Il dipendente può aprire partita Iva?
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7 Apr 2016
 
L'autore
Noemi Secci
 


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Il dipendente può aprire partita Iva?

Contratto di lavoro subordinato e contemporanea apertura  della partita Iva: in quali casi i dipendente può anche lavorare in proprio?

 

Sono un lavoratore dipendente, ma vorrei svolgere contemporaneamente un’attività in proprio: la legge me lo consente?

Non esistono particolari ostacoli allo svolgimento di attività di lavoro autonomo, quando già si svolge lavoro subordinato presso un’azienda privata: questo, sia nel caso in cui il dipendente decida di avviare un’attività libero professionale, sia che decida di svolgere attività d’impresa.

Il discorso cambia, invece, per i dipendenti statali o degli Enti locali, in virtù del principio di esclusività del rapporto pubblico [1]: secondo tale principio, non è possibile svolgere altre attività contemporanee al rapporto d’impiego alle dipendenze di una Pubblica amministrazione. Fanno eccezione soltanto i lavoratori part time, con orario inferiore o pari al 50% dell’orario ordinario: in questo caso è possibile effettuare contemporaneamente un’attività in proprio, sia in qualità di professionista che di imprenditore.

 

 

Conflitto d’interessi

Per quanto riguarda, però, i dipendenti pubblici part time che aprono partita Iva, si pone il problema del conflitto d’interessi: anche se l’orario di lavoro è ridotto, questo non impedisce che l’attività in proprio possa dar luogo ad interferenze con l’impiego presso la P.A.

Dunque, perché non vi sia contrasto col lavoro subordinato pubblico, non è sufficiente il solo fatto che la percentuale di part time non superi il 50%: non deve esistere, nel concreto, alcun conflitto d’interessi tra l’impiego in proprio e quello alle dipendenze della P.A.

 

 

Divieto di concorrenza

Per quanto concerne i dipendenti di datori di lavoro privati, il limite nello svolgimento di contemporanea attività in proprio consiste nel generale divieto di concorrenza , che discende direttamente dall’obbligo di fedeltà[2]: secondo il codice civile, il lavoratore non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né recare pregiudizio al datore utilizzando informazioni sull’organizzazione o sui metodi di produzione dell’impresa.

Dunque, se il dipendente intende mettersi in proprio, e l’attività svolta può contrastare, anche parzialmente, con quella del datore di lavoro, per non rischiare di incorrere in sanzioni disciplinari, che possono arrivare sino al licenziamento, deve essere da lui espressamente autorizzato.

 

 

Lavoro autonomo e dipendente: contributi previdenziali

Se il lavoratore in proprio che ha un contemporaneo rapporto subordinato svolge un’attività d’impresa, non è obbligato ad iscriversi alla Gestione lavoratori autonomi (Artigiani e Commercianti) dell’Inps: l’iscrizione non è infatti necessaria se l’attività alle dipendenze è prevalente rispetto a quella imprenditoriale.

Se, invece, il lavoratore, oltre ad avere un rapporto subordinato, svolge una professione regolamentata per la quale è obbligatoria l’iscrizione a un albo o a un ordine, può essere obbligatoria anche l’iscrizione alla Cassa previdenziale di categoria, se previsto nell’ordinamento della Cassa stessa.

Qualora la professione contemporaneamente svolta non sia regolamentata, è obbligatoria l’iscrizione alla Gestione Separata: in questo caso il lavoratore deve pagare l’aliquota del 24% sull’imponibile derivante dall’attività professionale e non del 27,72%, in quanto iscritto, nello stesso tempo, a una gestione dei lavoratori dipendenti. L’aliquota del 24% è infatti dovuta dai pensionati e dagli iscritti ad altre casse.

 

 

Dipendente e forfettario

Un’ultima questione si pone per quei lavoratori dipendenti che esercitano attività in proprio aderendo al nuovo regime Forfettario: in questo caso, non è possibile aderire al regime agevolato se il reddito da lavoro dipendente supera i 30.000 euro annui.


[1] D.lgs. 165/2001.

[2] Art. 2105 Cod. Civ.

 


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