Come non pagare la cartella di Equitalia
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3 Apr 2016
 
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Come non pagare la cartella di Equitalia

Ho ricevuto delle cartelle di pagamento: vorrei sapere se esiste un modo per non pagare Equitalia.

 

Premesso che non esistono, in astratto, modi per non pagare Equitalia se non quelli che coincidono con un diritto del contribuente riconosciutogli dalla legge, non è neanche possibile definire, a priori, se una cartella di pagamento debba essere onorata o meno se non dopo una attenta lettura e analisi. È quindi opportuno diffidare dagli annunci pubblicitari – spesso sbandierati su internet – che promettono la difesa dei debitori e la conseguente liberazione dai debiti.

 

Detto ciò, è possibile, quanto meno in via statistica, definire quali sono, nella maggior parte dei casi, le principali cause di invalidità delle cartelle di pagamento e le conseguenti tutele che ha il contribuente nel momento in cui riceve la notifica di una di queste: insomma, cerchiamo di comprendere come si può evitare di pagare pretese di Equitalia non dovute.

 

 

Cartelle di Equitalia: tetto minimo e tetto massimo

Innanzitutto ricordiamo che esiste il divieto per Equitalia di notificare cartelle di pagamento per importi inferiori a 30 euro. Dal 1° luglio 2012 gli Agenti per la riscossione e gli altri enti impositori non possono più richiedere l’iscrizione a ruolo se la somma dovuta comprensiva di sanzioni e interessi dei predetti tributi, non sia maggiore, per ciascun credito e con riferimento a un singolo periodo d’imposta, a 30 euro.

È chiaro, però, che se l’importo dovesse crescere proprio a causa del mancato pagamento del contribuite, a seguito dell’applicazione di interessi e sanzioni, la cartella diverrebbe presto legittima. Peraltro, a ben vedere, nel tetto delle 30 euro possono rientrare pochissime ipotesi (per esempio, la differenza di un debito di basso importo, come una multa, pagato con un giorno di ritardo).

 

Così come può stare tranquillo chi ha un debito minimo, può esserlo anche chi ha un debito spropositato. I latini dicevano che nessuno può essere costretto a una prestazione per lui impossibile (“nemo ad impossibilia tenetur”), per cui risulterebbe difficile il pignoramento nei confronti di un nullatenente o di chi ha redditi talmente bassi da non riuscire a pagare il debito anche lavorando tutta una vita. Proprio a tutela di quest’ultima categoria di soggetti, è intervenuta una legge nel 2012 [1] che consente la liberazione dal cosiddetto sovrindebitamento in tre modi diversi:

 

  • raggiungendo un accordo con il 60% dei creditori, accordo che viene poi ratificato dal tribunale (cosiddetto accordo coi creditori);
  • ottenendo la decurtazione del debito dal tribunale, anche senza il consenso dei creditori (cosiddetto piano del consumatore);
  • disponendo la vendita dei propri beni attraverso il tribunale e procedendo alla ripartizione del ricavato tra i creditori (cosiddetta liquidazione del patrimonio).

 

In tutti questi casi è necessario dar prova di non essersi indebitati per propria colpa e di non aver usufruito di questa procedura nei cinque anni precedenti. L’interessato dovrà farsi redigere un apposito programma da parte di un professionista, che sarà presentato in tribunale. A presiedere sulla regolarità della procedura sarà chiamato un “organismo di composizione della crisi”, che potrebbe essere anche un commercialista o un avvocato.

 

La possibilità della riduzione dei debiti con il piano del consumatore (destinato solo ai debiti non derivanti da attività imprenditoriali) o con l’accordo coi creditori è stata riconosciuta anche nel caso in cui il creditore sia uno soltanto. Così, qualora il contribuente abbia accumulato un’esposizione debitoria solo nei confronti di Equitalia, potrà ricorrere alle suddette procedure (Tribunale di Busto Arsizio) e ottenere un taglio degli importi (fino all’80%).

