L’assegno di divorzio
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4 Apr 2016
 
L'autore
Maria Elena Casarano
 


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L’assegno di divorzio

Presupposti, scopo, accertamento del reddito, criteri di calcolo, decorrenza, rivalutazione, diritti connessi, soluzione unica, modifica e cessazione: guida completa sull’assegno di divorzio.

 

A quali condizioni il giudice può riconoscere il diritto ad un assegno di divorzio? Sulla base di quali criteri lo calcola? Quali sono le caratteristiche e gli effetti del riconoscimento di tale assegno? Quando cessa il diritto a riceverlo e il dovere di versarlo? A questa e a molte altre domande cercheremo di dare risposta in questa schematica guida.

 

 

Quando spetta l’assegno di divorzio?

Il tribunale, con la sentenza di divorzio può imporre a carico di uno dei coniugi l’obbligo di versare un assegno in forma periodica all’altro.

Il riconoscimento del diritto a tale assegno ha come fondamentali presupposti che il beneficiario:

non abbia sufficienti disponibilità economiche (la legge parla di “mezzi adeguati”) per conservare un tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio

o, in ogni caso, non possa procurarsele per ragioni oggettive [1].

 

Una volta accertata la sussistenza di tali presupposti, il giudice procede al calcolo dell’assegno di divorzio tenendo conto di una serie di circostanze quali: le condizioni dei coniugi, le ragioni della decisione, il contributo personale ed economico fornito da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, il reddito di entrambi, la durata del matrimonio.

 

La procedura per accertare il diritto all’assegno si svolge, dunque, in due fasi:

– quella della verifica dei suddetti presupposti per il riconoscimento del diritto

– e quello del calcolo del suo importo.

 

 

Qual è lo scopo dell’assegno di divorzio?

Mentre l’assegno di mantenimento (riconosciuto con la separazione) ha la finalità di equiparare le situazioni economiche di marito e moglie, ancora soggetti – se pur in modo più tenue – ai vincoli di solidarietà coniugale [3], l’assegno di divorzio, presupponendo comunque il venire meno del vincolo matrimoniale, svolge una funzione di tipo prevalentemente assistenziale.

Esso viene disposto, infatti, (secondo una giurisprudenza costante [4]) quando uno dei coniugi non dispone di risorse economiche sufficienti [4] a consentire al coniuge più debole di avere, anche dopo il divorzio, un tenore di vita il più vicino possibile a quello goduto durante il matrimonio [5].

 

Il giudice, quindi, non è tenuto ad indagare sui comportamenti dei coniugi ai fini del riconoscimento dell’assegno, in quanto tale beneficio non mira a garantire la sola autosufficienza economica del coniuge, né presuppone uno stato di bisogno del richiedente.

Esso può, infatti, essere riconosciuto anche quando:

– il coniuge meno abbiente sia in grado di mantenere un tenore di vita autonomo, agiato e dignitoso, ma non così elevato come quello goduto durante la vita coniugale;

– nel caso di addebito della separazione ad entrambi i coniugi.

 

 

L’assegno stabilito con la separazione incide sull’assegno di divorzio?

Il giudice può decidere se riconoscere o meno l’assegno di divorzio anche se, in sede di separazione:

 

– sia stato escluso, tramite accordo, il versamento di un assegno di mantenimento [6],

– non sia stato richiesto o riconosciuto un assegno di mantenimento [7],

– l’avente diritto abbia rinunciato al mantenimento [8]; in tal caso, tuttavia, occorre che chi richiede l’assegno provi il peggioramento delle sue condizioni economiche rispetto al momento della rinuncia effettuata in sede di separazione.

 

Poiché, infatti, assegno di mantenimento e di divorzio hanno natura, struttura e finalità differenti, le condizioni economiche di cui alla separazione rappresentano solo un parametro di riferimento per il magistrato nella determinazione del nuovo assegno che costituisce, invece, un effetto diretto della pronuncia di divorzio [9].

 

Se l’assegno di mantenimento sia stato versato in un unico importo con rinuncia ad ulteriori pretese, il giudice del divorzio dovrà solo verificare che detto accordo non abbia travalicato il limite inderogabile della funzione assistenziale dell’assegno di divorzio, fermo restando la possibilità di rivedere detti accordi al sopravvenire di nuove circostanze [10].

Se non c’è contestazione sulla richiesta di assegno, il tribunale può richiamarsi alla regolamentazione disposta in sede di separazione [11].

