Vincenzo Rizza
Vincenzo Rizza
8 Apr 2016
 
Le Rubriche di LLpT


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Alimenti mantenimento e assegno di divorzio: regole

Il diritto agli alimenti o al mantenimento nel caso di separazione o divorzio lascia margini di discrezionalità alla decisione del giudice.

 

L’assegno di divorzio continua a sollecitare interventi chiarificatori della Cassazione tesi a definire regole quanto più oggettive e generali possibili, alla luce delle indefinite e variegate decisioni dei tribunali, ognuno ancorato a valutazioni proprie e, spesso, contraddittorie.

Ce ne occupiamo dando qualche indicazione sulle caratteristiche degli istituti in esame prima di esaminare le regole indicate nella più recente decisione della Corte.

Molti commentatori usano occuparsi degli alimenti o dell’assegno di mantenimento dovuti dal coniuge facendo esclusivo riferimento alla giurisprudenza.

Il nostro sistema giuridico, a differenza di quelli di “Common Law”, non lascia ai giudici di fissare le regole dell’ordinamento. Le regole, viceversa, sono stabilite dal Legislatore e, in un contesto di separazione dei poteri, viene demandato ai Giudici il compito di farle osservare.

L’esame della questione di cui ci occupiamo deve partire, dunque, innanzitutto, dal Codice Civile.

Occorre in primo luogo distinguere tra alimenti e mantenimento, trattandosi di due istituti del tutto diversi.

 

 

Diritto agli alimenti

Presupposto del diritto agli alimenti è il fatto di versare in stato di bisogno e di non essere in grado di provvedere al proprio mantenimento [1].

Il codice civile stabilisce che tra le persone obbligate a corrispondere gli alimenti vi è, innanzitutto, il coniuge. Stabilisce poi un ulteriore elenco di obbligati tra cui, perfino, i suoceri: è materia della quale, semmai, ci occuperemo in altre occasioni.

Nel caso di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, dunque, il diritto agli alimenti scaturisce da uno stato di bisogno; un concetto diverso da quello posto a fondamento del diritto all’assegno di mantenimento: quest’ultimo, infatti, mira a consentire la prosecuzione di uno status di vita che non ha alcun riferimento allo stato di bisogno. Il “mantenimento” può spettare anche a chi vive in una condizione di agio, ha un lavoro, possiede dei beni. Lo scopo è di garantirgli la conservazione di tale tenore di vita anche successivamente alla cessazione del vincolo coniugale.

 

 

L’assegno di mantenimento

L’assegno di mantenimento è la somma che un coniuge deve corrispondere all’altro economicamente più debole in seguito alla separazione e scaturisce o da un accordo tra i coniugi o da un provvedimento che, in mancanza di accordo, viene assunto dal giudice

L’assegno di mantenimento è regolato dal Codice Civile, e costituisce l’esplicazione del dovere di solidarietà materiale e morale stabilito dalla legge a carico degli sposi; dovere che non viene meno in seguito alla separazione personale poiché il vincolo matrimoniale non viene sciolto, ma solo sospeso.

 

 

L’assegno divorzile

Il fondamento di questo istituto è analogo a quello dell’assegno di mantenimento.

Presuppone, però, la definitiva cessazione del vincolo matrimoniale e degli effetti che esso costituisce in capo ai coniugi.

Anche l’assegno divorzile ha una finalità assistenziale e di solidarietà: la cessazione del legame, infatti, non fa venir meno obblighi di carattere, per così dire, etico, nei confronti della persona con la quale si è intrattenuto un rapporto di intimità e di convivenza, spesso protrattosi per anni. Serve, in definitiva, ad impedire il deterioramento delle condizioni economiche del coniuge economicamente più debole.

La Legge sul divorzio prevede che il Tribunale, con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, riconosca l’assegno divorzile al coniuge che lo richiede quando quest’ultimo non dispone di mezzi adeguati o comunque non è in condizione di procurarseli per ragioni oggettive, tenendo conto del reddito di ciascun coniuge, delle ragioni del fallimento del matrimonio, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e patrimoniale, e valutando questi elementi in rapporto alla durata del matrimonio.

 

 

La Cassazione

Le sentenze della Corte di Cassazione vanno via via indicando le linee guida della regolamentazione dei rapporti economici tra ex coniugi consentendo, in linea di massima, di costruire ragionamenti uniformi.

