Compensazione delle spese di lite: incostituzionale la tassatività
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29 Mar 2016
 
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Compensazione delle spese di lite: incostituzionale la tassatività

Le tre ipotesi di compensazione delle spese legali è in contrasto con il principio del giusto processo e di tutela giudiziale, impedendo al giudice di dare peso a tutta una serie di ipotesi meritevoli di tutela.

 

Potrebbe cadere sotto la scure della Corte Costituzionale la nuova normativa sulla compensazione delle spese di lite, sospettata di incostituzionalità dal tribunale di Torino [1].

Secondo infatti il giudice di primo grado, la nuova legge, nel prevedere la tassatività delle ipotesi in cui il giudice può disporre la compensazione delle spese legali, esclude tutta una serie di casi invece parimenti meritevoli di tutela. Il che, alla fine, si risolve in un deterrente, per il cittadino, a ricorrere alla tutela dei propri diritti in tribunale, temendo – anche per il minimo sbaglio – di dover pagare sostanziose condanne. Ma procediamo con ordine.

 

 

Quando si procede alla compensazione delle spese di lite

Dal 2005 al 2009, il codice di procedura disponeva la possibilità, per il giudice, di compensare le spese di lite per giusti motivi che [2] dovevano essere esplicitamente indicati in motivazione. Il giudice aveva, quindi, un largo margine di azione.

Con l’entrata in vigore della riforma del 2009 [3] si è poi stabilito che le ragioni per poter compensare le spese non dovevano essere solo esplicite, ma anche “gravi” ed “eccezionali”.

Con l’ultima riforma [3] infine, si è passati, da un sistema “aperto” delle cause che consentono la compensazione delle spese, ad uno “chiuso”, in cui vengono indicate tassativamente le singole ipotesi. Il giudice oggi non può più far ricorso alla propria discrezionalità e deve disporre, di regola, la condanna alle spese processuali salvo in tre casi espressamente previsti:

 

– in caso di soccombenza reciproca;

– qualora vi sia una assoluta novità del caso;

– se muta la giurisprudenza su questioni dirimenti.

 

 

L’incostituzionalità della nuova norma

Secondo il tribunale di Torino, però, in questo modo si esclude dalla possibilità di compensazione tutta una serie di ipotesi in precedenza individuate dalla giurisprudenza e, comunque, meritevoli di tutela come ad esempio:

 

– una situazione di perdurante contrasto di giurisprudenza;

 

– l’oggettiva difficoltà di accertamenti in fatto, ma idonei ad incidere sull’esatta conoscibilità a priori delle rispettive ragioni delle parti;

 

– la corresponsabilità nella lite della parte vittoriosa, per avere dato corso ad una pattuizione equivoca ed idonea a ingenerare plurime possibili opzioni interpretative;

 

– il concorso della parte vincitrice con la controparte soccombente, nella stipula di un accordo contrario alla legge;

 

– l’affidamento della parte risultata soccombente sulle risultanze di un pubblico registro, quando è questo a determinare la condotta di tale parte, poi sanzionata dal giudice.

 

La drastica riduzione delle ipotesi di compensazione, ad avviso del tribunale di Torino è in contrasto con:

 

  • il principio di ragionevolezza delle scelte legislative [5], sussistendo una discrepanza tra il fine perseguito (il contrasto con una prassi giudiziaria in atto) e lo strumento normativo utilizzato (la limitazione estrema ed oltre ogni misura delle ipotesi di compensazione);
  • il diritto di agire giudizialmente [6], dal momento che tenderebbe, in linea di fatto, a scoraggiare in modo indebito l’esercizio dei diritti in sede giudiziaria, divenendo così uno strumento deflattivo (e punitivo) incongruo;
  • il principio del giusto processo [7], dal momento che limiterebbe il potere-dovere del giudice di rendere giustizia, anche in ordine al regolamento delle spese di lite, in modo appropriato al caso concreto.

La sentenza

Tribunale di Torino, sez. Lavoro, ordinanza del 30 gennaio 2016
Giudice Vincenzo Ciocchetti

Fatto e diritto

Preso atto delle conclusioni formulate dalle parti all’esito della discussione relativa alla questione di legittimità costituzionale prospettata d’ufficio dal giudice con ordinanza 24 novembre 2015, concernente l’art. 92, 2º comma, c.p.c. (nel testo modificato dall’art. 13 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132, e quindi dalla legge di conversione 10 novembre 2014, n. 162), in riferimento agli artt. 3, 24, 111 Cost.;
osserva sul punto quanto segue.
I. La vicenda di causa.
Il ricorrente è socio lavoratore della Cooperativa convenuta, con mansioni di addetto al controllo ingressi ed alla viabilità e con rapporto di lavoro subordinato regolato dal CCNL Coop. Terziario e Servizi Cnai/Cisal 2001, quindi dal CCNL Coop. Multiservizi Unci/Confsal 2004 e infine dal CCNL Coop. Vigilanza e Servizi Fiduciari Lega-Coop/Conf-Cooperative/Filcams-Cgil/ Fisascat-Cisl 2013.
Contesta in giudizio i parametri retributivi correlati a tali CCNL, che ritiene non conformi al com­binato disposto dell’art. 36 Cost., dell’art. 3, comma 1, della legge 3 aprile 2001, n. 142, e dell’art. 7, comma 4, del decreto legge 31 dicembre 2007, n. 248, convertito nella legge 28

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[1] Trib. Torino, ord. del 30.01.2016.

[2] Art. 2, comma 1, lett. a), l. n. 263/2005.

[3] Art. 45, comma 11, l. n. 69/2009.

[4] Art. 13 d.l. n. 132/2014, come modificato dalla L. n. 162/2014.

[5] Art. 3, comma 1, Cost.

[6] Art. 24 Cost.

[7] Art. 111 co. 1, Cost.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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