Avvocati: accesso a numero chiuso e a pagamento
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26 Mar 2016
 
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Avvocati: accesso a numero chiuso e a pagamento

Obbligo di corsi di formazione a numero chiuso e a pagamento per poter partecipare all’esame di abilitazione professionale.

 

Non sarà più l’avvocato di una volta, quello che diventava tale a seguito di un percorso universitario libero e aperto a tutti, con successiva pratica presso un professionista con almeno 5 anni di iscrizione all’ordine: i nuovi praticanti si troveranno davanti una strada irta d’ostacoli, onerosa dal punto di vista economico e, soprattutto, tutt’altro che certa. Il nuovo regolamento sul tirocinio forense appena approvato dal Ministero della Giustizia e ora passato al CNF per il parere, prevede la partecipazione obbligatoria a corsi formativi con un limite programmato di iscritti, necessari per la partecipazione all’esame di abilitazione professionale. In altre parole, l’accesso all’avvocatura sarà “a numero chiuso”. Lo sbarramento che non si è riuscito a realizzare con l’accesso all’università (prevedendo il numero limitato di iscrizioni alla facoltà di giurisprudenza), verrà invece attuato all’atto dello sbocco professionale dove solo coloro che supereranno l’esame di ammissione ai corsi potranno sperare di raggiungere – chissà quando – l’iscrizione all’albo.

 

L’allarme è stato lanciato dalle associazioni di studenti e praticanti avvocati alla luce della bozza del regolamento trapelata in questi giorni e di cui abbiamo parlato in “Praticanti avvocati: formazione obbligatoria e a numero chiuso”.

 

Non c’è solo il numero chiuso ai corsi di formazione, a fare da deterrente alla carriera forense, ma anche la previsione di una serie di esami di verifica nel corso della programmazione delle lezioni, spalmate su tre trimestri, con un esame finale di valutazione. E come se non bastasse, gli organizzatori dei corsi potranno prevedere la corresponsione di una quota di iscrizione, destinata alla copertura delle spese di organizzazione, fatte salve le consuete borse di studio per i più bisognosi e meritevoli. Insomma, oltre al filtro sulla qualità, uno anche sul portafogli, come se già la “carriera” (perché tale è) di praticante non pesasse a sufficienza sull’economia familiare.

 

Secondo Domenico Cristiano, responsabile nazionale dell’Area Giuridica di Link-Coordinamento Universitario, «sembra proprio che la ratio di tale regolamento sia quella di sfoltire il numero di avvocati presenti in Italia attraverso la revisione della formazione post-laurea, rendendo l’accesso alla professione notevolmente costoso ed elitario, sottoponendo la possibilità di effettuare la pratica alla valutazione della carriera universitaria o di un apposito esame di ingresso».

 

Ricordiamo che la bozza di regolamento prevede che la selezione per l’accesso ai corsi “potrà avvenire esclusivamente secondo criteri di valorizzazione del merito, con riferimento agli studi universitari o a prove scritte e orali”. Durante il corso sono previste almeno tre verifiche periodiche, sulla base di una prova orale e di tre prove scritte, e una verifica finale consistente nella simulazione dell’esame di stato.


 


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