Perché il giudice impiega tanto tempo a emettere la sentenza?
Lo sai che?
30 Mar 2016
 
L'autore
Redazione
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Perché il giudice impiega tanto tempo a emettere la sentenza?

Il ritardo del magistrato può essere sanzionato solo se l’entità e la reiterazione superino ogni limite di ragionevolezza; i termini per le comparse conclusionali e le repliche; l’emissione della sentenza.

 

«Quanto tempo ci vuole perché esca la sentenza?» una domanda che ogni avvocato si è sentito rivolgere numerose volte nell’arco di una carriera; l’impazienza è ancora più incalzante quando ormai il processo si è concluso e si attende solo il deposito della decisione. Ma non è mai possibile fare delle previsioni precise, poiché – al di là delle scadenze previste dal codice di procedura civile – al giudice non si applicano mai termini perentori. Ci chiariamo meglio, partendo da quello che è il tipo di processo più ricorrente: quello civile ordinario, davanti al tribunale.

 

Dopo l’ultima udienza (cosiddetta “udienza di precisazione delle conclusioni”), il giudice non dispone più ulteriori rinvii della causa e – così come si dice in gergo tecnico – la trattiene per la decisione, ossia prende materialmente il fascicolo, lo porta nella propria stanza, lo mette in fila insieme a tutti gli altri ancora da decidere e poi lo studia per scrivere la sentenza. Ma prima di questa attività, agli avvocati difensori viene data la possibilità di depositare delle note finali allo scopo di esporre una sintesi del processo e sferrare l’ultima “arringa” (scritta): le prime, dette comparse conclusionali, vanno depositate entro 60 giorni dall’ultima udienza; le seconde, dette note di replica, nei successivi 20 giorni. Dopodiché il codice assegna al giudice un termine di ulteriori 60 giorni per depositare in cancelleria la sentenza [1] (i giorni sono solo 15 nelle cause di lavoro [2]). Dunque, a conti fatti, ammesso che il magistrato rispetti tale scadenza, la sentenza non potrebbe uscire prima di 140 giorni, ossia quasi 5 mesi (60+20+60 giorni = 140 giorni).

 

Ma – qui viene l’aspetto cruciale – i giudici hanno stabilito che il termine loro assegnato dal codice per depositare la sentenza non è perentorio. In pratica, se è vero che per l’avvocato ritardatario anche di un solo giorno nel deposito della comparsa conclusionale scatta la preclusione (e quindi l’atto si considera come mai presentato), al magistrato non si applica nessuna sanzione se la decisione arriva anche con qualche mese di ritardo. Lasciando al lettore le dovute conclusioni sulla circostanza che un giudice possa interpretare a proprio piacimento la legge che regolamenta il proprio lavoro – unico caso in tutto l’universo della pubblica amministrazione – si deve aggiungere anche un’altra constatazione che è stata ribadita da una recente sentenza della Cassazione a Sezioni Unite [3]: anche laddove il ritardo del magistrato sia particolarmente elevato (per esempio svariati mesi, finanche un anno) non si configura alcun illecito disciplinare. Questo perché una sua responsabilità potrebbe sussistere solo nel caso in cui:

 

  • si sia in presenza di una reiterazione continua nei ritardi
  • e questi superino ogni limite di tollerabilità e ragionevolezza.

 

È chiaro che, stando così le cose, è del tutto impossibile fare delle previsioni sulla data, anche approssimativa, in cui può uscire una sentenza.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 9 febbraio – 25 marzo 2016, n. 6021
Presidente Rordorf – Relatore Iacobellis

Svolgimento del processo

Con la decisione impugnata, la Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura – in relazione a capo di incolpazione (con successive integrazioni) fondato su notizie circostanziate acquisite tra il 5/11/2012 all’11/9/2013, il 27/6/2014 ed il 10/4/2015, ha ritenuto il Dott. S.E. , Consigliere presso la Sezione Lavoro della Corte di Appello di Reggio Calabria, responsabile dell’illecito disciplinare previsto dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 1, comma 1, e art. 2, comma 1, lett. q, con conseguente inflizione della sanzione della censura, per avere ritardato in modo reiterato, grave e ingiustificato il compimento di atti relativi all’esercizio del proprio ufficio, così violando i propri doveri di diligenza; in particolare, per non avere rispettato i termini prescritti per il deposito di numerose sentenze. Avverso la decisione, l’incolpato, rinnovando le argomentazioni difensive svolte nel giudizio di merito, ha proposto ricorso per cassazione in tre motivi. Gli intimati Ministero della Giustizia e Procuratore generale presso la Corte di Cassazione non hanno svolto attività difensiva.

Motivi della

Mostra tutto

[1] Art. 190 cod. proc. civ.

[2] Art. 430 cod. proc. civ.

[3] Cass. S.U. sent. n. 6021/16 del 25.03.2016.

 

Autore immagine: 123rf com

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti
16 Set 2016 gerardo spira

La ragionevole conclusione del processo ha comunque dei termini. Se il cittadino vuole servirsene per avvalersi della legge Pinto deve comunque fare qualcosa. La via è la diffida al Giudice ad adempiere. Questo passaggio gli consente in caso di ritardo di attivare dopo la legge Pinto e nel caso di accoglimento di chiedere l’apertura di un procedimento disciplinare, oltre all’azione di danno alla corte dei conti.