Scena del crimine: come muoversi
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19 Mar 2016
 
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Edizioni Simone
 


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Scena del crimine: come muoversi

Entrare sulla scena del crimine: regole di ingresso e percorso per non eliminare o alterare le tracce del reato.

 

Sia che si tratti di una scena in luogo aperto che di una in luogo chiuso muoversi sulla scena del crimine rappresenta un momento piuttosto delicato.

 

I soccorritori, di solito, non fanno molto caso a come si muovono. Le loro istanze, come è intuibile, sono ben diverse da quelle delle forze dell’ordine.

 

In realtà il protocollo 118 prevede, innanzitutto, che il soccorritore si muova in sicurezza, questo significa che se ci sono ostacoli che impediscono il passaggio prima dei soccorritori e, in previsione dell’evacuazione del paziente, dei soccorritori e della barella (o della tavola spinale), è necessario rimuoverli in modo da non rischiare di trovarsi il passaggio precluso.

 

Per esempio sulle scale di un ingresso si possono trovare vasi di fiori o tappetti o altre suppellettili: se ci si passa anche con la tavola spinale con sopra il paziente si lascia tutto com’è, ma se si nota che il passaggio è difficoltoso, si tenta, in meno tempo possibile, di spostare ciò che impedisce il percorso.

 

Se ci si trova su una scena del crimine, anche il solo spostare un vaso da fiori o un tappeto potrebbe confondere successivamente gli investigatori.

 

Va da sé che nella maggior parte dei casi i soccorritori si muovono nella maniera più comoda per loro. E non si tratta certo di noncuranza, ma semplicemente di mancanza di informazioni: i soccorritori non sanno nulla del lavoro delle forze dell’ordine. E viceversa.

 

Stiamo sempre parlando di maggioranza. Ci sono sicuramente persone bene informate, ma quello che si vuole intendere in questa sede è che, anche in materia di corsi, di training e re-training, formazione, ognuno fa per sé.

 

Sapendo che dopo i soccorritori, in qualche caso la scena verrà passata al setaccio da investigatori, forse il lavoro dei soccorritori stessi può presentare “un occhio di riguardo”.

 

Il fatto di spostare ciò che impedisce il passaggio, per esempio, potrà essere documentato: non è un problema fotografare un vaso di fiori com’era prima e come è stato spostato. Si tratta di piccole accortezze che difficilmente portano via tempo al servizio (fare una foto con un telefonino è cosa da qualche secondo) e che si possono rivelare di grande utilità per gli investigatori: avere un’idea precisa di come si trovava la scena, in questo caso il vaso di fiori, prima e dopo l’intervento dei soccorritore è fondamentale.

 

Anche perché, come poc’anzi accennato, non solo i soccorritori non sanno molto del lavoro degli investigatori, ma anche gli investigatori sanno poco e niente del lavoro dei soccorritori: non sanno chi si trova a bordo delle ambulanze, non sanno se sono medici, infermieri o soccorritori, non sanno come funziona il sistema 118, confondono spesso i ruoli e, molto spesso, hanno idea che sulle ambulanze ci siano esclusivamente volontari.

 

Detto questo, entrare sulla scena del crimine può essere complicato. Si tratta di un momento delicato: la scena incontaminata viene “violata” dall’arrivo dei soccorritori. E magari dei Vigili del fuoco e, perché no, dalle forze dell’ordine stesse.

 

 

Principio di Locard

Edmond Locard (1877-1966), francese, era un criminologo e a lui si deve il principio di interscambio che ha preso il suo nome: Locard infatti stabilì che quando due cose vengono in contatto si attua uno scambio tra loro. Entrambe quindi lasceranno qualcosa e porteranno via qualcosa.

 

Un esempio piuttosto semplice è un’impronta sulla sabbia: nella sabbia resterà l’impronta del piede e sul piede resterà la sabbia.

 

Il principio di Locard non è sempre così chiaro e semplice e molto spesso ciò che resta e ciò che viene portato via è invisibile a occhio nudo.

 

Ma partendo dal principio di interscambio può risultare più semplice muoversi sulla scena di un crimine ben sapendo che qualcosa ci resterà addosso e che qualcosa lasceremo sulla scena. E ragionando sul fatto che la stessa cosa sarà successa all’autore del reato: qualcosa deve aver lasciato e qualcosa deve essere rimasta addosso a lui.

