Mantenimento: se l’ex coniuge dichiara di meno di quanto guadagna
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5 Apr 2016
 
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Redazione
 


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Mantenimento: se l’ex coniuge dichiara di meno di quanto guadagna

Separazione e divorzio: per determinare la misura dell’assegno di mantenimento il giudice deve verificare prima di tutto il tenore di vita goduto durante il matrimonio.

 

A seguito di separazione o divorzio, nella determinazione dell’assegno di mantenimento da versare all’ex coniuge non pesano tanto le dichiarazioni dei redditi prodotti in giudizio dal soggetto obbligato al versamento dell’assegno periodico quanto piuttosto l’esame del tenore di vita goduto durante il matrimonio. È proprio dall’esame di quelle che sono state le spese effettuate quando ancora la coppia era unita che il giudice riesce a stabilire – come con una cartina di tornasole – qual è la capacità reddituale del coniuge e se la documentazione fiscale di quest’ultimo risulta non corrispondente all’effettivo reddito. L’importante chiarimento proviene da una sentenza della Cassazione pubblicata ieri [1].

 

Secondo quanto si legge nel provvedimento in commento, nelle cause di separazione o divorzio, nel momento in cui bisogna fissare l’ammontare dell’assegno di mantenimento, la valutazione della documentazione fiscale prodotta dalla parte non ha efficacia vincolante per il giudice, il quale, nella sua valutazione discrezionale, può fondare la propria decisione su altre prove come, in primo luogo, tutte quelle che denotano il tenore di vita goduto dai coniugi in costanza di matrimonio. Viaggi, vacanze, auto, cene, partecipazioni a manifestazioni, teatri, abbonamenti a utenze e servizi vari: tutto fa brodo per ricostruire il reddito effettivo del coniuge, al di là di quello che è stato dichiarato al fisco. Il giudice, insomma, fa un po’ quello che normalmente compete all’Agenzia delle Entrate quando deve accertare un reddito sulla base delle spese del contribuente.

 

L’assegno di mantenimento – lo ricordiamo – viene imposto non al soggetto che ha colpa nella separazione, ma solo a colui che ha un reddito superiore all’altro: non si tratta, quindi, di una misura punitiva, ma di una espressione della solidarietà coniugale con funzione assistenziale. Pertanto, il coniuge obbligato al pagamento dell’assegno risulta essere quello che versa nelle condizioni economiche migliori, sia esso responsabile o meno della crisi dell’unione familiare.

 

Proprio a tal fine, nel determinare l’ammontare dell’assegno il giudice deve avere a riferimento, quale parametro essenziale, il tenore di vita goduto nel corso del matrimonio da parte dei coniugi. Il giudice non può quindi limitarsi a considerare solo il reddito emergente dalla documentazione fiscale prodotta, ma dovrà considerare anche altre variabili di carattere economico (o apprezzabili in termini economici), suscettibili di incidere sulle condizioni delle parti come, nel caso in esame, il possedere un cospicuo patrimonio immobiliare, nonché di beni mobili registrati (autovetture, motoveicoli, natanti), condurre uno stile di vita particolarmente agiato e lussuoso.

 

Secondo la giurisprudenza, le dichiarazioni dei redditi dell’ex coniuge hanno una funzione solo fiscale e non hanno efficacia vincolante per il magistrato nell’ambito delle cause di separazione e divorzio: egli, quindi, può fondare il proprio convincimento su altre risultanze probatorie.

 


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 19 febbraio – 4 aprile 2016, n. 6427

Presidente Ragonesi – Relatore Mercolino

Fatto e diritto

È stata depositata in Cancelleria la seguente relazione, ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ.:

“1. – Con la sentenza di cui in epigrafe, la Corte d’Appello di Catania ha rigettato l’appello proposto da G.P. avverso la sentenza emessa il 21 maggio 2013, con cui il Tribunale di Ragusa, dopo aver pronunciato la separazione personale dell’appellante dalla moglie M.M. , aveva posto a carico del Gallo l’obbligo di corrispondere un assegno mensile di Euro 2.000,00 a titolo di contributo per il mantenimento del coniuge ed un assegno mensile di Euro 1.000,00 per il mantenimento del figlio maggiorenne A. , convivente con la madre e non ancora economicamente autosufficiente.
2. – Avverso la predetta sentenza il Gallo ha proposto ricorso per cassazione, articolato in due motivi, al quale la Magro ha resistito con controricorso.
3. A sostegno dell’impugnazione, il ricorrente ha dedotto:
a) la violazione e la falsa applicazione dell’ara 156 cod. civ., anche in relazione all’art. 360, primo comma, n. 5 cod. proc. civ., sostenendo che, ai fini del riconoscimento del

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[1] Cass. ord. n. 6427/2016 del 4.04.2016.

 


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