Malattia, il datore di lavoro può rifiutarsi di concederla?
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28 Mar 2016
 
L'autore
Noemi Secci
 


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Malattia, il datore di lavoro può rifiutarsi di concederla?

Assenze per malattia: quando si può mancare dal lavoro, per quanto tempo, adempimenti del dipendente.

 

Che cosa faccio se il datore di lavoro non mi concede la malattia? Sono in molti a porsi questa domanda, ma il problema, in realtà, non ha ragion d’essere: non è il datore di lavoro a dovere concedere le giornate di malattia, difatti, ma è il medico curante a decidere se il dipendente ha necessità o meno di cure e riposo ed a stabilire le giornate di assenza.

Il dipendente, nel caso in cui si manifesti una patologia, deve recarsi dal proprio medico curante, che lo sottopone ad una visita e stabilisce le giornate di riposo necessarie per guarire. Al termine della visita il medico emette un certificato, che è trasmesso telematicamente all’Inps ed è visionabile dall’azienda: il datore non può dunque fare nulla per opporsi; può soltanto chiedere una verifica della patologia avvalendosi del medico fiscale dell’Inps.

 

La questione è invece più complessa in determinate situazioni: parliamo dei casi in cui il lavoratore è vicino al superamento del periodo di comporto, in quanto si è assentato nei limiti massimi previsti dalla legge e dai contratti collettivi. In queste ipotesi, al superamento del limite massimo tutelato, il datore di lavoro può licenziare il dipendente. Un diritto più limitato a fruire dell’indennità di malattia è previsto anche per i lavoratori a termine e gli operai agricoli a tempo indeterminato: vediamo brevemente questi casi particolari.

 

 

Periodo di comporto

Il periodo di comporto, come abbiamo detto,  è l’arco di tempo durante il quale il lavoratore in malattia ha diritto alla conservazione del posto: il comporto può essere secco, quando è computato in base a un’unica malattia, oppure per sommatoria, quando si riferisce al cumulo di più assenze.

La durata del periodo tutelato non è uguale per tutti i lavoratori, ma cambia a seconda del contratto collettivo applicato; la legge regolamenta soltanto il comporto degli impiegati, pari a:

 

– un massimo di 3 mesi, se l’anzianità di servizio non supera i 10 mesi;

– un massimo di 6 mesi, se se l’anzianità supera i 10 mesi.

 

I contratti collettivi possono contenere comunque previsioni di miglior favore.

Per gli operai, la disciplina è invece interamente  demandata alla contrattazione collettiva.

 

 

Periodo di malattia per i lavoratori a tempo determinato

Il dipendente a tempo determinato ha diritto all’indennità di malattia ed al relativo periodo tutelato per un massimo di:

 

 

180 giorni nell’anno solare ; il periodo non può comunque superare la durata dell’attività lavorativa prestata nei 12 mesi precedenti alla malattia;

 

– almeno 30 giorni, se il lavoratore, nei 12 mesi precedenti alla malattia, ha lavorato per meno di un mese.

 

Il periodo indennizzato non può comunque superare la durata residua del contratto: questo significa che il dipendente, scaduto il termine del contratto, non ha alcun diritto di prorogarlo a seguito della malattia.

 

 

Periodo di malattia per lavoratori agricoli a termine

Per i lavoratori a tempo determinato in agricoltura, l’indennità di malattia spetta:

 

– per tutti i giorni di durata della patologia, se il dipendente ha almeno 51 giornate di lavoro in agricoltura nell’anno precedente (anche se a tempo indeterminato);

 

– per tutti i giorni di durata della patologia, se il dipendente ha almeno 51 giornate di lavoro in agricoltura nell’anno in corso e prima dell’inizio della malattia.

 

In entrambi i casi, il periodo tutelato non può essere superiore:

 

–  al numero di giorni di iscrizione negli elenchi dei lavoratori agricoli;

– ad un massimo di 180 giorni nell’anno solare.

 

 

Superamento del comporto

Per evitare di superare il periodo di comporto, il lavoratore ha la possibilità di:

 

– domandare un’aspettativa non retribuita: tale possibilità è prevista da alcuni contrati collettivi; il datore di lavoro ha l’obbligo di avvertire il lavoratore di tale facoltà e può rifiutare la concessione dell’aspettativa solo per gravi motivi;

 

– domandare le ferie residue: in questo caso, però, il datore non ha obbligo di avvertire il lavoratore di tale possibilità, né l’obbligo di concedere le ferie.

 

Va però detto che il licenziamento non è automatico al termine del periodo di comporto, in quanto il datore può comunque decidere di non cessare il rapporto. L’Inps, comunque, non è tenuto a indennizzare alcunchè, se il periodo tutelato è terminato.


 


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