 

Gli investigatori conducono l’indagine tenendo ben presente il principio di Locard: chi è stato sulla scena di un crimine verosimilmente vi ha lasciato le sue tracce, il suo DNA, le sue impronte digitali, magari quelle dentarie (se ha addentato una mela o il braccio della vittima). Alcuni interscambi sono visibili a occhio nudo (l’impronta di una mano insanguinata su una porta bianca, per esempio) per altri invece servono strumentazioni e apparecchiature adatte a renderli visibili (la polvere per esaltare le impronte digitali, il luminol per le tracce di sangue, le lampade a lunghezza d’onda variabile – crimescope – per l’evidenziazione di tracce biologiche o di altro materiale).

 

In tutti i casi i soccorritori che intervengono sulla scena di un crimine sanno che se ci sono entrati sicuramente hanno lasciato qualcosa di loro e quando ne escono sanno che qualcosa (anche fosse solo il dna della vittima, del paziente soccorso) è rimasto loro addosso.

 

Muoversi su una scena del crimine senza lasciare alcuna traccia sarebbe impresa ardua anche volando.

 

Per questo motivo è necessario partire dal presupposto che, come la perfezione non è di questo mondo, la scena del crimine, con l’intervento dei soccorritori, verrà sicuramente alterata.

 

Ma alterare è meno peggio di devastare completamente. Per cui sarà necessario accontentarsi.

 

Il primo passo fondamentale è tenere presente che gli autori dei crimini sono, come tutti noi, esseri economici. Ovvero fanno quello che gli conviene fare.

 

Facciamo subito un esempio pratico, in modo da rendere l’idea: siamo in strada e inizia a piovere, non abbiamo l’ombrello e abbiamo un documento che ci sta molto a cuore e che non vogliamo bagnare. Cosa facciamo?

 

Per prima cosa tenteremo di trovare un rifugio. Non dovesse esserci cammineremo rasente i muri, magari sotto i balconi dove la pioggia non riesce a raggiungerci. Poi cercheremo di mettere il documento sotto la giacca in modo da ripararlo il più possibile.

 

Il processo appena descritto è frutto di un ragionamento economico che, nella realtà, avviene nel giro di pochi, pochissimi secondi.

 

Sempre in tema di ragionamento economico, se siamo di fretta scegliamo la via più breve e più veloce per andare o tornare da qualche parte.

E, a proposito di vie più brevi, il criminale che di fretta di solito ne ha parecchia, sicuramente è arrivato sulla scena e, soprattutto, se ne è andato scegliendo la strada più ovvia.

 

Non è necessario raccontarsi tutti i milioni di casi in cui i criminali entrano ed escono dalle scene del crimine. Basta sapere che per andare dal punto A al punto B probabilmente il criminale ha tirato una linea retta e l’ha percorsa (ostacoli permettendo, naturalmente).

 

 

Il percorso del soccorritore

Il soccorritore che si trovi su una scena del crimine (vuoi perché manifesta o perché è stato avvisato che si è trattato di un crimine, vuoi perché pur non essendo manifesta e non essendo stato informato, lo sospetta) può procedere con un percorso che sicuramente il criminale non ha fatto.

 

Per avvicinarsi alla vittima che richiede cure, il soccorritore può fiancheggiare le pareti. Ovvero: invece di tracciare anche lui, come già ha fatto presumibilmente il criminale, una linea retta andando dal punto A (l’ingresso) al punto B (la vittima), può seguire i muri perimetrali della stanza, del cortile, dell’appartamento.

 

L’operazione, soprattutto se l’ambiente non è un campo di calcio, non dovrebbe richiedere molto più tempo di quanto ce ne vorrebbe seguendo la linea retta.

In questo modo le eventuali tracce lasciate dal criminale si possono considerare salve.

 

Pensiamo alle suole delle sue scarpe: magari hanno portato con sé qualcosa utile alle indagini, anche solo un’orma, ancorché parziale, può aiutare gli investigatori.

 

Se l’orma e le tracce vengono calpestate dal soccorritore (che poi sono almeno due su ogni ambulanza, tra l’altro, spesso si aggiungono anche l’infermiere dell’auto infermieristica o il medico dell’auto medica) chi farà le indagini avrà poco dell’autore e molto di chi ha soccorso la vittima. In relazione a quanto detto, in un soccorso ideale sarebbe auspicabile che il soccorritore indossasse, oltre ai guanti, anche dei calzari, in modo da non lasciare sulla scena tracce delle sue calzature che possano impedire l’evidenziazione delle tracce già presenti.

 

In questa ottica, dato che il servizio in ambulanza inizia minuti prima rispetto all’arrivo sul posto, non è impossibile utilizzare parte del tempo (pochi secondi) del tragitto per indossare presìdi, come appunto calzari e guanti, ad hoc per preservare le tracce e, altresì, per proteggersi.

 

Nel delitto di Chiara Poggi e nell’omicidio di Meredith Kercher erano evidenti le impronte lasciate dalle suole delle scarpe degli assassini.

