organo che giudica il minore e quello chiamato ad adeguare la sanzione al comportamento del soggetto condannato.

Si ricordi, che dal combinato disposto dell’art. 79 o.p. e dell’art. 3, co. 2, D.P.R. 448/1988 deriva che le funzioni di sorveglianza sono svolte dal magistrato di sorveglianza (individuato fra uno dei giudici ordinari del TM) e dal tribunale in funzione di tribunale di sorveglianza con composizione mista, i quali organi si avvalgono della collaborazione del proprio Centro distrettuale di servizio sociale (USSM); la competenza riguarda non solo i soggetti minorenni, ma anche la fascia dei giovani che abbiano commesso reati da minori fino a quando non abbiano compiuto venticinque anni.

 

In relazione ai compiti, il giudice di sorveglianza minorile (parimenti ai quello degli adulti) svolge funzioni di sorveglianza e controllo, anche sulla custodia degli imputati, sovrintende alle misure di sicurezza personali e provvede a tutte le altre attività lui attribuite dell’art. 69 O.P.

Gli istituti, quindi, previsti dalla L. 354/1975 vengono applicati anche nei confronti dei minori, fino a che non sarà promulgata una legge specifica (art. 79 L.cit.).

Applicando sic et simpliciter ai minori il regime penitenziario previsto per gli adulti, il legislatore non ha tenuto conto che i minorenni hanno bisogno di un trattamento rieducativo del tutto peculiare alle loro esigenze di corretto sviluppo psicologico, al fine di un completo reinserimento sociale. Pertanto, la Corte Costituzionale si è adoperata per adattare, «nel rispetto dei principi cardine di tutela penale del minore» il sistema previsto per gli adulti «alle prospettive di recupero del soggetto (minorenne) deviante».

 

Le misure alternative alla detenzione previste dalla L. 354/1975 sono:

 

affidamento in prova ai servizi sociali (art. 47);

 

detenzione domiciliare (art. 47ter);

 

semilibertà (art. 50);

 

liberazione anticipata (art. 54).

 

L’applicazione è disposta dal Tribunale di Sorveglianza competente per territorio (luogo in cui il condannato risiede, se libero, o è detenuto se ristretto in carcere); per la concessione della liberazione anticipata è, invece, competente il Magistrato di Sorveglianza.

Si applica ai minori la stessa disciplina dell’affidamento in prova prevista per gli adulti con la particolarità degli artt. 12 e 24 disp. att. c.p.p.m., che prevedono servizi polifunzionali diurni e l’esecuzione tramite i servizi sociali minorili.

I centri della giustizia minorile attivano, quindi, con gli enti locali, programmi educativi di studio e di formazione lavoro, di tempo libero e di animazione anche per l’attuazione delle misure cautelari, alternative e sostitutive, attraverso servizi polifunzionali diurni ai quali è ammessa la partecipazione di minorenni non sottoposti a procedimenti penali.

L’affidamento in prova è disciplinato dall’art. 47 o.p. e consiste nell’affidamento al servizio sociale del condannato fuori dall’istituto di pena per un periodo uguale a quello della pena da scontare.

 

Requisiti per la concessione sono:

 

– pena detentiva inflitta, o anche residuo pena, non superiore a tre anni; pena, anche residua, non superiore a quattro anni di detenzione, quando abbia serbato, quantomeno nell’anno precedente alla presentazione della richiesta, trascorso in espiazione di pena, in esecuzione di una misura cautelare ovvero in libertà, un comportamento tale da consentire il giudizio previsto dalla legge per l’adozione del provvedimento di affidamento in prova;

 

– osservazione della personalità, condotta collegialmente in istituto, nei casi in cui si può ritenere che il provvedimento, anche attraverso le prescrizioni, contribuisca alla rieducazione del reo e assicuri la prevenzione del pericolo che egli commetta altri reati;

 

– aver tenuto un comportamento tale da consentire lo stesso giudizio di cui sopra anche senza procedere all’osservazione in istituto.

 

L’affidato deve eseguire degli obblighi; all’atto dell’affidamento viene redatto un verbale in cui sono dettate le prescrizioni che il soggetto dovrà seguire. Il servizio sociale controlla la condotta del soggetto. Le suddette prescrizioni possono essere temporaneamente derogate. Le deroghe devono essere autorizzate, nei casi di urgenza, dal direttore dell’ufficio di esecuzione penale esterna, dandone immediata comunicazione al magistrato di sorveglianza e facendolo presente nella relazione periodica presentata allo stesso sul comportamento del condannato.

