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Lo sai che? Pubblicato il 1 aprile 2016

Lo sai che? Separazione: da che età il bambino può dormire col papà?

> Lo sai che? Pubblicato il 1 aprile 2016

Il giudice può autorizzare il pernottamento del minore col padre già a due anni di vita del bambino; l’incapacità dell’uomo a prendersi cura del figlio non può essere presunta ma va dimostrata; possibile l’autorizzazione di diversi accordi quando conformi all’interesse del piccolo.

 

Qualche tempo fa un anziano papà mi raccontava che, quando sua figlia era molto piccola, l’unico modo per farla addormentare la sera fosse quello di metterla nel port enfance già col pigiamino indosso e farle fare qualche giro in auto; una breve passeggiata nei dintorni di casa e la piccola si ritrovava in pochi minuti tra le braccia di Morfeo, pronta per essere messa nel suo lettino dalla mamma.

Sarà stato per deformazione professionale, ma una delle prime cose che mi sono chiesta nell’ascoltare questo racconto colmo di tenerezza è stata: «se si fosse trattato di un padre separato avrebbe potuto conservare comunque il ricordo di un momento così speciale?»

«Difficile. Troppo complicato, – mi sono detta – molto probabilmente sua moglie avrebbe preferito trovare una soluzione alternativa che non richiedesse il suo intervento».

Ma cosa prevede la legge a riguardo?

Ce lo chiediamo per dare risposta ad un papà separato il quale, avendo un bimbo di tre anni, ci domanda a partire da quando potrà trascorrere la notte con suo figlio.

La regola riguardo al pernottamento del minore col padre 

La regola generale, valevole in tutti i casi, in realtà è una sola e prevede che, anche nell’ipotesi di separazione dei genitori, il minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo sia con la madre che col padre [1].

Dunque nessun limite di età che, per legge, faccia da spartiacque nel consentire anche ai papà di trascorrere la notte con i propri bambini.

D’altro canto, però, la stessa norma stabilisce che il giudice, per realizzare la suddetta finalità:

– adotta i provvedimenti relativi alla prole avendo riguardo al suo esclusivo interesse morale e materiale,

 

– determina, di conseguenza, i tempi e le modalità della presenza presso ciascun genitore”: provvedimento questo che, di solito, si traduce nel collocamento del minore presso uno dei genitori (più spesso la madre) e nella regolamentazione del cosiddetto diritto di visita del genitore non collocatario (solitamente il padre);

– può prendere atto (e quindi approvare) specifici accordi dei genitori a riguardo, sempre che non siano contrari all’interesse dei figli.

Principi questi sanciti anche dalla legge internazionale [2] che impone agli Stati di rispettare il diritto del fanciullo “di mantenere relazioni personali e contatti diretti in modo regolare con entrambi i genitori, salvo quando ciò sia contrario all’interesse superiore del fanciullo”.

Appurato, quindi, che nessuna norma stabilisce se e quale debba essere l’età minima perché un bambino possa pernottare col padre, ci viene in soccorso, a riguardo, la giurisprudenza che, nel corso degli ultimi anni, ha mostrato una sempre più graduale apertura al problema.

Vediamo in che modo.

L’età consigliata per il pernottamento del minore col papà

Non troppi anni fa, ad esempio, il Tribunale di Roma [3], forniva una serie di consigli per il caso in cui tra i genitori vi fosse contrasto sulla questione del pernottamento di minori in tenera età e consigliava perciò:

– «di prevedere, con gradualità, il pernottamento presso la casa paterna a partire dai tre anni….»,

– di intensificare «la frequentazione paterna dopo il compimento da parte del minore dei tre anni e sei mesi, al fine di consentire la maturazione e il consolidamento del legame del padre con il figlio e un progresso nelle capacità paterne di accudimento del bambino»,

– di ampliare, superata tale età, la frequentazione del minore col padre, consentendo il pernottamento presso di lui al fine di consentire una «bigenitorialità effettiva» .

Dopo tale pronuncia, la Suprema Corte [4] ha nuovamente toccato il problema, ritenendo più corretto ridurre ad una sola notte a settimana il pernottamento del minore col papà, almeno fino al compimento dei 4 anni di età del bambino.

Due pronunce queste che si basano – com’è evidente – sul presupposto che il padre (contrariamente alla madre) debba acquisire pian piano le capacità di accudimento del figlio e che, proprio a questo scopo, dosano con gradualità il limite di età ritenuto più idoneo a consentire al bambino di trascorrere la notte con il papà.

 

 

Bravi genitori si diventa con la pratica

Sul tema, però, si sono susseguite in tempi più recenti alcune pronunce che sembrano aver segnato un certo cambiamento di rotta. Cambiamento che non sta tanto, a mio avviso, nell’individuazione di una diversa (e minore età) per autorizzare il pernottamento del bambino col papà, quanto proprio nella diversa prospettiva dalla quale il problema viene affrontato: ossia, non più dando per presupposta la naturale inadeguatezza del padre ad occuparsi del figlio molto piccolo.

