Anche il licenziamento orale va contestato
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10 Apr 2016
 
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Anche il licenziamento orale va contestato

Il termine di 60 giorni per impugnare il licenziamento riguarda anche i casi in cui il lavoratore subisca il ben servito non con una lettera scritta, ma con una comunicazione verbale.

 

Ci sono sessanta giorni di tempo massimo per contestare un licenziamento orale. È quanto chiarito dal Tribunale di Roma con una recente sentenza [1].

 

 

Come si contesta il licenziamento

Che il licenziamento vada sempre intimato per iscritto non c’è alcun dubbio. E questo vale a prescindere dalle ragioni a sostegno della scelta del datore di lavoro. Anche nel caso di licenziamento disciplinare per un comportamento particolarmente grave del dipendente, l’azienda è tenuta ad applicare tutte le garanzie previste dallo Statuto dei lavoratori e a comunicare la scelta del recesso con lettera scritta, entro un termine ragionevole dal fatto, dando all’interessato il tempo per presentare eventuali controdeduzioni. Il mancato rispetto di questa forma comporta la nullità del licenziamento.

 

Ma, dall’altro lato, il dipendete ha i giorni contati per contestare la scelta dell’azienda: solo 60 giorni di tempo dalla comunicazione del licenziamento se vuole impugnarlo, cui si aggiungono 180 giorni per intraprendere la causa in tribunale (per maggiori chiarimenti sui termini leggi: “Licenziamento: impugnazione, termine di decadenza e prescrizione”). Il mancato rispetto di questi termini rende definitivo e non più sovvertibile il licenziamento.

 

 

Il licenziamento orale

La regola appena tracciata vale, secondo la sentenza in commento, anche nel caso di licenziamento orale: il termine dei 60 giorni si applica, infatti, a qualsiasi caso, pure a quelli in cui nessuna lettera è stata consegnata al dipendente e il “ben servito” gli è stato comunicato unicamente a voce. In tali ipotesi, infatti, resta fermo l’obbligo di impugnare il licenziamento nei 60 giorni successivi.

 

La decadenza in sessanta giorni dalla possibilità di contestare il recesso del datore di lavoro – si legge nella sentenza del Tribunale capitolino – si applica a tutte le forme di licenziamento nullo, oltre che ai recessi per giustificato motivo e per giusta causa; quindi deve ritenersi estesa anche all’ipotesi di mancata comunicazione scritta dei motivi del recesso: altrimenti, la decadenza finirebbe per penalizzare lavoratori colpiti da provvedimenti affetti da vizi più gravi, come ad esempio il licenziamento per giusta causa.

 

Ricordiamo che, con la recente riforma del Job Act, l’illegittimità del licenziamento discriminatorio, nullo o orale è sanzionata in ugual modo a prescindere dalla dimensione occupazionale aziendale.

 

 

Per la Cassazione non ci sono termini

Differente è l’opinione della Cassazione secondo cui La decadenza non si applica tuttavia nei casi di licenziamento orale [2]. In questo caso il lavoratore può agire per far dichiarare l’inefficacia del licenziamento orale senza l’onere di previa impugnativa stragiudiziale entro il termine di prescrizione di 5 anni.

Secondo la Corte, il termine di sessanta giorni per l’impugnazione del licenziamento previsto dalla legge [3] deroga al principio generale secondo il quale, salvo diverse disposizioni di legge, la nullità può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse e l’azione per farla dichiarare non è soggetta a prescrizione. Ne consegue che, sotto questo profilo, la norma che impone di contestare il licenziamento entro 60 giorni è da considerarsi di carattere eccezionale e non è perciò applicabile, neanche in via analogica, ad ipotesi di licenziamento nullo perché privo della forma imposta dalla legge come quello intimato oralmente.


La sentenza

Cass. 27 febbraio 2003 n. 3022

Svolgimento del processo
Con distinti ricorsi del 13 maggio 1995 al Pretore di Agrigento, Croce Bellone e Carmelo Bennici esponevano di essere stati assunti con la qualifica di “porta pacchi”, rispettivamente nel 1987 e nel 1988, da Calogero Picone, esercente del servizio di accollatario dei trasporti postali urbani nel comune di Canicattì. Nel 1990 era subentrato di fatto nell’esercizio dell’impresa Elio Picone, figlio di Calogero, il quale aveva licenziato oralmente i ricorrenti nel giugno 1994; il licenziamento era stato confermato per lettera il 31 luglio successivo da Calogero, il quale aveva affermato la cessazione dell’impresa. I ricorrenti, negando quest’ultimo fatto, chiedevano dichiararsi la nullità del licenziamento, intimato dal datore di lavoro cessionario dell’impresa senza osservare la prescrizione della forma scritta, contenuta nell’art. 2, primo comma, L. 15 luglio 1966, n. 604. Essi chiedevano inoltre la condanna di Elio Picone alla corresponsione delle retribuzioni spettanti dal licenziamento fino all’effettiva riassunzione.
Costituitisi i convenuti, il Pretore riuniva i giudizi e accoglieva la domanda con decisione del 27 febbraio 1997, confermata, per quanto qui ancora interessa, con sentenza dell’8 giugno 2000

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[1] Trib. Roma, sent. n. 15673/2016.

[2] Cass. sent. n. 3022/2003; n. 3340/2000. A riguardo confronta anche la risposta all’interpello ministero Lavoro del 25.03.2014 n. 12.

[3] Art. 6 legge n. 604 del 1966.

 


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