Blog, sequestri e bavagli: a breve l’attesa sentenza della Cassazione
Editoriali
26 apr 2012
 
L'autore
 

Formato all'università L.U.I.S.S. di Roma, attualmente esercita la professione di avvocato a Cosenza. Già collaboratore presso l'Università della Calabr [...]

 

Blog, sequestri e bavagli: a breve l’attesa sentenza della Cassazione

Ai blog si applicano le regole previste per le testate giornalistiche? A breve la sentenza della Cassazione.

 

Tra poche settimane la Cassazione emetterà l’attesa sentenza che potrebbe definitivamente cambiare, in Italia, il mondo dei blog e del web: in particolare, i giudici della Suprema Corte saranno chiamati a decidere se i blog possono continuare a esistere e operare liberamente come hanno fatto sino ad oggi o, invece devono rispettare la legge sull’editoria [1] e quindi, tra gli altri obblighi, vanno registrati in tribunale. Con applicazione, in caso di disobbedienza, di sanzioni penali molto gravi, incluse pene carcerarie.

 

La vicenda è scoppiata nel 2008 per via della chiusura coattiva, da parte della magistratura, del famoso blog “accadeinsicilia” di proprietà dello storico e saggista Carlo Ruta, che peraltro ebbi il piacere di intervistare in quella occasione.

 

I tribunali di primo e secondo grado condannarono il giornalista per aver tenuto un blog, coi i caratteri (secondo le sentenze in questione) della periodicità e della comunicazione al pubblico, caratteristiche proprie della carta stampata, senza però averlo registrato in tribunale come invece alla stampa tradizionale impone la legge sull’editoria.

 

In altre parole, il blog di Ruta venne equiparato ad una testata giornalistica perché “aggiornato con periodicità”. Addirittura, la definizione stessa di “Giornale”, con cui Ruta intese battezzare il proprio blog, secondo il giudice di primo grado doveva considerarsi essa stessa una prova del fatto che il sito fosse una normale testata giornalistica e, come tale, andava registrato. Interpretazioni così assurde che imposero al giornalista il ricorso in Cassazione.

Ed eccoci arrivati ai giorni nostri e alla fervente attesa della sentenza da parte di tutta la rete.

 

Il web è una risorsa vitale della democrazia. Da oltre un decennio, attraverso i blog, passano informazione, ricerca storica, studi scientifici di ogni genere, documentazione sociale e civile. Essi sono il mezzo con cui si esercita la vera e propria sovranità del popolo, perché strumenti di rivoluzione culturale e giuridica. Costituiscono peraltro il viadotto per la sopravvivenza della cultura indipendente e apartitica.

 

Non in ultimo, i blog – ma, in generale, tutto il web – sono l’ultimo baluardo della meritocrazia, dove il numero di visite non può essere falsato da qualche sovvenzione statale o da strumenti di coercizione psicologica. I click indicano la preferenza della gente comune. E la gente comune non “ama” su raccomandazione.

 

Una condanna definitiva nei confronti di Ruta potrebbe costituire purtroppo un significativo punto fermo giurisprudenziale per chiudere i conti con la comunicazione in rete. Al contrario, l’assoluzione scongiurerebbe questo pericolo e creerebbe un fondamento per il legislatore, affinché legiferi in maniera conseguente.

Peraltro, proprio di questi giorni è la notizia del riaffiorare, nelle pieghe del “decreto giustizia” del Governo, della famigerata norma “ammazza-blog”, inizialmente inserita nel DDL sulle intercettazioni e oggi ripescata nuovamente a sorpresa.

 

Ancora una volta è in discussione la libertà di espressione, di ricerca e d’informazione, di cui è garante la Costituzione del Paese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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[1] Legge n. 47 del 1948.

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Commenti
28 apr 2012 Domenico Corradini H. Broussard

«Illustre Avvocato Angelo Greco, me lo concede un quasi fuori tema sui black blog»?

Che cosa di nuovo abbia detto ieri la Severino in Lussemburgo rispetto a quello che aveva detto 24 ore prima a Perugia, io non l’ho capito.

In Lussemburgo ha detto: «La manifestazione del pensiero dev’essere libera, ma non arbitraria e irrispettosa del diritto degli altri».

A Perugia aveva detto: «Il fatto di scrivere su un blog non ti autorizza a scrivere qualunque cosa, soprattutto se stai trattando di diritti di altri. Ricordiamoci che i diritti di ciascuno di noi sono limitati da quelli degli altri. Non posso intaccarli solo perché sono lasciato libero di scrivere».

Nell’un caso e nell’altro, la Severino ha recitato un paio di frasette neppure degne di una lezioncina tenuta in una qualche scuola superiore. Gli studenti di primo anno di una qualche Facoltà di giurisprudenza, a sentire quelle frasette, o l’avrebbero fischiata o avrebbero abbandonato l’aula.

È saputo e risaputo, almeno dai tempi di Locke, che «la mia libertà finisce là dove comincia la tua».

È saputo e risaputo, almeno dall’entrata in vigore della Costituzione il 1° gennaio 1948 e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e poi a Strasburgo il 12 dicembre 2007, che la libertà di manifestare il proprio pensiero incontra limiti se lede l’altrui dignità.

Dopo Perugia, Pina Picierno, membro Pd della commissione Giustizia della Camera, così si è espressa: «Sul bavaglio al web la nostra posizione è molto chiara: non accetteremo nessuna norma che introduca limitazioni, anche indirette, alla libertà di espressione dei cittadini. Le norme sull’obbligo di rettifica dei blog, recentemente riproposte dal ministro Severino, vanno in questa direzione e ci trovano fermamente contrari».

Dobbiamo sperare nell’accordo firmato dai deputati Rao dell’Udc e Cassinelli del Pdl? Sperare che la Severino lo accolga nonostante la chiara presa di posizione della terza stampella che regge il governo Monti?

Mi sembra irrealistico sperarci. Sperare non nuoce però ad alcuno. Solo che tra lo «sperare» e il «fare», proprio nel caso della Severino che è maestra nella strategia del rinvio e che non a caso viene da una cultura nel suo complesso democristiana, davvero ci corre il mare.

Il mio timore che è qui ci stiano preparando un bel piattino di autoritarismo latino-americano. Il mio timore è che la Severino, della cui competenza al ministero di Giustizia continuo a dubitare, stia già immaginando i «black blog».

Distinti saluti.

dchb@libero.it

 
8 mag 2012 Giuseppe Casarrubea

Mentre nel mondo si sviluppano sempre più gli spazi di libertà nella comunicazione, quelli, per intenderci, che hanno consentito la cosiddetta rivoluzione della primavera araba, o quegli altri di alcuni Paesi, come l’Islanda, che stanno cercando di favorire il libero e gratuito accesso alle più svariate forme di comunicazione internet, in Italia, ancora oggi, si mandano sotto processo i blogger con il pretesto che sono proprietari di testate giornalistiche e, pertanto, vanno soggetti alle leggi sulla stampa. Quelle, che risalgono all’epoca fascista e che a suo tempo, nel 1948, furono fatte proprie dal nascente Stato democratico e repubblicano. Se così dovesse essere – come sta succedendo in questi giorni al nostro amico Carlo Ruta – la libertà di informazione verrebbe gravemente lesa e l’Italia rischierebbe di tornare ad essere un Paese sottoposto a censura, con una pesante limitazione dei diritti, costituzionalmente sanciti. Giuseppe Casarrubea