 

 

L’erede non paga Equitalia

Se i debiti con Equitalia si riferiscono a un soggetto ormai defunto, gli eredi non devono pagare le sanzioni indicate nella cartella. A tal fine potranno fare un’istanza di sgravio a Equitalia stessa. In secondo luogo, potranno evitare di pagare se rinunciano all’eredità. Invece, accettando l’eredità con beneficio di inventario ridurranno la propria responsabilità solo ai beni ottenuti con la successione: in buona sostanza, qualora decidessero di non pagare, Equitalia potrebbe pignorare solo i beni ereditati e non quelli del patrimonio personale.

Un altro modo che ha l’erede per non pagare i debiti del defunto è quello di verificare che la cartella esattoriale sia stata correttamente notificata. La notifica, infatti, nel primo anno dopo il decesso, deve avvenire:

 

  • direttamente e nominativamente agli eredi: se questi hanno fatto la comunicazione di decesso all’Agenzia delle Entrate;
  • impersonalmente e cumulativamente a tutti gli eredi, all’ultimo indirizzo del soggetto defunto (la dicitura della raccomandata sarà “Eredi del sig…..”).

 

Invece, dopo un anno dalla morte del debitore, Equitalia deve effettuare la notifica personalmente e nominativamente ai singoli eredi, ciascuno per la sua parte. A tal fine, la notifica dovrà avvenire presso il rispettivo indirizzo di residenza.

 

Per approfondimenti leggi: “Se ricevi una cartella da Equitalia per un parente defunto”.

 

 

Il debitore nullatenente

Il debitore che sia nullatenente, ossia colui che non ha redditi o beni intestati a sé o in comunione con altri soggetti, non può temere nulla. In Italia, infatti, non esistono conseguenze ulteriori rispetto al pignoramento in caso di mancato pagamento dei debiti tributari; solo se l’evasione supera determinate soglie può scattare il reato e quindi il procedimento penale (250mila euro per l’omesso versamento di IVA, 150mila euro per l’omesso versamento ritenute previdenziali).

 

Il debitore che non sia riuscito a pagare la cartella di Equitalia non viene segnalato in Crif o alla Centrale Rischi così come invece rischierebbe se il creditore fosse una banca, una finanziaria o altro intermediario finanziario.

 

Dunque, tutto ciò che può fare Equitalia è verificare, attraverso un controllo sulle banche dati telematiche del fisco (Anagrafe tributaria, Anagrafe dei conti correnti, Registri immobiliari), che il debitore sia nullatenente. Accertato ciò non procederà contro di lui e inserirà il debito tra quelli non recuperabili la cui riscossione, di norma, dopo qualche anno, viene abbandonata. Sono tutt’al più possibili indagini e ispezioni più approfondite eventualmente con l’ausilio della Guardia di Finanza.

 

Non c’è possibilità di rivalsa sul coniuge in regime di separazione dei beni, né sui genitori o su altri parenti. L’unica ipotesi di trasmissione dell’obbligazione è in caso di decesso: a rispondere del debito sarebbero gli eredi, ma coi limiti di cui abbiamo appena parlato.

 

 

Il pignoramento del conto corrente

Se il debitore è titolare di un conto corrente “in rosso”, ossia privo di alcuna somma depositata, o che è in perdita, o su cui è aperto un affidamento (cosiddetto “fido” o “apertura di credito”), il pignoramento non può avvenire. Se ciò nonostante Equitalia dovesse ugualmente notificare “gli atti”, la banca le comunicherebbe che sul conto non vi è disponibilità di denaro e il pignoramento presso terzi si chiuderebbe con esito negativo.