Cosi, pure, se il coniuge, in sede di divorzio, chieda la conferma dell’assegno di mantenimento già disposto con la separazione, il giudice potrà qualificare tale richiesta come un’autonoma domanda di assegno di divorzio [12].

 

Nel riconoscere il diritto all’assegno e determinarne la misura, il giudice può tenere conto sia del regime economico della separazione [13], sia di successivi accordi integrativi, qualora li ritenga utili strumenti per valutare il tenore di vita goduto durante il matrimonio e le condizioni economiche dei coniugi [14]; così, se ad esempio, il coniuge tenuto a versare l’assegno ha esibito in giudizio una documentazione fiscale attestante, per una determinata annualità, un reddito inferiore rispetto agli assegni versati in quello stesso anno per il mantenimento di coniuge e prole, in tal caso, il magistrato potrà dare prevalenza a tale circostanza piuttosto che a quella fiscale.

 

 

Come si accerta il tenore di vita durante il matrimonio?

Per accertare se i mezzi di chi richiede l’assegno sono adeguati a mantenere il tenore di vita coniugale, il giudice deve confrontare la situazione economica attuale (reddito e patrimonio) di chi richiede l’assegno con il tenore di vita avuto durante la vita matrimoniale e che sarebbe presumibilmente proseguito nel caso in cui esso fosse continuato o che poteva in modo ragionevole in base alle aspettative maturate nel corso del rapporto coniugale [15]. Il magistrato non potrà, invece, tenere conto di miglioramenti di carattere eccezionale in quanto collegati ad eventi e circostanze del tutto occasionali ed imprevedibili e non collegati alla situazione di fatto e alle aspettative maturate durante il matrimonio (ad esempio, la fortunosa vincita di una schedina).

 

Per consentire tale accertamento, chi richiede l’assegno deve provare:

 

– quale sia stato il tenore di vita avuto durante il matrimonio;

– quale peggioramento ne sia conseguito per effetto del divorzio;

– la fascia economico sociale appartenuta ai coniugi nel periodo della convivenza.

 

Il tribunale dovrà così valutare il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio tenendo conto della capacità economica complessiva di ciascuno dei coniugi (cioè dell’ammontare dei redditi inteso in senso lato) [16], collegata al tenore di vita potenziale, e non quindi già a quello tollerato o subito per volontà del coniuge economicamente più forte [17].

 

Ad esempio, secondo la Suprema corte, è possibile desumere il carattere elevato del reddito avuto durante il matrimonio dalle denunce dei redditi di entrambi, dalle rispettive proprietà immobiliari e dalla vendita di altri beni immobili [18], così come si può dedurre l’inadeguatezza dei mezzi della moglie dal fatto che il marito abbia un elevato patrimonio immobiliare mentre la donna debba pagare il canone di locazione della casa in cui si è trasferita coi figli [19].

 

 

Quando c’è la difficoltà economica per ottenere l’assegno?

Ulteriore valutazione che il giudice deve effettuare ai fini del riconoscimento dell’assegno è che il richiedente si trovi nella impossibilità di procurarsi “per ragioni oggettive” mezzi adeguati a consentirgli di mantenere un tenore di vita sostanzialmente analogo a quello goduto in costanza di matrimonio.

A tale scopo, il magistrato dovrà tenere conto del contesto sociale ed economico in cui si è svolta la vita coniugale [20], come pure di condizioni oggettive riguardanti la malattia, l’età avanzata [21], l’impegno nell’accudimento dei figli in tenera età.

In tutti i suddetti casi, al richiedente basterà documentare al giudice le suddette circostanze ostative per la ricerca o il mantenimento del posto di lavoro [22], mentre, in ogni altra ipotesi, egli dovrà provare di avere fatto tutto il possibile, nella sua situazione, per disporre di redditi adeguati.

 

 

Quanto rileva la capacità lavorativa di chi richiede l’assegno?

Il giudice deve inoltre accertare quale sia la capacità lavorativa del coniuge richiedente l’assegno, con lo scopo di valutare se egli sia nella concreta impossibilità di conservare un tenore di vita analogo a quello avuto durante la vita coniugale.

La possibilità di svolgere proficuamente attività lavorativa deve esser valutata con riferimento al momento del divorzio e non a quello della separazione [23].

L’indagine va svolta con particolare rigore, in quanto un lavoro svolto in modo saltuario non può certamente essere considerato una fonte adeguata reddito; il giudice, inoltre, deve dare il giusto valore ai compiti domestici assunti dal coniuge economicamente più debole quando egli abbia dedicato ogni sua energia e risorsa alla casa e alla famiglia. Pertanto, il mancato svolgimento di un’attività lavorativa non dispensa il coniuge onerato dall’obbligo di versare l’assegno, salvo che esso sia la conseguenza di un accertato rifiuto a concrete ed effettive opportunità di lavoro [24].

