Azione di riduzione e compravendita
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3 Apr 2016
 
L'autore
Marco Borriello
 


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Azione di riduzione e compravendita

Eredi legittimari: figli e coniuge vivente. Azione di riduzione e rapporti con la compravendita. Le migliorie e le spese straordinarie sulla cosa donata.

 

Da un punto di vista patrimoniale, la complessità della materia ereditaria deriva dalla necessità di disciplinare i rapporti familiari, nel periodo successivo alla morte del nostro genitore. Sappiamo, ad esempio, che secondo la legge, ci sono alcuni soggetti (il coniuge e i figli, tecnicamente definiti eredi legittimari) che non possono essere diseredati. Non è possibile, pertanto, attraverso un testamento, escludere, dalla propria successione, un figlio a scapito dell’altro.

 

Sappiamo anche che, se in vita abbiamo donato una casa alla propria figlia prediletta, in sede ereditaria, questa dovrà fare i conti con gli altri fratelli se, il patrimonio rimasto, non è sufficiente a compensare e rispettare le cosiddette parti uguali. Le donazioni in vita, infatti, sono considerate dalla legge come un anticipo della successione ereditaria. In questo caso, ove mai le parti interessate non fossero d’accordo, i fratelli legittimari danneggiati potrebbero agire in riduzione

 

 

Che cos’è l’azione di riduzione?

Con l’azione di riduzione, gli eredi legittimari, che abbiamo visto sono i figli e il coniuge del defunto, ripristinano il loro originario diritto ad avere la quota di patrimonio ereditario stabilita per legge.

 

Se si agisce in riduzione, evidentemente il defunto non ha fatto bene i calcoli. Potrebbe essere accaduto, ad esempio, che il padre abbia donato la casa in città al figlio ed abbia lasciato come patrimonio ereditario residuo, da destinare alle sorelle, il piccolo monolocale al mare. Ebbene, in tal caso, appare evidente che il figlio abbia ricevuto più di quanto dovuto mentre le sorelle molto meno.

 

Esse, quindi, alla morte del loro genitore, potranno agire in riduzione contro il fratello per vedersi soddisfare il loro diritto. Il fratello dovrà procedere alla compensazione delle quote di legittima lese, eventualmente anche con denaro liquido.

 

L’azione di riduzione si prescrive in dieci anni decorrenti dalla morte del genitore.

 

Ma se il padre ha venduto la casa al figlio, le sorelle possono agire ugualmente in riduzione ?

In questo caso l’azione di riduzione non è ammissibile. La compravendita del bene immobiliare in discussione si basa, infatti, su uno scambio di prestazioni corrispettive. Da un lato c’è il trasferimento della casa al tanto amato figliolo, dall’altro c’è il versamento del prezzo a favore del padre venditore.

 

Tale somma, dunque, è acquisita al patrimonio del genitore, che pertanto non ha subito alcuna diminuzione economica, ma una semplice trasformazione : il bene immobile è stato sostituito dal danaro liquido.

 

A queste condizioni, quindi, non c’è alcuna lesione al patrimonio ereditario. Il figlio non ha ricevuto in regalo la casa, ma l’ha pagata e pertanto, alcuna rimostranza o azione giudiziaria a riguardo può essere avanzata dalle sorelle.

 

È vero anche che il genitore, sino alla sua morte, potrebbe aver “consumato” il denaro ricevuto, ma ciò non delegittima in alcun modo l’acquisto operato dal figlio e tanto meno autorizza e giustifica eventuali, quanto inammissibili, azioni di riduzione delle figlie.

 

Se padre e figlio hanno finto una compravendita, quando in realtà hanno realizzato una donazione?

Ebbene, in tale ipotesi, le figlie danneggiate nei loro diritti ereditari, dovranno dimostrare la simulazione della compravendita, facendo apparire, quindi, la reale e concreta donazione verificatasi.

 

Nella conseguente azione giudiziaria sarà fondamentale dimostrare che, nel caso concreto, non vi è stato alcun passaggio di denaro dal figlio al padre. Ebbene, sappiate, che gli eredi hanno diritto di accesso alla documentazione bancaria del proprio genitore degli ultimi dieci anni. In questo modo, ad esempio, potranno stabilire se c’è stato o meno, l’incasso del prezzo pattuito.

 

Un altro indice per valutare la liberalità dell’operazione in questione, potrebbe anche essere l’ammontare del prezzo pagato, assai inferiore al valore di mercato dell’immobile ceduto.

 

Insomma, gli eredi interessati, se dimostreranno le loro ragioni, potranno quindi pretendere la giusta ed equa riduzione della donazione emersa.

 

Cosa accade se l’erede che subisce la riduzione della donazione ricevuta, ha apportato migliorie alla cosa donata?

Se colui che ha ricevuto la donazione in vita dal genitore, ha apportato migliorie all’immobile in questione, le stesse devono essere considerate a favore del donatario.

 

In altri termini, nel quantificare l’asse ereditario, in questo caso, composto dal patrimonio residuo alla morte del genitore e dal bene donato “migliorato”, i costi affrontati dall’erede non possono essere ignorati.

 

Essi, quindi, andranno dedotti a favore del donatario. Stesso discorso va fatto per le spese straordinarie affrontate per la gestione della cosa ricevuta a titolo di donazione. Ciò non potrà che influire sull’azione di riduzione e sul conseguente calcolo delle quote ereditarie.


 


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