Accertamento fiscale all’avvocato: non bastano i movimenti sul conto
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30 Mar 2016
 
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Accertamento fiscale all’avvocato: non bastano i movimenti sul conto

La verifica del conto corrente non è sufficiente se mancano elementi certi come interrogatori o l’indagine sulle cause in corso.

 

L’accertamento fiscale sul reddito dell’avvocato passa da una analitica indagine eseguita mediante interrogatori ai clienti e verifica delle cause patrocinate in tribunale, ma non può basarsi su semplici sospetti, come ad esempio il controllo delle movimentazioni bancarie. Non si può risalire al reddito del professionista (asseritamente) non dichiarato solo tramite l’accertamento delle entrate e delle uscite sul conto corrente. Peraltro, a seguito della recente sentenza della Corte Costituzionale, i prelievi non giustificati non possono essere equiparati a investimenti e, quindi, non costituiscono più una presunzione di “nero”. Risultato: si salva dall’indagine dell’Agenzia delle Entrate l’avvocato destinatario di accertamento ai fini Irpef, Iva e Irap che non riesce a dimostrare le causali di prelievi e versamenti sospetti sul conto. A dirlo è una recente sentenza della Commissione Tributaria Regionale di Potenza [1].

 

Non basta il semplice “sospetto” del fisco a legittimare l’accertamento sui movimenti delle somme sul conto dell’avvocato ritenute compensi non dichiarati, ma è necessario risalire ad elementi certi: la presenza di prelievi e versamenti privi di giustificazione non può rappresentare una circostanza oggettiva tale da giustificare l’accertamento fiscale.

 

È vero: la legge [2] permette di rettificare la dichiarazione dei redditi del professionista anche per effetto dell’esistenza di “segnalazioni qualificate”, ma questo non vuol dire che l’Agenzia delle Entrate sia completamente esonerata dall’onere della prova, ossia dall’indicazione delle ragioni del proprio convincimento e del motivo per cui tali circostanze possono logicamente fondare un sospetto. In altre parole, così come più volte precisato dalla Cassazione [3], l’avviso di accertamento deve contenere sempre la motivazione.

 

Del resto, lo Statuto del Contribuente [4] prevedere l’obbligo per l’amministrazione finanziaria di indicare i “presupposti di fatto e di diritto che hanno determinato la rettifica”. Detto in parole povere, l’Agenzia delle Entrate deve formulare una motivazione che attenga “all’effettiva sostanza e non alla forma dell’atto” che va considerata come elemento essenziale sulla cui base va definito il cuore dell’accertamento.

Se così non fosse, “si finirebbe per sconfinare nell’arbitrio, per cui non basta il “fiuto del verificatore” o la semplice allocuzione di «circostanze sospette» ma occorre indicare, in modo preciso i motivi per cui tali elementi possono ragionevolmente assurgere a fondamento della pretesa tributaria”.

 

Il fisco, in sintesi, no può ritenere basarsi sul semplice sospetto e presumere che le somme versate e prelevate dal conto corrente siano dei “compensi non dichiarati”.


[1] CTR Potenza, sent. n. 7/2016.

[2] Art. 54 del Dpr 633/72.

[3] Cass. sent. n. 20251/2015.

[4] Art. 7 L. n. 212/2000.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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