Assieme ad un diritto codificato rappresentato da codici e leggi, l’ordinamento attribuisce sempre maggior rilievo alle decisioni dei giudici. Decisioni che, nel loro insieme, costituiscono un corpus di regole definito come “diritto vivente”.

La più recente Ordinanza della Cassazione [2] sul tema che stiamo esaminando ripropone le due regole essenziali cui il ragionamento deve attenersi nella determinazione dell’entità del mantenimento da corrispondere all’ex coniuge nel caso di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio. Sarà necessario – afferma la Corte – rispondere a due domande.

 

 

Esiste il diritto all’assegno di mantenimento?

La risposta affermativa presuppone che il giudice verifichi che il coniuge economicamente più debole non ha, di suo, mezzi adeguati a consentirgli di mantenere un livello di vita analogo a quello goduto nel corso del matrimonio.

Si tratta, come appare subito evidente, di un criterio molto incerto e variabile. Sottoposto a problematiche imprevedibili e non facilmente omologabili in regole ferree.

Incidono su tale valutazione la capacità lavorativa individuale; il titolo di studio; le possibilità lavorative specifiche; le condizioni di salute; l’età; le esperienze lavorative pregresse; la zona di residenza. E così via in un elenco che, teoricamente, potrebbe essere infinito.

Nella decisione recentissima la Cassazione aggiunge un ulteriore parametro dettato, non v’è dubbio, dalla attuale contingenza economica e sociale: la possibilità “concreta” di trovare un’occupazione.

 

È notorio come sia molto difficile, oggi, trovare un lavoro e come, a maggior ragione, tale possibilità è limitata da un’età non troppo giovane o da un contesto ambientale difficile.

 

Secondo la Suprema Corte si deve tener conto, pertanto, “di un’effettiva capacità reddituale, dovendosi tener conto delle concrete prospettive occupazionali connesse a fattori di carattere individuale ed alla situazione ambientale, nonché delle reali opportunità offerte dalla congiuntura economico-sociale in atto”. [3]

 

Il contributo assume, secondo la Corte, una funzione “eminentemente assistenziale” ed è volto a tutelare il coniuge economicamente più debole.

Non v’è dubbio che l’attuale regolamentazione giurisprudenziale dell’istituto assume, sotto questo punto di vista, una funzione rappresentativa della nostra realtà sociale e, soprattutto, della situazione femminile nella nostra società. L’analisi statistica delle decisioni dei giudici lascia intravedere un dato inoppugnabile: sono le donne, nella quasi totalità delle sentenze, a chiedere e veder riconosciuto il diritto agli alimenti.

 

Le sentenze, in definitiva, certificano il ruolo della donna come parte debole del rapporto matrimoniale; della donna del Sud come espressione di una realtà sociale nella quale la disoccupazione assume proporzioni epiche; della donna non giovane come soggetto estraneo a qualunque attesa occupazionale. Della donna “casalinga” come soggetto centrale dell’organizzazione familiare e suppletivo dell’assenza di servizi pubblici, che vive il momento più critico allorchè viene meno il legame matrimoniale.

 

Dei problemi dei mariti ci siamo occupati altre volte e torneremo ad occuparci, poiché non è di certo nostra intenzione trascurare i risvolti spesso drammatici della separazione come causa di nuove povertà.

 

Nel caso esaminato dalla Corte gli elementi presi a base del giudizio di spettanza degli alimenti sono stati la crisi economica e l’età avanzata della moglie. L’occupazione lavorativa dell’interessata non è stata ritenuta decisiva al fine di negarle il diritto. Decisione legata, evidentemente, all’entità della retribuzione ed alla sua insufficienza rispetto alla necessità di consentirle un tenore di vita adeguato a quello goduto durante il matrimonio.

 

 

Quale deve essere l’ammontare dell’assegno?

La Corte suggerisce, nella decisione in esame, concetti già espressi più volte: il giudice dovrà decidere l’ammontare dell’assegno:

1) “Sulla base delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune”;

2) Sulla base del reddito di ciascuno dei due, da valutare in rapporto alla durata del matrimonio.

