Fatto tenue per chi rifiuta l’alcoltest
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11 Apr 2016
 
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Fatto tenue per chi rifiuta l’alcoltest

Guida in stato di ebbrezza: archiviazione del reato quando il conducente rifiuta di sottoporsi al test dell’etilometro, ma solo per i casi meno gravi.

 

Doppio beneficio per chi rifiuta di sottoporsi all’alcoltest: dopo la sentenza di novembre 2015, che aveva negato l’aggravante nei confronti di chi, dopo aver causato un incidente in stato di ebbrezza, non presti il proprio consenso al test dell’alcol, le Sezioni Unite della Cassazione [1] si sono pronunciate una seconda volta sul tema riconoscendo, di fatto, un ulteriore beneficio per l’ubriaco che non voglia soffiare nel palloncino. Con una sentenza appena pubblicata, la Corte Suprema ha stabilito che chi rifiuta l’alcoltest può comunque beneficiare della giustificazione per “tenuità del fatto” (i tecnici del diritto la chiamano “causa di non punibilità”) e, così, vedere archiviato il proprio fascicolo e non subire la condanna penale. Ma procediamo con ordine.

 

Secondo le Sezioni Unite della Cassazione, la guida in stato di ebbrezza rientra tra i reati per i quali, al sopraggiungere della condanna penale (ossia superata la soglia minima oltre la quale si passa dalla sanzione amministrativa a quella penale), si può beneficiare di un particolare trattamento di favore, previsto solo per i reati di minore gravità: quello della “particolare tenuità del fatto”. Esso consente di non subire alcun procedimento penale – che così viene archiviato – e di vedere annullata anche la condanna (la fedina penale, però, rimane macchiata). Un beneficio che, comunque, non si applica alle condotte più lievi rientranti nella sfera della sanzione amministrativa (per quanto paradossale possa sembrare questa diversità di trattamento meno favorevole al comportamento più lieve: leggi a riguardo “I più ubriachi evitano la multa e il penale”).

 

La legge prevede poi che al conducente che si rifiuti di sottoporsi all’alcoltest si applichi la sanzione più grave delle due ipotesi rientranti nel penale. E questo perché la sua condotta viene assimilata a quella di chi viene trovato con il tasso di alcol più alto. A riguardo è bene ricordare le soglie di alcol e le relative sanzioni previste dalla legge:

 

1) da 0,51 a 0,8 g/l

– pena principale: sanzione amministrativa di 531 €

– pena accessoria: decurtazione di 10 punti dalla patente – sospensione patente da 3 a 6 mesi;

 

2) da 0,81 a 1,5 g/l

– pena principale: ammenda da 800 a 3.200 €

– pena accessoria: decurtazione di 10 punti dalla patente- sospensione patente da 6 a 12 mesi;

 

3) da 1,5 g/l

– pena principale: ammenda da 1.500 a 6.000 €

– pena accessoria: decurtazione di 10 punti dalla patente – sospensione della patente da 1 a 2 anni; confisca dell’auto.

 

Detto ciò, torniamo al conducente che non voglia collaborare con la polizia e soffiare nel palloncino; secondo le Sezioni Unite della Cassazione:

 

– in linea generale nulla esclude che si possa applicare a tale soggetto la “particolare tenuità del fatto”;

 

– inoltre, se ha commesso un incidente, per quanto si applichi la sanzione più grave delle tre appena viste, non scatta anche l’aggravante prevista per chi, messosi alla guida in stato di ebbrezza, provoca un sinistro stradale.

 

 

Il rifiuto dell’alcoltest può essere un fatto tenue

Soffermiamoci sulla prima delle due situazioni, quella decisa proprio di recente dalle Sezioni Unite. Secondo la Corte, anche chi rifiuta l’alcoltest può beneficiare della non punibilità per tenuità del fatto. La sua condotta andrà esaminata dal giudice caso per caso per valutarne la sua pericolosità, perché di per sé il reato di rifiuto non esclude a priori l’applicabilità del beneficio, sulla quale sono decisive le circostanze concrete dell’accaduto.

 

Viene allora da chiedersi quali siano gli elementi che, nel caso concreto, potrebbero fare la differenza a consentire l’applicazione della causa di non punibilità. Sicuramente rilevano le circostanze descritte dalle forze dell’ordine che potrebbero aver riscontrato i sintomi tipici dell’ebbrezza. La coesistenza del rifiuto al test e i sintomi di alterazione possono far ritenere che la condotta sia pericolosa. Di qui potrebbe scattare la decisione di non riconoscere la tenuità del fatto.

 


[1] Cass. S.U. sent. n. 13682 del 6.04.2016.

[2] Art. 186, co. 7, cod. str.

 


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