Il provvedimento è adottato: per l’imputato libero, sulla base delle relazioni dei Servizi Sociali e del Commissariato di Polizia o Stazione dei Carabinieri competente sul territorio di residenza, tenendo nel debito conto gli eventuali percorsi di studio e/o di lavoro che il minore stesso o i suoi genitori siano riusciti a mettere in cantiere per dare un senso vero e profondo al cambiamento che si vuole essere avvenuto nel giovane condannato; per l’imputato detenuto, il provvedimento suddetto è adottato, oltre che sulla scorta delle informazioni che si richiedono per l’imputato libero, anche e soprattutto sulla base della valutazione complessiva della sua personalità quale si è manifestata all’interno dell’istituto penitenziario per almeno un mese.

 

La detenzione domiciliare consiste nella possibilità per il condannato alla pena della reclusione non superiore ai quattro anni, o che deve scontare una residua pena di uguale durata, o alla pena dell’arresto, di espiare la pena stessa presso la propria abitazione, o in altro luogo di privata dimora o in luogo pubblico di cura, di assistenza e accoglimento.

La detenzione domiciliare, che viene applicata, nella fase dell’esecuzione penale, dal tribunale di sorveglianza, ai sensi dell’art. 47ter, co. 1, lett. e), o.p., può essere concessa, tra l’altro, a persona minore degli anni ventuno per comprovate esigenze di salute, di studio, di lavoro e di famiglia.

Il tribunale di sorveglianza, nel disporre la detenzione domiciliare, ne fissa le modalità secondo quanto stabilito dal secondo comma dell’articolo 284 c.p.p. Determina e impartisce altresì le disposizioni per gli interventi del servizio sociale. Tali prescrizioni e disposizioni possono essere modificate dal magistrato di sorveglianza competente per il luogo in cui si svolge la detenzione domiciliare.

La detenzione domiciliare è revocata se il comportamento del soggetto, contrario alla legge o alle prescrizioni dettate, appare incompatibile con la prosecuzione delle misure. Deve essere inoltre revocata quando vengono a cessare le condizioni previste nei co. 1 e 1bis dell’art. 47ter. Il condannato che, essendo in stato di detenzione nella propria abitazione o in un altro dei luoghi indicati, se ne allontana commette il reato di evasione. La denuncia per tale reato, importa la sospensione del beneficio e la condanna ne importa la revoca.

 

La possibilità di usufruire di permessi-premio non è più legata esclusivamente ad eventi familiari di particolare gravità. È data, ora, la possibilità ai condannati detenuti con sentenza irrevocabile, che manifestano senso di responsabilità e correttezza nel comportamento personale, di tenere vivi contatti con il mondo esterno mediante ritorni, seppure di breve durata, nel contesto sociale da cui erano stati allontanati.

Relativamente ai condannati minorenni (art. 30ter, co. 2, o.p.) fermo restando, infatti, l’accertamento relativo alla regolare condotta (che presuppone, durante la detenzione, la manifestazione costante del senso di responsabilità e di correttezza nel comportamento personale, nelle attività organizzate negli istituti e nelle eventuali attività lavorative e culturali) è previsto che il magistrato di sorveglianza può concedere i permessi premio per una durata che non sia superiore, ogni volta, a venti giorni (in luogo del limite di quindici giorni stabilito per i condannati maggiorenni), per una durata complessiva, in ciascun an-no di espiazione, non eccedente i sessanta giorni (rispetto ai quarantacinque negli altri casi).

 

La semilibertà consiste nella concessione al condannato e all’internato di trascorrere parte del giorno fuori dall’istituto penitenziario per partecipare ad attività lavorative, istruttive e utili al reinserimento sociale. Possono essere espiate in semilibertà la pena dell’arresto (senza limitazioni), la pena della reclusione e anche la pena dell’ergastolo. In relazione ai minorenni, l’art. 11 disp. att c.p.p.m. prevede istituti di semilibertà e semidetenzione organizzati in modo da assicurare una effettiva integrazione con la comunità esterna. Nelle attività scolastiche, di formazione lavoro e di tempo libero, sono valorizza-te, in collaborazione con i servizi degli enti locali, le risorse del territorio.

 

La liberazione anticipata (art. 54 o.p.), consiste nella detrazione di 45 giorni per ogni semestre di pena espiata, in caso di buona condotta intramuraria e di positiva partecipa-zione al trattamento rieducativo. Essa è concessa dal Magistrato di sorveglianza.

 

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