 

Le regole, come si vede, seppur apparentemente molto astratte, consentono di parametrare sotto molteplici punti di vista l’entità dell’assegno.

Il patrimonio di ciascuno dei coniugi; le modalità della sua formazione; la sua provenienza; le ragioni del divorzio; l’ammontare del patrimonio comune.

Sembrano – ed in parte lo sono! – regole del tutto avulse dalla realtà. Se si scende nei dettagli, però, si vedrà che gli ermellini di Piazza Cavour danno indicazioni molto interessanti. Per esempio quando fanno cenno alle ragioni del fallimento del matrimonio. Un addebito di colpa nella fase della separazione, per esempio, avrà certamente un ruolo nella quantificazione dell’assegno. Così come l’aver rinunciato ad opportunità di lavoro da parte della madre nella concorde decisione di dedicarsi alla crescita dei figli.

 

 

Considerazioni conclusive

Come abbiamo avuto modo di affermare, l’attuale regime di alimenti, mantenimento e assegno di divorzio è strettamente legato alle vicissitudini economiche in corso ed all’attuale assetto economico-sociale.

La nostra società non ha consentito ancora alle donne di superare il gap economico che le pone in una situazione di obiettivo pregiudizio per motivi di molteplice tipo.

L’organizzazione degli orari; la mancanza o l’insufficienza di servizi pubblici; il ruolo prevalente degli uomini nelle posizioni di indirizzo politico o economico; la tradizione culturale della donna/madre inadatta a competere con gli uomini per le posizioni di maggior prestigio e, dunque, maggiormente remunerative.

Non è un caso che negli Stati Uniti d’America i movimenti femministi siano, oggi, all’avanguardia nel reclamare l’abbandono dell’istituto degli alimenti e del mantenimento. Un rapporto veramente paritario tra i sessi rende superata la necessità di un livellamento economico che nelle economie più forti non viene assolutamente influenzato dal sesso dei protagonisti.

Ma l’Italia non è l’America e le donne italiane non possono ancora dire di aver raggiunto la parità nelle opportunità. E dunque… ben vengano regole più chiare ed oggettive per tentare di conoscere prima del conflitto quali potrebbero essere i contenuti di una decisione giurisdizionale: ciò indurrà le parti a tentare, per quanto possibile, di concordare la regolamentazione dei rapporti economici tra gli ex coniugi.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. VI Civile.

Ordinanza 19 febbraio – 4 aprile 2016, n. 6433
Presidente Ragonesi – Relatore Mercolino

Fatto e Diritto

E’ stata depositata in Cancelleria la seguente relazione, ai sensi dell’art. 380­bis cod. proc. civ.:
« 1. – Con la sentenza di cui in epigrafe, la Corte d’Appello di Roma ha accolto parzialmente l’appello proposto da A.S. avverso la sentenza emessa il 4 gennaio 2012, con cui il Tribunale di Frosinone, nel pronunciare la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto dall’appellante con R.A., aveva posto a carico di quest’ultimo l’obbligo dì corrispondere l’assegno divorzile, ed ha rideterminato l’importo dell’assegno in Euro 590,00 mensili, da rivalutarsi annualmente secondò l’indice Istat, con decorrenza dal mese di febbraio 2012, rigettando l’appello incidentale proposto dall’A..
2. – Avverso la predetta sentenza l’A. ha proposto ricorso per cassazio­ne, articolato in due motivi, al quale la S. ha resistito con controricorso.
3. A sostegno dell’impugnazione, il ricorrente ha dedotto:
a) la violazione e la falsa applicazione dell’art. 5 della legge 1 ° dicembre 1970, n. 898, sostenendo che, ai fini del riconoscimento e della

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[1] Art. 438 Cod. Civ.: Gli alimenti possono essere chiesti solo da chi versa in istato di bisogno e non è in grado di provvedere al proprio mantenimento. Essi devono essere assegnati in proporzione del bisogno di chi li domanda e delle condizioni economiche di chi deve somministrarli. Non devono tuttavia superare quanto sia necessario per la vita dell’alimentando, avuto però riguardo alla sua posizione sociale. Il donatario non è tenuto oltre il valore della donazione tuttora esistente nel suo patrimonio.

[2] Cass., sent. n. 6433/2016.

[3] In questo senso anche: Cass, sent. n. 21670/2015.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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