Appello: necessario indicare un motivo specifico
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11 Apr 2016
 
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Appello: necessario indicare un motivo specifico

Anche se l’appello ha effetto devolutivo, è necessario chiarire le ragioni per cui la sentenza di primo grado è viziata: il motivo di impugnazione è richiesto a pena di inammissibilità.

 

Non basta criticare genericamente la sentenza di primo grado per poter fare appello: è anche necessario indicare uno specifico motivo di impugnazione.

Linea dura della Suprema Corte alla possibilità di appellare la sentenza del tribunale o del Giudice di pace: con un orientamento che sembra richiamare le norme in materia di ricorso per Cassazione (le quali, come noto, impongono l’indicazione dei vizi dell’atto impugnato), un sentenza di qualche giorno fa [1] mette a serio rischio di inammissibilità numerosi ricorsi in secondo grado.

 

 

Quando è possibile fare appello?

Il codice di procedura civile consente, con l’appello, una revisione completa del giudizio di primo grado, garantendo così una seconda valutazione di tutto il giudizio di primo grado, delle prove presentate, delle norme applicate e, insomma, di tutto l’iter logico-giuridico seguito dal giudice nel definire la vicenda con la sentenza. Ma attenzione: non basta formulare generiche contestazioni contro quella che è stata la decisione finale del magistrato per poter accedere in secondo grado, ma bisogna essere quanto più precisi possibile nelle critiche. Secondo infatti il nuovo orientamento della Cassazione – che contraddice precedenti pronunce sul tema – per appellare una sentenza è necessario che il giudizio di appello contenga uno o più specifici motivi di impugnazione.

 

È vero: il giudizio di appello mira a una completa revisione dell’operato del giudice di primo grado, ma ciò non toglie che l’avvocato debba necessariamente evidenziare le precise ragioni per cui ritiene erronea la sentenza impugnata.

 

Il codice di procedura civile stabilisce [2] che l’atto di appello debba contenente (a pena di inammissibilità):

 

  • l’indicazione delle parti della sentenza che si intende appellare e delle modifiche richieste alla ricostruzione del fatto compiuta dal giudice di primo grado;

 

  • l’indicazione di quelle che, secondo la parte appellante, sono state le violazioni di legge avvenute in primo grado e della loro rilevanza ai fini della decisione impugnata. Si tratta, cioè, dell’enunciazione dei motivi specifici di impugnazione: essi devono contestare in modo dettagliato il ragionamento del giudice che ha condotto alla decisione definitiva. Sono insufficienti censure vaghe e superficiali.

 

È proprio con riguardo a questo secondo aspetto che, nella sentenza in commento, la Corte pone una indiretta restrizione ai generici atti di appello. L’impugnazione deve necessariamente contenere la specifica formulazione di un motivo con il quale si segnali l’errore commesso dal giudice di primo grado. Tali ragioni potrebbero esaurirsi, comunque, anche nell’evidenziare la mancata adozione in sentenza di una decisione sulla domanda proposta.

 

 

I precedenti contrari

Con questa sentenza la Cassazione rivede i propri precedenti orientamenti: in particolare era stato affermato che, in caso di omessa pronuncia da parte del giudice di primo grado su un punto della domanda, l’appellante – ai fini della specificità del motivo di appello – può limitarsi a reiterare la richiesta non esaminata dal magistrato [3].

 

 


La sentenza

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SECONDA CIVILE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. PICCIALLI Luigi – Presidente

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

 

sul ricorso 5905-2010 proposto da:

(OMISSIS) (OMISSIS), (OMISSIS) (OMISSIS), (OMISSIS) (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentati e difesi dall’avvocato (OMISSIS), in virtu’ di procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrenti – contro

MINISTERO BENI ATTIVITA’ CULTURALI, elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 216/2009 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositata il 22/01/2009 nonche’ la sentenza non definitiva n. 1903/2007 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

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[1] Cass. sent. n. 2855/2016 del 12.02.2016.

[2] Art. 342 cod. proc. civ.

[3] Cass. sent. n. 9485/2014 e n. 3054/1978.

 


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