Mantenimento per separazione o divorzio: come si calcola l’assegno
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30 Mar 2016
 
L'autore
Raffaella Mari
 


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Mantenimento per separazione o divorzio: come si calcola l’assegno

I criteri per la determinazione dell’assegno divorzile o di mantenimento: rileva il tenore di vita, la capacità economica del richiedente, il suo apporto alla famiglia e la durata del matrimonio.

 

 

Come si calcola l’assegno di mantenimento

Per determinare l’assegno di mantenimento e quello di divorzio il giudice deve procedere prima a verificare se sussiste il diritto ad ottenere la rendita e poi ne calcola l’ammontare. Nella prima fase, quindi, verifica che:

 

  • vi sia una disparità di redditi tra i due ex coniugi;
  • che, in forza di questa disparità, uno dei due non sia in grado di conservare lo stesso tenore di vita che aveva durante la convivenza;
  • che il coniuge che avrebbe diritto al mantenimento non sia responsabile della separazione (cosiddetto “addebito”).

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Verificata l’esistenza del diritto al mantenimento, il magistrato ne determina l’ammontare. A tal fine tiene conto di una serie di parametri quali:

 

  • il tenore di vita goduto dalla coppia durante il matrimonio;
  • le effettive possibilità economiche del coniuge obbligato al mantenimento, alla luce del fatto che questi potrebbe andare incontro, dopo la separazione, a maggiori spese come l’affitto di un nuovo appartamento, le utenze, ecc.;
  • l’apporto che, durante il matrimonio, il coniuge beneficiario ha dato alla famiglia e ai figli, eventualmente sacrificando le proprie aspirazioni di carriera;
  • la durata del matrimonio;
  • l’età del coniuge beneficiario e la sua eventuale attitudine al lavoro: tanto più è giovane il coniuge che ha diritto all’assegno, tanto più l’ammontare sarà basso, avendo questi ancora la possibilità di trovare occupazione e procurarsi da sé un reddito. Nel caso di età avanzata e scarsa professionalità acquisita negli anni, i giudici tendono a riconoscere un mantenimento più elevato.

 

 

La durata del matrimonio

Per evitare che, in caso di separazione o divorzio, il mantenimento all’ex coniuge possa avere il carattere di una rendita parassitaria, la Cassazione ha più volte detto che l’ammontare di tale assegno deve essere sempre rapportato alla durata del matrimonio, o megliodella comunione di vita tra i coniugi” [1], ricomprendendovi anche eventuali periodi pregressi alle nozze in cui la coppia ha convissuto. È quanto ricorda anche il Tribunale di Roma in una recente sentenza [2].

 

Quanto più lunga è stata la durata del matrimonio, tanto più il coniuge economicamente più debole (con reddito più basso o disoccupato) è legittimato a conservare il livello di vita acquisito durante il matrimonio; all’inverso, quanto meno è durato il matrimonio, tanto più sarà legittima la riduzione dell’assegno [3].

 

Infatti, solo un’unione che si sia consolidata l’unione consolidata da un periodo di tempo sufficientemente lungo, tale da generare un assetto stabile degli equilibri personali e patrimoniali, può creare in capo al coniuge economicamente più debole delle aspettative destinate a non estinguersi con la fine del rapporto coniugale.

 

Inizialmente la Cassazione aveva sposato un’interpretazione più intransigente: il “matrimonio lampo” non consente di sperare nel mantenimento perché è troppo breve il tempo dell’unione affinché si possa generare un’aspettativa di rendita per il futuro. Successivamente, la Corte ha mitigato la propria posizione, affermando che anche in presenza di una convivenza durata poco spetta comunque l’assegno di mantenimento se ci sono tutti gli altri elementi (disparità di reddito tra gli ex coniugi; assenza di addebito a carico di chi chiede il mantenimento; mancanza di redditi in capo a quest’ultimo che gli consentano di conservare lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio). Tutt’al più la durata del matrimonio può influire sulla quantificazione dell’assegno, determinandone un ammontare inferiore rispetto a quello di un’unione più duratura (specie se l’ex moglie è ancora giovane e in età da lavoro), ma non può comportarne la completa esclusione.

 

Dunque, possiamo dire che la durata del matrimonio costituisce una circostanza che influisce sull’ammontare dell’assegno di divorzio e non sul suo riconoscimento a monte.

 

La durata va calcolata con riferimento all’intera durata del vincolo, a partire da una eventuale convivenza prematrimoniale fino alla sentenza di divorzio [4].

 

Se il matrimonio è durato poco, ma il coniuge economicamente più debole si dedica dopo la separazione alla cura quotidiana dei figli continuando a sacrificare le proprie aspirazioni lavorative, avrà diritto ad un assegno di divorzio commisurato alla effettiva durata del suo impegno a favore della famiglia.


La sentenza

Tribunale di Roma, sez. I Civile, sentenza 8 gennaio 2016

Presidente Crescenzi – Relatore Galterio

Conclusioni

All’udienza di precisazione delle conclusioni svoltasi in data 8.10.2015 i procuratori delle parti hanno così concluso:
La parte ricorrente (che ha richiamato la memoria 183 n. 1 c.p.c.): dichiarata la cessazione degli effetti civili del matrimonio con conseguente ordine al competente Ufficiale dello Stato Civile di annotazione della sentenza, disporsi che Lu.Cr. corrisponda all’istante l’assegno divorzile nella misura di Euro 2.000 mensili ovvero in quella ritenuta di giustizia a far data dalla domanda.
La parte resistente (che ha richiamato la comparsa di costituzione e risposta): dichiararsi la cessazione degli effetti civili del matrimonio, disporsi che ognuno dei coniugi provveda autonomamente al proprio mantenimento e rigettarsi ogni pretesa economica avanzata dalla controparte.

Motivi della decisione

Essendo già stata pronunciata il 14.3/2.4.2014 sentenza parziale relativa alla cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto dalle parti, il thema disputandum resta circoscritto alla richiesta di assegno divorzile avanzata dalla ricorrente nella misura di Euro 2.000 mensili, ed invece integralmente contestato

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[1] Cass. sent. n. 10644/2011.

[2] Trib. Roma, sent. dell’8.01.2016.

[3] Cass. SU sent. n. 11490/1990, n. 12687/2007.

[4] Cass. sent. n. 21805/2006.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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Commenti
1 Apr 2016 Giulio Sterle

L’assegno è solamente per le donne… se lo chiede un uomo gli ridono dietro…. altrochè “la legge è uguale per tutti”…. tutte fantasie. Io ho provato a chiedere un assegno pro forma di 50 euro visto che la ex guadagna molto piu di me ma sia il primo grado che la corte di appello hanno detto “niet”!!!! Per i giudice la differenza di 600 euro netti al mese sono poca cosa….. per le loro laute paghe…. mi è stata assegnata la casa coniugale “per compensazione” ma la Cassazione su questo punto, vostro articolo, ha già stabilito che non può esserci la compensazione con la casa coniugale…. ma tanto ogni giudice fa quello che vuole….