Licenziamento e repechage: la prova è del datore di lavoro
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24 Mar 2016
 
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Maria Monteleone
 


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Licenziamento e repechage: la prova è del datore di lavoro

In caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, il datore di lavoro deve provare sia le ragioni aziendali che hanno determinato il recesso sia l’impossibilità di repechage del lavoratore.
 

In caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, spetta al datore di lavoro e non al dipendente, la prova dell’impossibilità di repechage, cioè di “ripescaggio” del lavoratore con l’assegnazione di altre mansioni equivalenti o eventualmente inferiori.

 

È quanto affermato da una recente sentenza della Cassazione [1] secondo cui, dato che la legge prevede espressamente a carico del datore di lavoro l’onere di dimostrare il giustificato motivo oggettivo del licenziamento [2], deve ritenersi a carico di quest’ultimo anche l’onere di provare l’impossibilità di adempiere all’obbligo di repechage.

 

In altri termini, qualora il datore di lavoro licenzi i propri dipendenti per specifiche esigenze aziendali inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento (per esempio chiusura di un ufficio o reparto al quale i lavoratori erano addetti), deve dimostrare oltre all’effettività della ragione oggettiva del licenziamento, anche l’impossibilità di adibire i lavoratori ad altre mansioni nella stessa azienda riorganizzata.

 

Il licenziamento deve infatti costituire un provvedimento estremo, utilizzabile solo quando il lavoratore, non possa essere in alcun modo “ripescato” nel nuovo assetto aziendale risultante dalla chiusura di reparti, uffici, settori produttivi ecc.

 

Secondo i giudici, la prova del giustificato motivo oggettivo e dell’impossibilità di adempimento dell’obbligo di repechage vanno di pari passo e non è possibile scinderle. Non è quindi condivisibile l’orientamento giurisprudenziale, seppur consolidato [3], secondo il quale spetterebbe al datore di lavoro la prova del motivo oggettivo e al dipendente la prova della possibilità di essere adibito a mansioni diverse.

 

Il lavoratore è infatti estraneo all’organizzazione aziendale [4] e non sarebbe oggettivamente in grado di fornire la prova del ripescaggio in merito agli eventuali posti disponibili, alle mansioni assegnabili, alle competenze richieste ecc.

 

L’onere della prova della impossibilità di adibire il lavoratore allo svolgimento di mansioni analoghe e quelle svolte in precedenza non può essere posto direttamente o indirettamente a carico del lavoratore, neppure al solo fine della indicazione di posti di lavoro assegnabili; grava interamente sul datore di lavoro la dimostrazione della impossibilità di utilizzare il dipendente in altro settore della stessa azienda.

 

La legge pone espressamente a carico del datore di lavoro “l’onere della prova della sussistenza del giustificato motivo di licenziamento”: si tratta del motivo determinato da ragioni tecniche, organizzative e produttive, addotto dal datore di lavoro, essendo invece insindacabile la scelta dei criteri di gestione dell’impresa, espressione della libertà di iniziativa economica.

 

Secondo la Suprema Corte, nel motivo oggettivo, rientra il requisito dell’impossibilità di repechage, quale criterio di integrazione delle ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro ed al regolare funzionamento di essa, nella modulazione della loro diretta incidenza sulla posizione del singolo lavoratore licenziato, derogabile soltanto quando il motivo consista nella generica esigenza di riduzione di personale omogeneo e fungibile.

 

Dunque, in sede di impugnazione del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, il lavoratore deve allegare la fonte del proprio diritto (rapporto di lavoro) e l’inadempimento del datore di lavoro (illegittimo esercizio del diritto di recesso per giustificato motivo oggettivo); il datore di lavoro, invece, è onerato della prova del fatto estintivo (legittimo esercizio del diritto di recesso per giustificato motivo oggettivo nella ricorrenza dei suoi presupposti, tra i quali anche l’impossibilità di repechage).

 

L’onere probatorio a carico del datore dell’impossibilità di repechage risponde al principio di vicinanza della prova, in base al quale la prova deve essere fornita dalla parte che più facilmente può fornirla (alla quale appunto è più vicina).

Tale principio risponde all’esigenza di non rendere eccessivamente difficile l’esercizio del diritto del creditore a reagire all’inadempimento, senza peraltro penalizzare il diritto di difesa del debitore, in quanto si trova nella migliore disponibilità degli elementi per dimostrare le ragioni del proprio comportamento.

 

Dunque, l’onere della prova è a carico del datore di lavoro, per la maggiore vicinanza di allegazione e prova dell’impossibilità di repechage, non disponendo il lavoratore, al contrario del primo, della completezza di informazione sulle condizioni dell’impresa, tanto più in una condizione di crisi, in cui esse mutano continuamente a misura della sua evoluzione e degli interventi imprenditoriali per rimediarvi o comunque indirizzarne gli sbocchi.

 

In conclusione, la Cassazione pronuncia il seguente principio di diritto: “In materia di illegittimo licenziamento per giustificato motivo oggettivo, spetta al datare di lavoro l’allegazione e la prova dell’impossibilità di repechage del lavoratore licenziato, in quanto requisito del giustificato motivo di licenziamento, con esclusione di un onere di allegazione al riguardo del secondo, essendo contraria agli ordinari principi processuali una divaricazione tra i due suddetti oneri, entrambi spettanti alla parte deducente”.

 


La sentenza

Corte di Cassazione

Sentenza del 22 marzo 2016, n. 5592

Con sentenza 13 febbraio 2013, la Corte d’appello di Trieste respingeva l’appello proposto da A.P. (dipendente da marzo 2006 di H. s.p.a. quale quadro A 3 ai sensi del CCNL per il settore chimico e con mansioni di direttore commerciale della divisione Geotecnica, a suo dire demansionato per il trasferimento nel marzo 2008 alla direzione della divisione Applicazioni Industriali e quindi licenziato per giustificato motivo oggettivo) avverso la sentenza di primo grado, che ne aveva rigettato le domande di illegittimità del licenziamento intimatogli con lettera del 17 marzo 2009, di condanna della società datrice alla reintegrazione nel posto di lavoro e al risarcimento dei danni, patrimoniali e non, compensando tra le parti le spese di giudizio.

Sulla base degli scrutinati dati di bilancio, dei licenziamenti operati nel periodo all’interno della divisione Applicazioni Industriali e dell’ammissione della società alla Cassa Integrazione Guadagni richiesta nell’ottobre 2009, la Corte territoriale riteneva provata l’effettiva ricorrenza del giustificato motivo oggettivo, sub specie

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[1] Cass. sent. n. 5592 del 22.3.2016.

[2] Art. 5, L. 604/1966.

[3] Sentenze di orientamento opposto: Cass. n. 11775/2012; n. 7381/2010; n. 21579/2008; n. 12769/2005; n. 10916/2004.

[4] Cass. 18 aprile 1991, n. 4164.

 

Autore immagine: 123f com

 


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