Accesso alla mail del dipendente: è reato aggravato
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6 Apr 2016
 
L'autore
Maria Monteleone
 


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Accesso alla mail del dipendente: è reato aggravato

Il datore di lavoro, o superiore gerarchico, che accede alla mail aziendale del dipendente commette reato di accesso abusivo a sistema informatico, con l’aggravante dell’abuso di potere.

 

Entrare nella casella di posta elettronica altrui protetta da password configura reato di accesso abusivo a sistema informatico, anche quando il trasgressore è il capo dell’ufficio che entra nella mail del dipendente pubblico. Per di più, in questo caso, il capo può essere punito con l’aggravante dell’abuso di potere, per aver commesso il fatto in qualità di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio. È quanto affermato da una recente sentenza della Cassazione [1].

 

La legge [2] punisce chiunque, abusivamente, si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza o vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo. La pena consiste nella reclusione fino a tre anni.

La pena è aumentata (da uno a cinque anni) quando ricorre una delle seguenti circostanze aggravanti:

 

1) il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri, o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato, o con abuso della qualità di operatore del sistema;

 

2) il colpevole, per commettere il fatto, usa violenza sulle cose o alle persone, o è palesemente armato;

 

3) dal fatto deriva la distruzione o il danneggiamento del sistema o l’interruzione totale o parziale del suo funzionamento, o la distruzione o il danneggiamento dei dati, delle informazioni o dei programmi in esso contenuti.

 

Un’ulteriore aggravante è prevista qualora l’accesso abusivo riguardi sistemi informatici o telematici di interesse militare o relativi all’ordine pubblico o alla sicurezza pubblica o alla sanità o alla protezione civile o comunque di interesse pubblico (reclusione, rispettivamente, da uno a cinque anni e da tre a otto anni).

 

I giudici chiariscono che la fattispecie di reato in questione sussiste anche in caso di accesso abusivo alla casella di posta elettronica altrui, per controllare mail, scaricare file ecc. Ciò in quanto la casella di posta elettronica è uno spazio di memoria, protetto da una password personalizzata, di un sistema informatico destinato alla memorizzazione di messaggi, o di informazioni di altra natura, nell’esclusiva disponibilità del suo titolare, identificato da un account registrato presso il provider del servizio.

 

Se la posta elettronica è protetta con password, dalla quale emerge la chiara volontà dell’utente di farne uno spazio a sé riservato, ogni accesso da parte di terzi rappresenta l’elemento materiale del reato di accesso abusivo a sistema informatico.

 

La casella di posta elettronica, secondo i giudici, non può essere equiparata ad una cassetta delle lettere in quanto, a differenza di quest’ultima che è un semplice contenitore fisico di posta, è destinata a ricevere e custodire informazioni personali e rappresenta “un’espansione ideale dell’area personale di rispetto del soggetto interessato”.

 

Inoltre, qualora in un sistema informatico pubblico (che serve cioè una Pubblica Amministrazione) vengano attivate caselle di posta elettronica, protette da password personalizzate, a nome dei singoli dipendenti, tali caselle rappresentano il domicilio informatico proprio dei dipendenti. Ne deriva che nessuno può accedervi abusivamente ledendo la privacy del dipendente, neppure il superiore dell’ufficio.

 

Dunque, anche il datore di lavoro o superiore che approfitta di un momento di assenza del dipendente e accede abusivamente alla sua mail personale, lede lo spazio riservato esclusivamente allo stesso (con apposita password) ed è responsabile del reato di accesso abusivo a sistema informatico.

Non solo. Egli può essere anche punito con aggravante per aver commesso il fatto con abuso di potere e violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio.

 

A tal proposito i giudici hanno chiarito che l’aggravante di aver commesso il fatto con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti ad una pubblica funzione o ad un pubblico servizio, non presuppone necessariamente che il reato sia commesso in relazione al compimento di atti rientranti nella sfera di competenza del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio, nè l’attualità dell’esercizio della funzione o del servizio. Essa è infatti configurabile anche quando il pubblico ufficiale abbia agito al di fuori dell’ambito delle sue funzioni, essendo sufficiente che la sua qualità abbia “reso possibile o comunque facilitato la commissione del reato”.

 

Ebbene, il datore di lavoro o superiore gerarchico che entra abusivamente nella posta elettronica del dipendente, commette il reato anche e soprattutto grazie alla propria posizione di supremazia che gli consente di conoscere i momenti di assenza del lavoratore, i compiti assegnati ecc.


[1] Cass. sent. n. 13057 del 31.3.2016.

[2] Art. 615-ter cod. pen.

 


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