 

Se il conto corrente contiene invece solo redditi di lavoro dipendente o di pensione, anche se il saldo è attivo, il pignoramento è vietato entro una determinata somma. In particolare, fino a 1.345,56 euro (ossia il triplo dell’assegno sociale) è vietato ogni pignoramento che potrebbe, tutt’al più, estendersi sull’eventuale eccedenza. Quindi, il contribuente che riesca a mantenere il conto entro questa soglia non deve temere alcunché. Per tutti gli accrediti successivi (di stipendio o pensione) il pignoramento può avvenire fino a massimo 1/5.

Per maggiori approfondimenti leggi la guida sul pignoramento del conto corrente.

 

 

Limiti al pignoramento della pensione e dello stipendio

Nel caso in cui il pignoramento dello stipendio avvenga presso il datore di lavoro esso può avvenire fino a massimo 1/10 del netto della busta paga se questa non raggiunge 2.500 euro; se invece la busta paga è compresa tra 2.500 e 5.000 euro, il pignoramento può avvenire fino a massimo 1/7. Per importi superiori, il limite è di 1/5.

 

Nel caso in cui il pignoramento della pensione avvenga direttamente in capo all’ente previdenziale (per es. Inps), vigono due regole:

 

  • così come con lo stipendio, il pignoramento può avvenire fino a massimo 1/10 della pensione se questa non raggiunge 2.500 euro; se invece la pensione è compresa tra 2.500 e 5.000 euro, il pignoramento può avvenire fino a massimo 1/7. Per importi superiori, il limite è di 1/5;
  • tali percentuali non si applicano su tutta la pensione, ma su quella parte che eccede il cosiddetto minimo vitale che è pari a 672,76 euro (l’assegno sociale aumentato della metà). Quindi, se una pensione è di 1.000 euro, il decimo (1/10) si applica sulla differenza tra 1.000 e 672,76 euro.

 

 

Il fondo patrimoniale

Spesso si crede che istituire un fondo patrimoniale possa servire per non pagare i debiti. In realtà non è sempre così. Come abbiamo spiegato nell’articolo “Fondo patrimoniale sulla casa: quando non tutela”, è innanzitutto necessario che esso sia stato annotato a margine dell’atto di matrimonio prima della nascita del debito (per es. della data di scadenza della dichiarazione cui si collega la morosità). Per evitare poi la revocatoria del fondo devono passare almeno 5 anni dalla sua annotazione.

Tuttavia, anche per i debiti successivi alla costituzione del fondo patrimoniale, la Cassazione ha ripetuto più volte che tale vincolo non tutela se il debito fiscale attiene a redditi di natura lavorativa o imprenditoriale (esclusi solo quelli di attività speculative).

 

 

La prescrizione per non pagare la cartella di Equitalia

Uno dei metodi più “tradizionali” per sperare di non pagare Equitalia è quello di attendere il tempo necessario per la prescrizione degli importi richiesti in pagamento. Sempre che, entro tali termini, non arrivino atti interruttivi come un sollecito di pagamento, il preavviso di fermo o di ipoteca, un pignoramento, ecc. Una volta intervenuta la prescrizione, però, non sempre Equitalia si adegua alla richiesta di cancellazione del debito avanzata dal contribuente, ma di norma è necessario un ricorso al giudice.

 

I termini di prescrizione variano a seconda del tributo, e sono di

 

  • 10 anni per Irpef, IVA, Imposta di Registro, Irap, imposta ipocatastale, canone Rai, diritti camera di commercio. A riguardo, però, si segnala un recentissimo orientamento della Cassazione secondo cui la prescrizione per l’Irpef sarebbe di 5 anni;
  • 5 anni per sanzioni amministrative, codice della strada, contributi Inps, e Inail, imposte locali come Tari, Ici, Imu, Tarsu, Tasi, Tosap;
  • 3 anni per bollo auto (i tre anni decorrono dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello in cui il pagamento doveva essere effettuato).

 

In questi casi, è possibile procedere alla contestazione anche senza avvocato per via amministrativa: leggi la guida “Come contestare la cartella”.


[1] L. 3/2012

 

Autore immagine: 123rf com

 


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