Inseminazione artificiale: non si può licenziare la dipendente assente
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5 Apr 2016
 
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Inseminazione artificiale: non si può licenziare la dipendente assente

Discriminatorio il licenziamento della lavoratrice che ha preso dei permessi per poter procedere all’inseminazione artificiale.

 

Non si può licenziare la dipendente che abbia comunicato di doversi assentare dal lavoro a intermittenza per potersi sottoporre a un intervento di inseminazione artificiale: secondo una sentenza di ieri della Cassazione [1], una tale decisione del datore di lavoro si porrebbe come discriminatoria e, quindi, deve essere annullata.

 

Tutelata la maternità in tutte le sue forme, da quella naturale a quella prodotta artificialmente: non importa che, per quest’ultima scelta, sia prevista una fase di “gestazione” più travagliata che parte da ben prima del tradizionale concepimento. L’intervento della tecnica di inseminazione, che impone un periodo sottoposizione a cure e a riposo, non può essere addotto come causa di licenziamento, neanche se ciò comporta un’assenza protratta dal lavoro. L’ipotesi è equiparabile alla malattia e alla gravidanza, che come noto impongono al datore di non emettere atti espulsivi.

 

Viene così imposta la reintegrazione della lavoratrice sul posto di lavoro e, allo stesso tempo, la condanna del datore al “pagamento delle retribuzioni globali di fatto maturate dal licenziamento alla reintegra” e al “versamento dei contributi”, conseguente che scattano in automatico, anche a seguito della riforma contenuta nel Job Act, a seguito di licenziamento discriminatorio, così come è quello di specie. “Discriminatorio” proprio perché il datore di lavoro, così facendo, finisce per sanzionare una condotta legittima, quella del lavoratore di procedere ad un trattamento medico rivolto alla maternità. Evidente, quindi, la violazione della “parità di trattamento tra uomini e donne in materia di occupazione e impiego”.

 

 

 


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 18 dicembre 2015 – 5 aprile 2016, n. 6575

Presidente Roselli – Relatore Spena

Fatto e diritto

Con ricorso dei 15.3.2007 S.S. agiva nei confronti dell’avvocato C.L.G. davanti al Tribunale di Roma , quale Giudice dei Lavoro, chiedendo accertarsi la intercorrenza tra le parti di un rapporto di lavoro subordinato nel periodo 6 settembre 1993- 27 settembre 2005 ascrivibile al livello 4^ del CCNL STUDI PROFESSIONALI e per l’effetto:

– Condannare parte convenuta al pagamento delle differenze di retribuzione maturate e dei TFR

Dichiarare la nullità/ illegittimità del licenziamento intimato in data 27.9.2005 perché determinato da motivo illecito e/o discriminatorio, con condanna di parte convenuta alla reintegra nelle mansioni ed al pagamento delle retribuzioni maturate dal licenziamento alla reintegra- anche a titolo di risarcimento dei danno- sulla base dell’ultima retribuzione dovuta

In via gradata rispetto al suddetto capo di domanda, dichiarare ancora in essere il rapporto di lavoro e condannare parte convenuta al pagamento delle retribuzioni dalla data del licenziamento sino a valida risoluzione dei rapporto -anche a titolo di risarcimento del danno- sulla base

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[1] Cass. sent. n. 6575/2016 del 5.04.2016.

 


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