 

 

Come si provano i redditi dei coniugi?

I coniugi, per dimostrare la loro situazione reddituale, devono allegare alle rispettive domande, oltre alle ultime tre dichiarazioni dei redditi, una dichiarazione sostitutiva di atto notorio dalla quale risultino:

 

l’attività lavorativa svolta ed altre eventuali fonti di reddito (ad esempio proventi derivanti dalla locazione di immobili);

– i redditi netti annui relativi agli ultimi 3 anni e quelli netti mensili percepiti negli ultimi 6 mesi;

– un elenco delle singole proprietà immobiliari e di beni mobili registrati;

– gli eventuali collaboratori domestici, con indicazione della retribuzione ad essi versata;

– le spese relative a finanziamenti e mutui.

 

Quest’obbligo non sussiste quando i coniugi raggiungono un accordo sulle condizioni del divorzio.

 

In caso di contestazioni basate su fatti specifici che il coniuge richiedente è comunque tenuto a provare [25] (ad esempio lo svolgimento di un lavoro in nero) il tribunale può – con piena discrezionalità e sempre che ritenga sussistenti i presupposti per riconoscere l’assegno – decidere di disporre indagini sui redditi, sui patrimoni e sull’effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, della polizia tributaria; ciò solitamente , però, solo quando viene prospettata e documentata in giudizio una situazione del tutto diversa da quella che appare in base alle risultanze già acquisite, e non a seguito di una blanda contestazione.

 

 

Come si calcola l’assegno di divorzio?

Una volta riconosciuto il diritto all’assegno, la sua concreta determinazione va effettuata, come dicevamo in premessa, su una serie di parametri valutati in base alla durata del matrimonio.

Si tratta in particolare:

 

-delle condizioni dei coniugi;

– del reddito di entrambi i coniugi;

– delle ragioni della decisione;

– del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune.

 

Tali parametri rilevano solo per quantificare l’assegno (e non per il suo riconoscimento), e il giudice, nella sua discrezionalità, può dare prevalenza anche solo ad uno o ad alcuni di essi.

 

A tali parametri ne vanno aggiunti due ulteriori, ricavabili dalla prassi. Ossia:

 

– l’instaurazione di una convivenza;

– la formazione di una nuova famiglia.

 

Esaminiamoli nello specifico.

 

1- Le condizioni dei coniugi

Con questo termine la legge si riferisce alle condizioni personali (età, qualificazione professionale, titolo di studio, stato di salute e posizione sociale) e patrimoniali (ogni tipo di entrata purché non avente carattere occasionale) dei coniugi, riferite al momento della pronuncia di divorzio e non a situazioni preesistenti, magari caratterizzate da una diversa capacità di reddito [26].

Hanno così rilevanza circostanze come: l’assegnazione o meno della casa familiare, i cespiti ereditari pervenuti, durante il matrimonio al coniuge obbligato, in quanto concorrenti a determinare il tenore di vita della coppia durante il regime matrimoniale [27].

 

2- Il reddito dei coniugi

Con il termine redditi la legge si riferisce non solo a quelli risultanti dalla dichiarazione dei redditi, ma anche da altre prove liberamente valutate dal giudice; in tal senso il magistrato può fare presunzioni sfavorevoli all’obbligato quando questi abbia segnalato, proprio contestualmente alla notifica del ricorso, una drastica diminuzione di reddito [28].

Il giudice deve considerare anche la percezione di una eventuale pensione d’invalidità, dell’’indennità di accompagnamento o dell’indennità di servizio all’estero attribuita ai diplomatici.

 

3- Le ragioni della decisione

Si tratta dei comportamenti, anche successivi alla separazione, che hanno impedito la ricostituzione della comunione di vita tra i coniugi; esso può incidere ai fini della quantificazione dell’assegno solo quando relativo a casi di particolare gravità (ad esempio: violenze su coniuge e figli; violazioni gravi degli obblighi coniugali; ripetute violazioni agli obblighi di mantenimento).

 

4- La durata del matrimonio

Tutti i suddetti parametri vanno considerati in base alla durata del matrimonio, che si esaurisce con la pronuncia di divorzio.

