Amministratore di sostegno: non tutela l’incolumità del beneficiario
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27 Mar 2016
 
L'autore
Maria Elena Casarano
 


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Amministratore di sostegno: non tutela l’incolumità del beneficiario

La tutela della vita e della incolumità del soggetto debole non rientra tra i compiti dell’amministratore di sostegno, salvo che il giudice non disponga altrimenti.

 

La presenza in famiglia di soggetti più deboli, portatori di menomazioni fisiche o psichiche, anche (ma non solo) legate all’età, porta spesso i familiari a preferire la scelta dell’amministrazione di sostegno [1] tra i vari strumenti previsti dalla legge a tutela delle tante forme di incapacità della persona.

Ciò col primario obiettivo di affidare ad un soggetto, specificamente individuato dal giudice, la cura degli interessi del congiunto e ovviare ai numerosi problemi che la gestione di quest’ultimo potrebbe comportare.

 

Ma quali sono i compiti che è chiamato a svolgere l’amministratore di sostegno?

 

 

Nessun dovere di cura della persona…

Ha dato risposta a questa domanda una recente pronuncia della Cassazione [2].

In particolare la Suprema Corte ha chiarito che il compito principale dell’amministratore di sostegno consiste nell’assistenza della persona nella gestione dei propri interessi patrimoniali e non, invece, nella cura personale del soggetto debole.

Ciò anche se, in ogni caso, l’amministratore ha il dovere di presentare al giudice un relazione periodica non solo sull’attività svolta, ma anche sulle condizioni di vita personale e sociale dell’incapace.

 

 

…se non previsto dal giudice

La Corte ha spiegato, infatti, che la norma [3] che indica le funzioni e i compiti del tutore della persona incapace (e che, appunto, prevede oltre che l’obbligo di amministrazione dei beni, anche quello di cura della persona), non rientra tra quelle applicabili [4] anche all’amministratore di sostegno.

Tuttavia, il provvedimento di nomina, nel definire i poteri dell’amministratore, può fare un riferimento espresso a quello ulteriore di cura della persona.

Il giudice tutelare, infatti, sulla base della specifica situazione e delle esigenze del soggetto amministrato, può indicare gli atti che l’amministratore ha il potere di compiere in nome e per conto di quest’ultimo e quelli che, invece, il beneficiario può compiere solo con l’assistenza dell’amministratore; così estendendo i compiti dell’amministratore anche alla cura fisica del soggetto debole.

 

In altri termini, in mancanza di una espressa previsione contenuta nel decreto di nomina, sull’amministratore di sostegno non può gravare l’obbligo di tutela della vita e dell’incolumità personale del soggetto debole, in quanto – specifica la Corte – l’amministratore svolge un compito che, se non diversamente disposto, si limita all’assistenza di tipo patrimoniale; mentre, per quanto riguarda i bisogni quotidiani del beneficiario, l’amministratore deve uniformarsi ai desideri e alle aspirazioni espressi dall’amministrando.

 

 

La vicenda

Per meglio comprendere le conclusioni della Corte può giovare un richiamo alla specifica vicenda, riferita al caso di una donna anziana (ma non portatrice di specifiche patologie) che veniva trovata dai vigili del fuoco e dal personale del 118 in stato di disorientamento, denutrita e in pessime condizioni igieniche.

Per tale situazione, l’amministratore di sostegno veniva imputato per il reato di abbandono di persone minori o incapaci [5] che punisce “chiunque abbandona una persona incapace di provvedere a se stessa e della quale abbia la custodia o debba avere la cura”.

I Supremi giudici rilevavano, tuttavia, come tale norma possa essere invocata solo nei riguardi di chi ha il dovere giuridico di attivarsi per prevenire situazioni di pericolo per l’incapace; dovere che, al contrario, non incombe sull’amministratore di sostegno il quale, peraltro, è tenuto ad assecondare – per quanto possibile – le richieste dell’amministrato. E proprio nel caso di specie l’anziana donna aveva espressamente richiesto – viste le buone condizioni generali di salute – di poter continuare a vivere autonomamente nella sua abitazione.


[1] Ai sensi dell’art. 404 e ss. cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 7974/16.

[3] Art. 357 cod. civ.

[4] Art. 411 cod. civ.

[5] Art. 591 cod. pen.

 


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