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Lo sai che? Pubblicato il 30 marzo 2016

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Lo sai che? Divorzio: l’accordo della procedura consensuale può essere annullato

> Lo sai che? Pubblicato il 30 marzo 2016

Divorzio o separazione consensuale: il consenso si può annullare se viziato dalla malafede dell’altra parte che ha simulato uno stato di povertà invece insussistente.

Il divorzio consensuale può essere annullato se uno dei due coniugi ha mentito sulle proprie condizioni economiche, vantando invece redditi superiori rispetto a quelli dichiarati all’altra parte. È quanto afferma il tribunale di Caltanissetta in una recente sentenza [1].

Lei dice di sì al divorzio consensuale, trovando congrua la cifra offertale dall’ex marito a titolo di mantenimento (cosiddetto assegno divorzile); dopo qualche mese, però, si accorge che le ha mentito, nascondendole dei redditi. Quali rimedi ha la donna, a propria disposizione, per tornare indietro e ottenere la cifra che effettivamente le sarebbe spettata? Non può certo avviare una procedura di revisione delle condizioni di divorzio, essendo tale possibilità consentita solo qualora mutino le condizioni economiche delle parti rispetto al momento del divorzio. Nel caso di specie, invece, non c’è stata alcuna modifica poiché tali erano i redditi (benché occultati) sin dal principio. Dunque, cosa resta? Si deve chiedere l’annullamento dell’accordo di divorzio entro cinque anni dalla firma del divorzio stesso avvenuta davanti al Presidente del Tribunale (o, nel caso di negoziazione assistita, innanzi ai rispettivi avvocati). Questo perché l’accordo divorzile è equiparabile a qualsiasi altro negozio giuridico e, come tale, può essere impugnato [2] se il consenso di una delle due parti è stato viziato per errore.

La competenza a decidere non è del giudice della famiglia, ma di quello ordinario, perché si tratta di valutare l’esistenza di uno dei vizi del consenso che hanno dato luogo al “sì” ad un atto che, altrimenti, non sarebbe mai stato concluso. Insomma, proprio come succede con i contratti in cui l’accordo dell’altra parte è stato “estorto” con l’inganno e le false rappresentazioni, anche in materia di separazione e divorzio si può impugnare il consenso perché viziato a monte da un comportamento doloso della controparte.

Tutto da rifare, quindi, per marito e moglie che avevano fissato le condizioni economiche di divorzio entro determinati limiti solo perché uno dei due ha simulato uno stato di povertà invece insussistente.

note

[1] Trib. Caltanissetta, sent. del 12.02.2016.

[2] Art. 1441 cod. civ.

Autore immagine: 123rf com

Tribunale di Caltanissetta, sez. Civile, sentenza del 12 febbraio 2016
Presidente Cammarata – Relatore Sole