Quanto più essa sia stata lunga, tanto più il coniuge economicamente più debole ha diritto a conservare il livello di vita acquisito durante il matrimonio. E così, anche se il matrimonio è durato poco, ma il coniuge economicamente più debole dopo la separazione, ha sacrificato il lavoro, per dedicarsi alla cura quotidiana dei figli, gli potrà essere riconosciuto un assegno di divorzio commisurato alla effettiva durata del suo impegno a favore della famiglia.

La durata del matrimonio, in ogni caso, influisce di solito solo sull’ammontare dell’assegno ma non sul suo riconoscimento; sicché, anche in presenza di una convivenza matrimoniale molto breve il giudice può riconoscere il diritto all’assegno. Non deve, però essersi trattato di una unione meramente formale da cui non sia conseguita nessuna comunione di vita tra marito e moglie [29].

 

5- Il contributo personale ed economico

Anche il contributo personale ed economico dato da ciascun coniuge alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio personale e comune è destinato ad incidere sulla misura dell’assegno.

Attraverso tale criterio il giudice può:

 

ridurre o azzerare l’assegno riconosciuto con la separazione nei casi in cui il coniuge più debole non abbia fornito il proprio apporto alla conduzione della vita familiare: così, ad esempio, è stato ridotto l’assegno di mantenimento concesso alla ex moglie, in quanto la donna, durante il matrimonio anziché dedicare il suo tempo alla famiglia e ai figli, aveva costantemente frequentato locali notturni, anche abusando di alcolici e psicofarmaci [30];

– attribuire all’assegno una funzione compensativa dell’apporto fornito dalla donna casalinga alla conduzione della vita familiare [31].

 

6- Inizio di una convivenza

Se, dopo il divorzio, chi riceve l’assegno intraprende una nuova convivenza, ciò può influire sia sul diritto a riceverlo che sul suo importo (inteso come riduzione). Se, infatti, l’ex coniuge, in ragione della convivenza intrapresa, mantiene un tenore di vita del tutto simile a quello avuto durante il matrimonio, egli perde il diritto all’assegno.

In tal caso occorre che l’ obbligato al versamento dia prova al giudice che il contributo economico portato dal convivente al beneficiario dell’assegno di divorzio ha determinato un miglioramento delle condizioni economiche di quest’ultimo, anche in termini di risparmi sulle spese.

Dunque non basta, ai fini dell’esonero o della riduzione dell’assegno, la sola prova della nuova convivenza dell’ex coniuge, ma occorre provare con ogni mezzo (anche tramite presunzioni) il miglioramento delle condizioni economiche, specie in base ai redditi e al tenore di vita del convivente [32].

Il giudice non potrà, tuttavia, in questo caso disporre indagini a cura della polizia tributaria, riservate in via esclusiva all’ipotesi di contestazioni sui redditi e patrimoni dei coniugi e non di terzi soggetti.

 

7- Formazione di una nuova famiglia

Se uno o entrambi i coniugi divorziati, durante la separazione, hanno formato una nuova famiglia, mettendo al mondo dei figli con nuovi compagni, in tal caso il giudice deve tenere conto dei sopravvenuti obblighi nei riguardi del nuovo nucleo familiare.

A riguardo si ritiene che il giudice, nel determinare la misura dell’assegno, deve mirare ad evitare che l’importo stabilito in favore della prima famiglia non si traduca in una situazione peggiore rispetto a quella goduta dai componenti della seconda famiglia [33]). Per quanto, secondo un certo orientamento, tale criterio può valere per ridurre l’assegno per l’ex coniuge, ma non per i figli del precedente nucleo [34].

 

 

Da quando decorre il pagamento dell’assegno di divorzio?

In linea generale la decorrenza del pagamento dell’assegno di divorzio inizia da quando la sentenza diventa definitiva e, quindi, non è più impugnabile (in gergo “passa in giudicato”). Il giudice, tuttavia, può – sulla base del caso concreto e anche se non sia stata fatta una specifica richiesta a riguardo – stabilirne la decorrenza dalla data della domanda di divorzio (intesa non solo come deposito del ricorso, ma anche della comparsa di risposta). In tal caso, però, egli deve motivare adeguatamente tale decisione [35].

 

 

Come funziona la rivalutazione dell’assegno di divorzio?

Con lo scopo di dare all’assegno un valore nel tempo il più possibile coerente con il costo della vita, la sentenza di divorzio, anche in mancanza di una espressa richiesta delle parti, deve stabilire un criterio di adeguamento automatico dell’assegno, quantomeno sulla base degli indici Istat di svalutazione monetaria. Il giudice, nei casi di palese iniquità, può escludere la previsione con decisione motivata.