A riguardo, ad esempio, il Tribunale di Milano [5], con riferimento alla separazione di una coppia con una bimba di soli due anni, ha affermato che «la genitorialità si apprende facendo i genitori» ed appartiene di sicuro ad un luogo comune ritenere che un padre non possa essere in grado di occuparsi del proprio figlio molto piccolo. Così dicendo, il giudice meneghino ha disposto l’affidamento della piccola ad entrambi i genitori, la sua permanenza con il padre almeno un giorno infrasettimanale e il pernottamento con quest’ultimo a week end alterni, oltre che naturalmente un’equa alternanza dei periodi di festa.

La pronuncia non solo ha ribadito altri precedenti della stesso foro [6] ma si è mossa anche in linea con l’orientamento della Corte d’Appello di Catania che, sempre con riguardo alla separazione di una coppia con figli minori tra cui una bambina di soli due anni, [7] aveva già affermato che:

– la madre deve dimostrare (cosa non avvenuta nel caso di specie) il pregiudizio che potrebbe arrecare al bambino il fatto di trascorrere la notte col papà e non può limitarsi a sostenere l’incapacità del genitore ad accudire il figlio solo in ragione della tenera età di questo

– e che limitare (con un provvedimento che escluda il pernottamento) la possibilità di padre e figli di condividere le abitudini della vita quotidiana (come il mangiare e il dormire), significa rendere la loro relazione qualcosa di diverso da una relazione familiare che, al contrario, si basa proprio sulla condivisione di momenti semplici.

Un richiamo al buon senso

Nel caso in esame, perciò, il giudice ha stabilito che i minori dovessero trascorrere con il padre almeno due interi fine settimana in un mese e alcune ore nell’arco di due giorni infrasettimanali, rimettendo invece ogni altra questione pratica al buon senso e alla capacità dei genitori di anteporre, ai loro interessi personali, quelli dei figli, mostrandosi capaci di interpretarne in modo responsabile eventuali segni di disagio: e così, per esempio, riconducendo i piccoli – nei tempi di permanenza con loro – dall’altro genitore, qualora manifestino il desiderio di stare con la mamma o col papà.

Sentiamo di condividere appieno le più recenti pronunce sul tema, specie nella parte in cui stabiliscono che il divieto di pernottamento del minore con papà non può basarsi sul preconcetto (peraltro piuttosto diffuso) secondo cui solo le mamme sarebbero in grado di comprendere le necessità e i bisogni dei propri figli.

Non possiamo però ignorare una fondamentale esigenza dei più piccoli: quella all’allattamento; esigenza che, a nostro avviso, dovrebbe fare più di tutte da spartiacque in queste vicende.

Fintanto che il bambino, cioè non è ancora svezzato, appare quanto mai inopportuna e illogica, la richiesta di alcuni padri di poterlo tenere con sé durante le ore notturne.

In tutti gli altri casi, invece, non esiste (almeno in astratto) alcuna ragione per limitare il diritto di ciascun padre e bambino di trascorrere insieme momenti speciali, spesso legati al calare della sera (il bagnetto, il biberon di latte, il gioco sul letto, la storia prima della nanna…).

Sarebbe senz’altro una grande conquista per ciascun genitore saper trovare la soluzione più adeguata al proprio caso e alle effettive esigenze del proprio figlio, senza voler demandare la decisione al giudice.

A riguardo, comunque, val la pena ricordare che, anche nei casi in cui il minore non sia più piccolissimo, si ritiene opportuno, nell’interesse del figlio, evitarne il pernottamento col genitore non collocatario nei giorni infrasettimanali, preferendo quello nei week end e nei periodi di vacanza scolastica (per un approfondimento leggi: Diritto di visita e pernottamento dei figli: quali regole?)

Anche in questo caso, tuttavia, cercare di dare ascolto ai disagi e ai bisogni dei figli non può che rivelarsi la strada più giusta da seguire.

note

[1] Art. 337 ter cod. civ.

[2] Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989 che impone agli Stati di rispettare il diritto del fanciullo “di mantenere relazioni personali e contatti diretti in modo regolare con entrambi i genitori, salvo quando ciò sia contrario all’interesse superiore del fanciullo”.

[3] Trib. Roma, sent. 14.06.2011.

[4] Cass. sent. n. 19594/11.

[5] Trib. Milano, decr. del 14.01.2015.

[6] Trib. Milano 3. 06. 2014.

[7] C. App. Catania, decr. del 16.10.2013.

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1 Commento

Gianluca Matarazzo

6 giugno 2016 alle 22:38

Salve, è da un anno che mi sono diviso dalla mia ex compagna e da mia figlia che oggi ha 29 mesi. Io vivo in Abruzzo e loro in provincia di Lecce, sono io che devo andare giu’ a trovare mia figlia e la mamma mi crea problemi, non ancora troviamo un accordo tra gli avvocati e lei mette le colpe a me ovviamente. I Papa’ devono stare con i propri figli come le madri, che siano separati o no, mia figlia con me sta benissimo, sua madre è invidiosa del nostro rapporto e si vede da come si comporta, in modo arrogante, spero che si faccia qualcosa in merito, io amo mia figlia.

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