Noemi Secci
Noemi Secci
2 Apr 2016
 
Le Rubriche di LLpT


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Pensione a 75 anni, ipotesi o realtà futura?

Non solo proposta shock: la pensione a 75 anni sarà una realtà per molti giovani lavoratori.

 

Mentre i cittadini italiani chiedono a gran voce una maggiore elasticità nell’uscita dal lavoro, con un alleggerimento dei requisiti per la pensione, notevolmente inaspriti dalla Legge Fornero, ha destato notevole scalpore la proposta choc di David Cameron: il Primo Ministro inglese vorrebbe innalzare la soglia della pensione a 75 anni di età.

“Un problema degli inglesi”, direte voi. Purtroppo, invece, il problema è anche degli italiani, non solo perché i maggiori economisti ed esperti di studi demografici sono entusiasti dell’idea e vorrebbero subito farne una proposta di legge: la proposta in questione è già una realtà, anche per i giovani che lavorano da alcuni anni.

 

 

Vecchiaia contributiva: in pensione a 75 anni

La pensione a 75 anni non è un’ipotesi catastrofista: considerando la crisi dell’occupazione, ormai endemica, oltre all’ingresso tardivo nel mondo del lavoro, è facile ipotizzare che molti di coloro che oggi sono giovani non riusciranno a sommare 20 anni di contributi, o ad ottenere una pensione che superi di 1,5 volte l’assegno sociale (entrambi requisiti indispensabili per il pensionamento di vecchiaia).

Per chi non possiede un minimo di 20 anni di contributi esiste una speciale pensione di vecchiaia, la vecchiaia contributiva, che richiede solo 5 anni di contribuzione e nessun ammontare minimo dell’assegno.

Questa pensione, ad oggi e sino al 31 dicembre 2018, può essere ottenuta a 70 anni e 7 mesi di età, ma il requisito continuerà a subire degli aumenti periodici, parametrati alla speranza di vita.

 

In particolare, i requisiti di età previsti sono i seguenti:

 

– nel biennio 2019-2020, 70 anni e 11 mesi;

– nel 2021-2022, 71 anni e 2 mesi;

– nel 2023-2024, 71 anni e 5 mesi;

– nel 2025-2026, 71 anni e 8 mesi;

– nel 2027-2028, 71 anni e 11 mesi;

– nel 2029-2030, 72 anni e 2 mesi;

– nel 2031-2032, 72 anni e 5 mesi;

– nel 2033-2034, 72 anni e 8 mesi;

– nel 2035-2036, 72 anni e 11 mesi;

– nel 2037-2038, 73 anni e 2 mesi;

– nel 2039-2040, 73 anni e 5 mesi;

– nel 2041-2042, 73 anni e 8 mesi;

– nel 2043-2044, 73 anni e 11 mesi;

– nel 2045-2046, 74 anni e 2 mesi;

– nel 2047-2048, 74 anni e 5 mesi;

– nel 2049-2050, 74 anni e 8 mesi;

– nel 2051-2052, 74 anni e 11 mesi;

– nel 2053-2054, 75 anni e 2 mesi.

 

Ecco dunque superata la soglia dei 75 anni: non si tratta di generazioni “lontane”, se consideriamo che nel 2053 avranno 75 anni i nati nel 1978.

Non va molto meglio, comunque, nemmeno a chi riuscirà a fruire della pensione di vecchiaia “ordinaria”, i cui requisiti di età saranno solo di 3 anni inferiori rispetto a chi utilizzerà la vecchiaia contributiva.

Peraltro, le differenze tra i due metodi di calcolo (nella vecchiaia contributiva il sistema di calcolo è interamente contributivo) saranno quasi inesistenti, perché la quota retributiva della pensione (che riguarderà i soli contributi precedenti al 1996) sarà esigua o inesistente.

 

 

Al lavoro fino alla morte?

Conoscendo, poi, gli importi miserrimi delle pensioni liquidate col metodo contributivo (calcolate in base ai contributi versati, con una rivalutazione pressoché inesistente), anche chi potrà andare in pensione in futuro probabilmente non lo farà perché non potrà permetterselo.

È chiaro come uno scenario simile sia sconcertante per chiunque, ma è ancora più sconcertante che i nostri governi, presenti e passati, non abbiano fatto niente per prevenire il problema, limitandosi a raccomandare ai giovani di versare soldi alla previdenza complementare.

Ma come può un lavoratore riuscire a mettere cifre consistenti da parte, considerando che già di per sé paga contributi salati alla previdenza obbligatoria e che si trova alle prese con mutui, affitti e spese per i quali ha difficoltà ad arrivare alla fine del mese?

La realtà è che oggi i lavoratori sono costretti a pagare contributi salatissimi, a fronte di vantaggi futuri inesistenti, perché in realtà non stanno coprendo la loro pensione, ma quella dei fortunati pensionatisi prima di loro: da coloro che si sono collocati a riposo giovanissimi, con 10 o 15 anni di contributi ma con un trattamento quasi uguale all’ultimo stipendio, ai pensionati d’oro, alle migliaia di finti invalidi…

 

Chiaramente un siffatto sistema è insostenibile: l’unica modalità per rimediare, senza penalizzare ingiustamente gli attuali lavoratori, sarebbe “toccare gli intoccabili”, cioè tagliare le pensioni non proporzionate ai contributi versati, a cominciare da quelle più alte. Proposte del genere sono già state presentate più volte, ma non sono mai “passate”: si spera che siano prese in considerazione prima che la questione pensioni esploda in tutta la sua drammaticità e si scateni un’emergenza sociale.


 


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