Trattandosi di un criterio automatico, si ritiene che l’adeguamento vada applicato in base al suddetto indice Istat anche se la sentenza non preveda nulla a riguardo.

 

 

Entro quando si prescrive l’assegno di divorzio?

Poiché le somme che costituiscono oggetto dell’assegno vanno pagate in modo periodico in termini inferiori all’anno, esse si prescrivono in 5 anni, decorrenti dalle singole scadenze di pagamento.

 

 

Che succede con il riconoscimento dell’assegno di divorzio?

Al riconoscimento dell’assegno di divorzio conseguono tre importanti diritti in favore del beneficiario:

– quello ad una percentuale del TFR (indennità di fine rapporto) percepita dall’ex coniuge e riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio;

– quello ad un assegno periodico a carico dell’eredità alla morte dell’ex coniuge, qualora si trovi in stato di bisogno;

– quello alla pensione di reversibilità dell’ex coniuge defunto, da solo, o in concorso con il coniuge superstite e/o con i figli e/o con altri familiari meritevoli del trattamento in questione.

 

 

L’assegno di divorzio si può versare in un’unica soluzione?

Gli ex coniugi sono liberi di stabilire, anziché il pagamento periodico dell’assegno, quello in un’unica soluzione (cosiddetto “una tantum”), ossia mediante un trasferimento di un’unica somma di denaro, anche eventualmente rateizzabile.

Qualunque sia la forma prescelta (pagamento periodico o in un’unica soluzione) essa deve essere indicata nella sentenza.

Tuttavia, la previsione di un assegno in soluzione unica non può essere stabilita da giudice ma può solo costituire oggetto di accordo delle parti; il giudice, in tal caso, dovrà controllare l’equità di tale accordo al fine di accertare che l’importo pattuito non si discosti in modo evidente da parametri corretti (si pensi, ad esempio, al caso in cui l’importo concordato appaia assai modesto tenuto conto dell’età avanzata del coniuge più debole e del fatto che egli sia del tutto privo di redditi ).

Va detto, tuttavia, che il giudizio del magistrato avrà, in tal caso, una valenza più che altro formale e non potrà consistere in una concreta indagine sulle condizioni patrimoniali dei coniugi i quali, in caso di domanda congiunta, non hanno alcun obbligo di presentare le proprie dichiarazioni fiscali.

 

Il criterio aritmetico per determinare l’importo dell’assegno in soluzione unica è per lo più quello utilizzato per determinare il capitale da conferire per la costituzione di una rendita vitalizia con il limite, però, che esso ha come punto di partenza il dato incerto dell’entità dell’ assegno di divorzio che sarebbe determinato in modo presumibile dal tribunale se le parti non avessero raggiunto un diverso accordo.

 

Il pagamento in soluzione unica può avvenire:

 

– mediante il trasferimento di beni mobili (azioni, obbligazioni, ecc.),

oppure mediante il trasferimento della proprietà di un immobile [36].

 

Il versamento di un assegno “una tantum” preclude la possibilità che il beneficiario possa chiedere – qualora peggiorino le sue condizioni economiche o comunque sopravvengano giustificati motivi – una successiva integrazione di quanto già percepito [37] o comunque la revisione degli accordi economici, come pure non potrà vantare diritti connessi al riconoscimento dell’assegno di divorzio (ad esempio quello al Tfr).

 

 

 

Si può modificare l’assegno di divorzio?

Se dopo la sentenza di divorzio si verificano fatti nuovi che possono avere ripercussioni sull’assegno di divorzio, l’ex coniuge interessato (o entrambi) possono chiederne la modifica (intesa come aumento o riduzione) oppure la cessazione.

Tale domanda può essere formulata quando ricorrano “giustificati motivi”, ossia mutamenti importanti e documentati della situazione personale o patrimoniale dell’ex coniuge (o di entrambi) esistente in precedenza.

Tali mutamenti vanno accertati dal giudice in modo bilaterale e comparativo per stabilire se impongono la necessità di riequilibrare le condizioni economiche degli ex coniugi [38], tenuto conto della specifica funzione dell’assegno di divorzio che è quella di garantire, in ogni tempo, la disponibilità di quanto necessario al godimento di un tenore di vita adeguato alla pregressa posizione economico sociale dell’ex coniuge.

