Come si calcola il netto in busta paga?
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28 Mar 2016
 
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Noemi Secci
 


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Come si calcola il netto in busta paga?

Lavoro dipendente e cococo: come si arriva dallo stipendio lordo al netto in busta paga.

 

Quando firmiamo un contratto di lavoro dipendente, all’interno del documento non viene mai indicata la paga mensile che effettivamente andremo a prendere, ma soltanto lo stipendio lordo, in base al livello in cui siamo inquadrati.

Lo stesso avviene nei contratti di collaborazione, nei quali è indicato il compenso lordo. Per arrivare al netto in busta paga, è necessario togliere i contributi previdenziali,  le imposte ed eventuali ulteriori trattenute.

Vediamo, in questa semplice guida, come si fa ad arrivare dal lordo al netto dello stipendio.

 

 

Contributi previdenziali a carico del lavoratore

In primo luogo, dallo stipendio lordo bisogna togliere una determinata percentuale, che rappresenta i contributi previdenziali a carico del lavoratore: nei contributi previdenziali sono compresi i versamenti per l’assicurazione IVS (Invalidità Vecchiaia e Superstiti: si tratta, in pratica, dei versamenti per la pensione), quelli per la maternità e la malattia, per la disoccupazione, per il Fondo di garanzia per il TFR, per gli assegni familiari. In alcuni casi sono trattenuti i contributi per la cassa integrazione e la mobilità (che cesserà di esistere il prossimo anno).

La percentuale è pari al 9,19% per la maggioranza dei lavoratori subordinati (l’aliquota complessiva dipende dall’inquadramento dell’azienda e del lavoratore). Per i parasubordinati (cococo) è pari al  10,57% (cioè a 1/3 di 31,72%, l’aliquota complessiva per gli iscritti alla Gestione Separata).

 

Attenzione: non sempre la percentuale di contributi deve essere calcolata sull’intero stipendio lordo. La contribuzione, difatti sul solo imponibile del mese; non sono imponibili ai fini previdenziali diverse competenze, come:

 

– gli 80 euro spettanti come credito d’imposta (il noto Bonus Renzi);

– i rimborsi chilometrici calcolati sulla base delle tabelle Aci ed i rimborsi spese analitici in genere;

– le somme poste a carico di gestioni assistenziali e previdenziali obbligatorie per legge (ad esempio indennità di malattia, di maternità, d’infortunio);

– i trattamenti di famiglia (come gli assegni al nucleo familiare);

– i buoni pasto elettronici, sino al valore di 7 euro l’uno, ed i buoni pasto cartacei, sino a 5,29 euro l’uno; l’indennità sostitutiva di mensa, sino a 5,29 euro al giorno;

– le indennità di trasferta in Italia (sino a 46,48 euro giornalieri) e all’estero (sino a 77,47 euro giornalieri);

– il TFR e le indennità legate al termine del rapporto.

 

Possono essere sottratti dalla paga ulteriori contributi, come quelli versati alla previdenza complementare e agli enti bilaterali a carico del lavoratore, che danno luogo a prestazioni accessorie.

 

 

Imposte a carico del lavoratore

Sottratti i contributi dalla paga, arriviamo all’imponibile fiscale, o Irpef: sono fuori dall’imponibile le voci elencate nel precedente paragrafo, ad esclusione dell’indennità di malattia e maternità, imponibili ai soli fini fiscali.

A questo punto, deve essere calcolata l’Irpef lorda, cioè l’imposta sul reddito delle persone fisiche;  l’Irpef non è determinata applicando un’unica aliquota sull’imponibile, ma le aliquote sono applicate per scaglioni:

 

23% sino a 15000 euro annui d’imponibile (1250 euro mensili);

27% da 15000 sino a 28000 euro annui d’imponibile (da 1250 euro mensili sino a 2.333,33 euro mensili);

38% da 28000 sino a 55000 euro annui d’imponibile (da 2.333,33  euro mensili sino a 4.583,33 euro mensili);

41% da 55000 sino a 75000 euro annui d’imponibile (da 4.583,33 euro mensili sino a 6.250 euro mensili);

43% oltre i 75.000 euro (oltre i 6.250 euro mensili).

 

Dall’imposta lorda così determinata devono essere però sottratte:

– le detrazioni per lavoro dipendente (che spettano anche ai cococo in quanto si tratta di un reddito, dal 2001,assimilato al lavoro dipendente);

– le detrazioni per carichi di famiglia (ad esempio coniuge e figli a carico).

Ogni detrazione è calcolata con una diversa formula matematica, che cambia in ragione del tipo di detrazione e del reddito.

 

Oltre all’Irpef devono essere trattenute anche l’addizionale regionale e l’addizionale comunale in acconto e a saldo: l’ammontare delle addizionali è solitamente determinato in sede di conguaglio annuale.

L’addizionale regionale a saldo è trattenuta in 11 rate, da gennaio a novembre dell’anno successivo a cui si riferisce l’imposta; lo stesso per l’addizionale comunale a saldo, mentre per l’addizionale comunale in acconto, pari al 30% dell’addizionale calcolata in sede di conguaglio, le rate sono 9, da marzo a novembre.

L’ammontare delle addizionali cambia a seconda della regione e del comune di residenza del lavoratore.

 

 

Netto in busta

Riassumendo i vari passaggi, per arrivare al netto in busta, si devono togliere dalla somma dei componenti positivi:

 

– i contributi previdenziali, assistenziali o a favore di particolari enti a carico del lavoratore;

– le imposte al netto delle detrazioni.

 

Il lavoratore può comunque avere delle ulteriori trattenute in busta, come il contributo al sindacato presso cui è iscritto; oppure, può avere in corso una cessione del quinto dovuta a un prestito. In questo caso, sottratte tali ulteriori trattenute, si arriva, finalmente, al netto in busta paga.


 


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Commenti
28 Mar 2016 M. Pagani

possibile che nessuno consideri, nessuno tra l’altro lo menziona nemmeno, le imposte che il datore di lavoro mensilmente versa oltre a quelle che mette in busta paga come TASSE????

 
Noemi Secci
28 Mar 2016 Noemi Secci

Sul fatto che il livello di tassazione nei confronti di dipendenti e datori di lavoro sia vergognoso mi trova d’accordo, tuttavia in questo contesto ho parlato solo delle ritenute a carico del lavoratore. E’ un argomento interessante, lo affronteremo senz’altro, comunque.