Motivi della decisione

In via del tutto preliminare occorre valutare l’ammissibilità della richiesta avanzata da parte resistente, volta alla prosecuzione del procedimento nelle forme del divorzio contenzioso, in considerazione della revoca del consenso precedentemente prestato ad addivenire ad un divorzio congiunto, sulla base delle condizioni sopra indicate. In particolare, parte resistente deduce che all’udienza del 22 dicembre 2015 le parti non avrebbero manifestato un consenso, bensì solo un impegno informale, dovendo il consenso legittimamente manifestarsi all’udienza fissata innanzi al Collegio. Nel merito, deduce di non essere stata sufficientemente edotta dei reali redditi del ricorrente, nonché la sussistenza di una rilevante sperequazione tra le condizioni patrimoniali delle parti, che renderebbe iniquo l’accordo raggiunto. Tanto premesso, è opportuno svolgere qualche considerazione di carattere generale. Ebbene, il procedimento di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio può seguire, com’è noto, due differenti schemi: può essere giudiziale ovvero congiunto. Il divorzio può essere pronunciato su domanda congiunta delle parti, allorché i coniugi siano concordi nel voler addivenire alla separazione ed abbiano raggiunto un accordo volto alla regolamentazione delle condizioni inerenti alla prole ed ai rapporti economici (art. 4 comma 16 L. 898/70). È contenzioso allorché un accordo manchi, e sia necessario pervenire ad una pronuncia giurisdizionale da parte del Tribunale.
In ogni caso, anche in presenza di accordo, gli effetti dello stesso, unitamente alla regolamentazione relativa allo status, sorgeranno solo a seguito della pronuncia del Tribunale che provvede con sentenza.
Momenti salienti del procedimento consensuale di divorzio sono, quindi, l’accordo legittimamente manifestato dei coniugi, ed il controllo effettuato dal Tribunale sulla legittimità – e cioè di non illiceità – delle intese, che si attua attraverso l’emissione della sentenza. Ebbene, il su richiamato comma 16 è chiaro nel riservare al Tribunale un controllo di merito dell’accordo limitatamente alla rispondenza dello stesso agli interessi della prole. E infatti, il Tribunale, “valutata la rispondenza delle condizioni all’interesse dei figli, decide con sentenza. Qualora il tribunale ravvisi che le condizioni relative ai figli sono in contrasto con gli interessi degli stessi si applica la procedura di cui al comma 8” che prevede l’emissione di un’ordinanza con la quale, dati i provvedimenti temporanei e urgenti, avviene la nomina del giudice istruttore per la prosecuzione della causa. Inoltre, è pacifico che il procedimento di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio può iniziare secondo lo schema congiunto di cui all’art. 4 comma 16 L. 898/70, ovvero, pur essendo iniziato giudizialmente, “divenire” consensuale allorchè l’accordo sopraggiunga in corso di causa.
Occorre a questo punto interrogarsi, a prescindere dalla natura originaria o sopravvenuta della “consensualità” del divorzio, sui caratteri formali che deve rivestire l’accordo per poter essere ritenuto valido.
Ebbene, va anzitutto osservato che la legge non richiede alcuna formula sacramentale per la stipula di un valido accordo di divorzio.
Né, d’altro canto, potrebbe ritenersi indefettibilmente necessaria la presenza di un “ricorso” direttamente presentato dalle parti, come una frettolosa lettura dell’art. 4 comma 16 L. 898/70 potrebbe indurre a ritenere.
Difatti, la disposizione in esame fornisce una regolamentazione processuale applicabile nel caso in cui il procedimento nasca ab origine in veste congiunta, ma non anche nel caso in cui, nel corso di un divorzio giudiziale, il giudice, preso atto dell’intervenuto accordo, disponga il mutamento del rito rinviando per l’adozione dei provvedimenti conseguenti.
In altri termini, non può una disposizione avente natura meramente processuale, introdurre un limite formale alle disposizioni di natura sostanziale sull’accordo divorzile.
Nel caso di specie, l’accordo è stato legittimamente trasposto a verbale, e debitamente sottoscritto dalle parti: non può, quindi, esservi dubbio di sorta sulla validità dello stesso.
Né la chiara esposizione della volontà delle parti contenuta nel verbale – al di là del refuso inerente alla erronea indicazione del procedimento da trasformarsi in “separazione consensuale” – consente di ritenere la volontà delle stesse limitata ad una mera dichiarazione di intenti.
Una conferma di ciò proviene da quanto autorevolmente affermato dalla giurisprudenza di legittimità, secondo la quale “l’accordo di separazione, in quanto inserito nel verbale d’udienza (redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è attestato), assume forma di atto pubblico ai sensi e per gli effetti dell’art. 2699 cod. civ.” (così Cass. 4306/97; è appena il caso di rilevare come il principio di diritto possa essere esteso anche all’accordo divorzile).
Ne consegue che l’accordo manifestato dai coniugi nel corso dell’udienza del 22 dicembre 2015 deve ritenersi perfettamente valido.
