Se il coniuge vende un bene in comunione senza autorizzazione
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20 Mar 2016
 
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Se il coniuge vende un bene in comunione senza autorizzazione

La differenza in caso di vendita di un immobile, un’auto o un bene immobile: i diritti del coniuge ignaro della vendita e del terzo acquirente.

 

La vendita che il coniuge abbia fatto, senza autorizzazione dell’altro, di uno dei beni facenti parte della comunione legale è annullabile entro un anno. Sul punto è intervenuta una interessante sentenza della Cassazione [1] a chiarire determinati aspetti. Li analizziamo in questa rapida scheda. Ma procediamo con ordine.

 

 

Cosa comporta la comunione dei beni

Il regime di comunione crea, come noto, una sorta di contitolarità su tutti i beni acquistati dopo le nozze (sicché, in caso di separazione, essi andranno divisi paritariamente al 50% tra i due).

 

I beni in comunione possono essere usati e amministrati disgiuntamente da ciascuno dei due coniugi senza bisogno del consenso dell’altro. Al contrario, gli atti di straordinaria amministrazione richiedono il consenso di entrambi. Un tipico esempio di atto di straordinaria amministrazione è la vendita.

I coniugi devono stipulare congiuntamente gli atti di straordinaria amministrazione; tuttavia, un coniuge può stipulare singolarmente uno dei suddetti atti se ha il consenso dell’altro coniuge.

 

La mancanza del consenso di uno dei due coniugi non comporta sempre l’invalidità dell’atto: infatti le conseguenze sono diverse a seconda che la vendita abbia avuto ad oggetto un bene mobile (per es. un gioiello) o un bene immobile (per es. la casa) cui viene assimilata anche l’automobile (considerata “bene mobile registrato”).

 

 

Vendita di beni mobili

Nel caso di beni mobili, l’altro coniuge può prestare il consenso senza particolari formalità, ad esempio con una lettera spedita all’altro coniuge o al terzo (meglio utilizzare una raccomandata per via della “data certa” che essa garantisce grazie al timbro postale).

Se un coniuge vende un bene mobile senza il consenso dell’altro, la vendita è pienamente valida ed efficace. Tuttavia, il coniuge “estromesso” dalla scelta può tutelarsi chiedendo all’altro che ricostituisca la comunione nello stato in cui era prima del compimento dell’atto. Il che può avvenire, ad esempio, obbligandolo a riacquistare lo stesso bene o uno equivalente oppure, se ciò non è possibile, imponendogli di pagare, in favore della comunione, l’equivalente del bene secondo i valori correnti all’epoca della ricostituzione.

Per esempio, Tizio vende un gioiello di famiglia raro e pregiato, che ormai non si produce più. Caia, venendo a sapere dell’atto, può imporre a Tizio di versare, sul conto corrente comune, una somma pari al valore del prezioso.

 

Il terzo acquirente, che ha comprato il bene dal coniuge senza autorizzazione, non subisce alcun pregiudizio e non può essere obbligato a restituire il bene.

 

 

Vendita di beni immobili e auto

Diverso il discorso se la vendita ha avuto ad oggetto un immobile o un bene mobile registrato (l’auto, la barca, ecc.). In questo caso, la vendita è efficace, ma può essere dichiarata nulla se il coniuge “estromesso” la impugna entro 1 anno.

 

In particolare, il coniuge che non ha prestato il proprio consenso può rivolgersi al giudice per chiedere l’annullamento dell’atto di compravendita entro il termine categorico di un anno che decorre:

 

– dalla trascrizione dell’atto;

– o, se l’atto non è stato mai trascritto, da quando egli ne ha avuto conoscenza;

– o, infine, dallo scioglimento della comunione se l’atto non è stato trascritto e non ne è venuto a conoscenza.

 

A differenza di quanto accade con i beni mobili, qui l’annullamento dell’atto travolge anche i diritti del terzo acquirente, il quale sarà tenuto a restituire il bene (difatti l’annullamento ha “efficacia retroattiva”). Per cui, il coniuge che ha venduto il bene senza autorizzazione, dovrà anche restituire al terzo il prezzo da questi pagato, posto l’obbligo per il terzo di restituzione. Il terzo potrebbe altresì chiedere un ulteriore risarcimento del danno se dimostra che, dall’operazione, ha subìto una perdita economica (per es. non aver potuto approfittare di altre occasioni parimenti convenienti).

 

In ogni caso, il terzo che ha acquistato non può richiedere l’annullamento dell’atto per mancanza del consenso perché questa azione spetta solo all’altro coniuge.

 

 

La convalida della vendita senza consenso

Se, invece, il coniuge che non ha prestato il consenso intende “soprassedere” sul fatto e, quindi, sanarlo, può convalidarlo, il che succede per esempio se lo ritiene opportuno o vantaggioso.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 13 gennaio – 17 marzo 2016, n. 5326
Presidente Mazzacane – Relatore Migliucci

Svolgimento del processo

1. A.R. , Silvia e Umberto, figli nati dal primo matrimonio contratto tra A.A. e Al.Gi. , deceduta il 20/7/1968, proponevano azione di riduzione delle disposizioni testamentarie contenute nel testamento olografo redatto il 13/11/1983 da A.A. (deceduto il (omissis)) chiedendo la divisione dei beni ereditari nei confronti della seconda moglie del de cuius, Al.Do. , e del figlio di secondo letto A.D. , ai quali A.A. con il testamento del 1983 aveva devoluto tutti i suoi beni (un appartamento ed un magazzino siti in (omissis) ) con attribuzione del diritto di usufrutto su entrambi i beni immobili alla moglie Al. e della nuda proprietà al figlio D..
A sostegno della domanda di riduzione gli attori deducevano: a) che il padre A. aveva disposto con il testamento anche della quota del 50% degli immobili appartenente, invece, alla prima moglie nonché loro madre, Al.Gi. , deceduta il (omissis), (quota che per successione legittima andava attribuita per metà al marito A.A. e la restante metà ai quattro figli: R. , S. , U. e G. , deceduta il (…), la cui quota, pari ad un ottavo, essendo deceduta senza figli ed avendo il marito rinunciato ala sua eredità,

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[1] Cass. sent. n. 5326/16 del 17.03.2016.

 

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