L’impresa familiare e l’azienda coniugale
Professionisti
9 Apr 2016
 
L'autore
Edizioni Simone
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

L’impresa familiare e l’azienda coniugale

L’impresa familiare: nozione, costituzione, diritti patrimoniali dei singoli familiari, modalità di gestione, i patti di famiglia.

 

 

L’impresa familiare: nozione e aspetti

 L’impresa familiare — istituto introdotto dalla L. 19-5-1975, n. 151, nell’ambito della riforma del diritto di famiglia — è quella impresa cui collaborano con l’imprenditore, senza che intercorra un rapporto societario o di lavoro subordinato, il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo grado (art. 230bis c.c.).

Con essa il legislatore ha voluto riconoscere la eguale partecipazione dei familiari in proporzione alla qualità e quantità del lavoro prestato, equiparando, altresì, espressamente il lavoro della donna a quello dell’uomo.

 

 

Costituzione

La legge non prescrive un numero minimo di partecipanti, per cui potrà aversi impresa familiare anche se il titolare ammetta a parteciparvi uno solo dei soggetti compresi nel novero dei familiari, quale indicato dall’art. 230bis, (il coniuge, i parenti entro il 3° grado, gli affini entro il 2° grado).

Soltanto al titolare compete il potere di ammettere un familiare nell’impresa, poiché l’imprenditore deve essere libero di scegliere i suoi collaboratori.

È prevista anche la partecipazione dei minori (privi della capacità d’agire); costoro, però, nel voto sono rappresentati da chi esercita la potestà su di essi.

Dell’impresa familiare possono far parte anche i figli naturali del titolare che li abbia riconosciuti: la legge, infatti, non restringe il novero dei partecipanti ai parenti legittimi.

Si ricordi, infine, che la legge non richiede l’obbligo della convivenza in un’unica famiglia (quella del titolare) di quanti operano nell’impresa familiare.

 

 

Diritti patrimoniali dei singoli familiari

Il familiare che presta in modo continuativo la sua attività di lavoro nell’impresa familiare ha un complesso di diritti definiti di partecipazione e cioè:

 

– ha diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia;

 

– partecipa agli utili dell’impresa familiare, ai beni acquistati con essi, nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, in proporzione della quantità e qualità del lavoro prestato.

 

Ai fini della determinazione degli utili deve affermarsi la necessità della formazione di periodici bilanci e conti profitti e perdite.

Il titolare, anche se non è obbligato alla tenuta delle scritture contabili è, però, tenuto ad una documentazione sufficientemente idonea a consentire ai familiari di esercitare, in sede di rendiconto, il controllo sulla gestione e sui risultati della stessa.

 

 

L’attività gestoria dell’impresa familiare

Spettano al titolare (in quanto, secondo l’orientamento prevalente, l’impresa familiare resta pur sempre un’impresa individuale) le decisioni concernenti la gestione ordinaria: egli vi provvede in piena autonomia e non è previsto alcun obbligo di previa consultazione o comunicazione ai familiari che collaborano.

 

Spettano, invece, alla maggioranza dei componenti dell’impresa le decisioni concernenti:

 

— l’impiego degli utili e degli incrementi;

— la gestione straordinaria;

— gli indirizzi produttivi;

— la cessazione dell’impresa.

 

Spettano, infine, a tutti i partecipanti (all’unanimità) le decisioni inerenti al trasferimento del diritto di partecipazione all’impresa familiare.

 

 

L’azienda coniugale

La L. 19-5-1975, n. 151, con cui è stata attuata la riforma del diritto di famiglia, ha modificato radicalmente la regolamentazione giuridica dei rapporti patrimoniali tra i coniugi, sostituendo al regime legale della separazione quello della comunione dei beni.

Ai sensi dell’art. 177, 1° comma, lett. d) c.c., cadono in comunione immediata le aziende costituite dopo il matrimonio e gestite da entrambi i coniugi; in tal caso si ha impresa coniugale in azienda coniugale ed entrambi i coniugi sono considerati imprenditori.

Ove si tratti di azienda appartenente ad uno dei coniugi prima del matrimonio ma gestita da entrambi, cadono in comunione solo gli utili e gli incrementi (art. 177, 2º comma, c.c.); si ha, così, impresa coniugale su azienda non coniugale (anche se entrambi i coniugi devono considerarsi imprenditori).

Non si ha, invece, né impresa coniugale né azienda coniugale nel caso di aziende appartenenti ad uno solo dei coniugi costituite prima o dopo il matrimonio, ed ugualmente gestite da uno solo di essi: imprenditore sarà soltanto il coniuge che è titolare e gestore esclusivo dell’azienda mentre gli incrementi di tale attività imprenditoriale, nonché i beni destinati all’esercizio dell’impresa se costituita dopo il matrimonio, cadono in comunione e ne costituiscono oggetto solo se sussistono al momento dello scioglimento della comunione stessa (art. 178 c.c.).

 

 

I patti di famiglia

Per quanto concerne la normativa della L. 14-2-2006, n. 55, che ha introdotto nel corpo del codice civile, nel libro II, titolo IV, un nuovo capo Vbis (artt. 768bis-768octies) si rinvia al Cap. 16, par. 10 della presente parte.

 

 

agente-immobiliare

 

 


 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 


Download PDF SCARICA PDF
 
 
Commenti