Ciò posto, è opportuno sottolineare che per la giurisprudenza assolutamente prevalente, l’accordo divorzile ha natura negoziale (cfr. Cass. n. 8010/04; n. 7450/08). Il che rende applicabili le norme generali che disciplinano la materia contrattuale, nonché, in particolare, quella dei vizi della volontà. Ebbene, è evidente che per infirmare l’efficacia di un negozio legittimamente stipulato tra le parti non è sufficiente il venir meno del consenso di una di esse, occorrendo il mutuo dissenso di entrambe. Insomma, un mero ripensamento circa la convenienza o la “giustizia” di un accordo, da parte di uno dei paciscenti non può far venir meno la forza del vincolo negoziale (arg. ex art. 1372 c.c.). D’altro canto, la validità di un negozio può essere inficiata solo in presenza di una causa di nullità o annullabilità dello stesso. E in particolare, il codice consente alla parte che ritenga viziato il proprio consenso di esperire un’azione avente natura costitutiva volta all’annullamento del contratto (artt. 1441 e ss. c.c.). Ciò che si vuol dire è che il dedotto errore di valutazione della (B) (che secondo la prospettazione della stessa, potrebbe integrare un’ipotesi di annullabilità dell’accordo), non è elemento che può essere incidentalmente valutato da questo Tribunale nel corso del procedimento di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, trattandosi piuttosto di un fatto che consente l’esperimento di un’autonoma azione ex art. 1441 c.c. rimessa al giudizio ordinario (così Cass. n. 7450/08 cit.).
Inoltre, è pacifico che nel caso di specie il contenuto dell’accordo riguarda esclusivamente l’assetto dei rapporti patrimoniali tra i coniugi, non venendo in rilievo l’interesse dei figli, il quale – solo – potrebbe giustificare un controllo di merito da parte del Tribunale.
Tale opzione, già sufficientemente chiara in forza dell’art. 4 comma 16 cit., trova ulteriore conferma alla luce delle recenti modifiche introdotte dall’art. 6 del D.L. n. 132/2014, introduttivo dell’istituto della “convenzione di negoziazione assistita da uno o più avvocati per le soluzioni consensuali di separazione personale, di cessazione degli effetti civili o di scioglimento del matrimonio, di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio”. E invero il comma 2 della disposizione appena citata è chiaro nel tracciare una diversa scansione procedimentale in relazione al nuovo istituto, a seconda che l’accordo raggiunto coinvolga, o meno, i diritti dei figli minori, maggiorenni ma non economicamente autosufficienti ovvero portatori di handicap. Difatti, solo in presenza di figli il Procuratore della Repubblica che ritenga l’accordo non rispondente al loro interesse trasmette gli atti al Presidente del Tribunale, che “fissa la comparizione delle parti e
provvede senza ritardo”. Di contro, in assenza di figli, oggi l’ordinamento prevede che: a) il Tribunale possa non svolgere più alcun tipo di controllo; b) il controllo effettuato dal Procuratore della Repubblica si limiti ad un esame di mera regolarità, all’esito del quale viene rilasciato un nullaosta.
In conclusione, il Collegio ritiene che non sussistano i presupposti per la prosecuzione della causa nelle forme del procedimento contenzioso.
Ciò posto, la domanda delle parti, congiuntamente proposta all’udienza del 22 dicembre del 2015 e diretta alla pronuncia di cessazione degli effetti civili del matrimonio da loro contratto va accolta.
Deve innanzi tutto evidenziarsi che sono stati rispettati termini e condizioni previsti dell’art. 3, n. 2 lett. b), l. 1° dicembre 1970, n. 898 come modificato dalla L. 55/ 2015 per farsi luogo alla pronuncia di cessazione degli effetti civili del matrimonio dei ricorrenti, posto che sono decorsi più di sei mesi dal giorno in cui le parti sono comparse innanzi al Presidente di questo Tribunale nella procedura di separazione consensuale promossa con ricorso poi omologato giusta decreto dell’8.3.1989. Deve inoltre ritenersi che da allora i coniugi abbiano ininterrottamente vissuto separati, non emergendo, dagli atti, alcuna indicazione contraria e non avendo nessuna delle parti formulato alcuna eccezione al riguardo.
Tale stato di cose è inoltre sintomatico del fatto che tra le parti è pure cessata la comunione spirituale e materiale dei coniugi, e che non è realisticamente prevedibile che la stessa possa ricostituirsi (art. 1 L. 898 cit.).
Ricorrono, poi, anche le condizioni dettate dall’ultimo comma dell’art. 4 l. 898/70 per l’accoglimento della domanda congiunta di cessazione degli effetti civili del matrimonio, posto che le parti hanno indicato compiutamente le condizioni inerenti ai propri rapporti economici – sopra integralmente trascritte – idonee a definire il presente procedimento.
In accoglimento della domanda va dunque dichiarata la chiesta cessazione degli effetti civili del matrimonio degli odierni ricorrenti.
In mancanza di una parte soccombente, infine, nulla deve statuirsi in ordine alle spese del giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale dichiara la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto a in … il … da (A), nato a … l’…, e (B) nata a … l’…, trascritto nel registro degli Atti di matrimonio del Comune di … dell’anno …, parte .., serie .. , n. .. alle condizioni dai predetti indicate a verbale all’udienza del 22 dicembre 2015; ordina all’Ufficiale dello stato civile del luogo ove venne trascritto il matrimonio di procedere alla annotazione della presente sentenza allorché la stessa diventerà definitiva.

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