 

Nelle scene del crimine caratterizzate da una grande quantità di sangue è bene che il soccorritore valuti anche la possibilità di cambiarsi più volte calzari e guanti, che imbrattandosi con l’uso, possono contaminare aree pulite nonché lo stesso soccorritore esponendolo a ulteriori rischi.

 

Gli investigatori, quando iniziano un’indagine, si domandano se la scena così come gli si presenta sia la stessa che è stata lasciata dall’autore del reato.

E iniziano con domande semplici: la luce era accesa o spenta? La porta di ingresso era aperta o chiusa? E le finestre? Erano aperte o chiuse?

Domande che, a prima vista, sembrano piuttosto banali. Un non addetto ai lavori potrebbe non cogliere l’importanza di questi che dettagli non sono.

 

Chiunque abbia letto un libro giallo d’altri tempi (di Agatha Christie, per esempio) sa che le porte e le finestre c’entrano sempre con la risoluzione del caso.

 

Nella realtà non è detto che c’entrino sempre, ma è meglio tenerne conto. E gli investigatori bravi lo fanno.

Di solito chi entra in una casa che non è la sua o ha trovato le chiavi da qualche parte, o si fa aprire la porta da qualcuno (chi è in casa, per esempio) oppure deve ricorrere alla violenza e scassinarla.

E ancora. Se è entrato dalla finestra e poi è fuggito dalla stessa finestra difficilmente è riuscito a chiuderla (non dall’interno, comunque).

Se invece è entrato dalla finestra e poi è uscito dalla porta può essere che la finestra sia aperta o chiusa (dipende se il criminale ha avuto tempo e voglia di chiuderla).

 

Se l’irruzione nell’ambiente chiuso è stata diurna, la luce sarà spenta: c’era ancora luce quando il criminale se ne è andato, per cui non ha avuto bisogno di accenderla.

Se invece l’irruzione è stata serale o notturna (e in casa pensava non ci fosse nessuno) magari ha acceso le luci: giusto per vedere dove mettere i piedi.

 

C’è anche il fattore abitudine. Quando lasciamo un ambiente spesso siamo preda del “l’ultimo chiuda la porta”. Per cui, istintivamente, chiudiamo le porte e spegniamo la luce.

 

Il criminale, che spesso fa le cose in fretta (il suo obiettivo principale è non farsi prendere), in qualche occasione resta “vittima” di gesti abitudinari. In questi casi può essere che, dopo aver svaligiato un intero appartamento con i guanti calzati, aver legato le vittime, magari averle picchiate, alla fine di tutto si levi i guanti. E poi spenga la luce. Abitudine.

Sull’interruttore l’ultima impronta sarà la sua.

 

Se i soccorritori (e, magari prima di loro, le forze dell’ordine o i vigili del fuco) entrando accendono per prima cosa la luce, magari senza guanti (dato che il protocollo prevede di indossarli prima di toccare la vittima, ma non necessariamente prima di entrare in un appartamento) a quel punto l’unica impronta disponibile verrà seriamente compromessa.

 

Luci, porte e finestre: il ruolo del soccorritore

Il soccorritore che voglia preservare eventuali tracce non visibili a occhio nudo (le impronte digitali, per esempio, devono essere esaltate con polveri per essere poi viste e rilevate, proprio come si vede fare in tv nei telefilm come CSI) deve preoccuparsi di indossare i guanti in lattice prima di intervenire sulla scena. In questo modo, anche se gli capitasse di dover toccare qualcosa, almeno non lascerà le sue impronte digitali.

 

Ricordarsi se una luce era accesa o spenta entrando in una stanza è utile alle indagini: se il soccorritore è costretto ad accenderla dovrebbe, come detto, farlo con i guanti e, comunque, dovrebbe poi comunicare che ha acceso la luce agli investigatori.

Si tratta pur sempre di un’alterazione della scena del crimine.

 

Lo stesso dicasi se ha aperto o chiuso le finestre. Le maniglie, anche in questo caso, andrebbero toccate il meno possibile e sempre con i guanti.

 

Naturalmente la porta di ingresso è fondamentale. Se arrivando il soccorritore l’ha trovata aperta (nel senso di non chiusa a chiave o socchiusa) deve riferirlo. Si tratta di un dettaglio importante.

Anche in questo caso dovrebbe preoccuparsi, come detto, di indossare i guanti. Sulla porta e sulla maniglia (presumibilmente toccate dal criminale) ci potrebbero essere tracce importanti: DNA, impronte digitali, orme di scarpe (se l’ha presa a calci o l’ha aperta o chiusa aiutandosi con un piede).

 

 

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