 

In presenza di giustificati motivi, il tribunale può anche, in sede di modifica, fissare per la prima volta un assegno di divorzio in favore del richiedente [39]. Ciò può avvenire:

 

– sia quando questi ne abbia già fatto richiesta nel procedimento di divorzio e la relativa domanda sia stata rigettata,

– sia se tale domanda non sia mai stata formulata in precedenza.

 

Se gli ex coniugi raggiungono un accordo, la modifica potrà essere richiesta oltre che con ricorso al tribunale, anche tramite il procedimento della negoziazione assistita da avvocati e, se non ci sono figli minori o portatori di grave handicap, davanti all’ufficiale di stato civile.

 

 

Quando cessa il diritto all’assegno di divorzio?

L’obbligo di versare l’assegno cessa:

 

in caso di nuovo matrimonio del beneficiario: in tal caso, infatti, le nuove nozze comporteranno un trasferimento di tutti i diritti e i doveri coniugali (tra cui quello di contribuzione economica ai bisogni del coniuge) sul nuovo partner;

– alla morte di uno degli ex coniugi.

 

Se la morte se interviene nel corso del giudizio di divorzio, essa fa cessare la materia del contendere anche in ordine agli aspetti patrimoniali [40].

Se, invece, la morte interviene dopo la sentenza che ha riconosciuto il diritto all’assegno, in tal caso il beneficiario superstite ha diritto, come abbiamo visto, alla pensione di reversibilità (anche in concorso con il coniuge del defunto qualora questi si fosse risposato) o ad un assegno periodico a carico dell’eredità, qualora si trovi in stato di bisogno.

In caso di morte del beneficiario il diritto all’assegno non si trasmette agli eredi.


[1] Art. 5 c. 6 L. 898/70.

[2] Art 9 L. 898/70.

[3] Previsti dall’ art. 143 cod.civ., fatta esclusione per il dovere di coabitazione.

[4] Cfr. Cass. sent. n. 11490/90 e n. 16597/13.

[5] Cfr. Cass. sent. n. 24858/08; 13058/08; n. 25019/07; Cass. n. 25010/07, n. 11522/07, n. 1496/07, n. 15611/07, n. 4764/07, n. 4021/06, n. 15726/05, n. 10210/05).

[6] Cass. sent. n. 2948 del 10.02.2014 e n. 23690/08.

[7] Cass. sent. n 15055 del 22.11 2000.

[8] Cass. sent. n. 398 del 13.01. 2010 e n. 23079/13.

[9] Cass. sent. n. 23763/08, sent. n. 17017/08, n. 25010/07 e Cass. n. 23690/08, App. Roma sent, n. 1383/10.

 

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[10] Trib. Messina, sent. del 10.12. 2002.

[11] Cass. sent. n. 20582/10 e n. 6606/10.

[12] Trib. Tivoli, sent. del 24.04. 2007.

[13] Cass. sent. n. 28741/08.

[14] Cass. sent. n. 20352/08.

[15] Cass. sent. n. 4648/09, n. 20352/08, n. 1246/08 n. 14611/07, n. 15212/10 , n. 24858/08, 23867/08.

[16] Cass. sent. n. 15610/07 n. 19446/05 e n. 13169/04.

[17] Cass. sent. n. n. 10210/05, n. 10465/96, App. Roma, sent. del 20.12 2001.

[18] Cass. sent. n. 15610/07.

[19] Cass. sent. n. 4764/07.

[20] Cass. sent. n. 3429/94.

[21] Cass. sent. n 4736/03 e n. 294/91.

[22] Cass. n. 11975/03.

[23] Cass. sent. n. 21758/10.

[24] Cass. sent. n.. 13626/10 e n. 27775/08.

[25] Cass. sent. n. 2098/11.

[26] Cass. n. 20582/10 e n. 17901/04.

[27] Cass. sent. n. 2662/00.

[28] Cass. sent. n. 6685/10.

[29] Cass. sent. n.. 18241/06 e n. 8233/00.

[30] Cass. sent. n. 28892/11.

[31] Cass. sent. n. 593/08.

[32] Cass. sent. n.. 24858/08, n. 24056/06, n 1179/06, n 14921/07, n. 1179/06,n. 12557/04.

[33] Cass. sent. n. 21919/06.

[34] Cass. sent. n. 4800/02.

[35] Cass. sent. n. 7295/13.

[36] Cass. sent. n.12939/03.

[37] Cass. sent. n. 126/01 e n. 7365/98.

[38] Cass. sent. n 6888/13.

[39] Cass. sent. n. 2339/06.

[40] Cass. sent. n. 10065/03.

 

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