Aborto ed obiezione di coscienza: il Consiglio d’Europa boccia l’Italia
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11 Apr 2016
 
L'autore
Rossella Blaiotta
 


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Aborto ed obiezione di coscienza: il Consiglio d’Europa boccia l’Italia

L’aborto volontario, attraverso una legge apposita, è diventato un diritto delle donne italiane, sancito non solo dallo Stato ma confermato anche dai risultati di un referendum successivo ma, a causa di molti medici obiettori di coscienza, spesso non può essere praticato.

 

Il Consiglio d’Europa, in accoglimento ad un ricorso presentato dalla CGIL, evidenzia come per le donne italiane sia veramente difficile accedere ai servizi di interruzione di gravidanza, in violazione al proprio diritto alla salute.

 

L’obiettivo della legge sull’aborto[1]  era, ed è tutt’oggi, quello di tutelare la maternità e, allo stesso tempo, consentire l’interruzione della gravidanza qualora esista un rischio relativo alla salute della donna o quando vi siano altre serie motivazioni.

 

La legge ha evidenziato che l’interesse della salute della madre debba prevalere su quello della salute del feto, poiché lei è già persona, nell’attualità portatrice di diritti, mentre quest’ultimo è solo persona potenziale in attesa che si verifichi l’evento nascita.

Il diritto che si riferisce all’interruzione volontaria di gravidanza, dunque, riguardando la salute e la libertà di scelta attribuita alla donna, non può essere tralasciato.

 

Pur trattandosi di un diritto sancito attraverso una legge dello Stato, spesso il suo ambito di applicazione diventa labile perché sono molti i medici che si dichiarano, per motivi etici, religiosi, o altri, obiettori di coscienza. Il numero di medici che potrebbero – in astratto – provvedere a rispondere alla richiesta di interruzione di gravidanza, tenendo anche conto del fatto che si tratta di una domanda in continuo calo, dall’introduzione della legge ad oggi, è ampiamente sufficiente, ma realtà non è così, a causa del grande numero di medici che hanno fatto e fanno obiezione di coscienza.

 

I dati Istat, al riguardo, sono molto significativi. Ad esempio, prendendo a campione due Regioni, una del nord e una del sud, il Piemonte e la Puglia, la disponibilità potenziale di ginecologi, rispetto alle donne presenti in un dato territorio è la stessa (48 ginecologi per 100 mila donne di età compresa tra i 15 e i 49 anni), ma, sottraendo i ginecologi obiettori di coscienza si evidenzia la presenza di soli 21 ginecologi per il Piemonte e di soltanto 9 per la Puglia. Pertanto, molti ospedali stentano a organizzare i servizi necessari, dunque l’applicazione della legge diventa difficile se non, a volte, addirittura impossibile. Quando il personale medico – ginecologi e anestesisti – e paramedico non obiettore scende al di sotto di certi livelli, si creano inevitabilmente condizioni che mettono a rischio la salute di un certo numero di donne. I dati nazionali evidenziano che ben sette ginecologi su dieci sono obiettori di coscienza, in continuo aumento e con percentuali che superano l’80 per cento nel Sud, in particolare, a Roma solo un medico su dieci non è obiettore.

 

La legge diventa inapplicabile e il problema non riguarda solo le interruzioni volontarie di gravidanza, ma soprattutto gli aborti terapeutici in quanto vi sono tante madri che desiderano la gravidanza, ma davanti a gravi malformazioni vogliono interromperla e lo fanno con molta sofferenza.

 

La legge prevede che l’interruzione volontaria di gravidanza si possa effettuare dopo i 90 giorni, causa ‘rischio psicofisico materno’, ma sono necessari medici ospedalieri per potere intervenire. Una vera e propria stortura della legge se si considera anche che, ad esempio,  l’amniocentesi, un esame che serve proprio per diagnosticare eventuali anomalie nel feto, viene effettuato anche in strutture cattoliche e a farlo sono medici obiettori, che trovano molto nobile praticare una ricerca così approfondita ma che non vogliono tenere in conto che un’eventuale diagnosi negativa possa condurre la futura madre a prendere una decisione definitiva e in tal caso accade che lo stesso medico obiettore si rifiuti di praticare l’aborto. Contraddizioni italiane in cui l’esercizio di convinzioni etico-religiose compromette l’erogazione di una prestazione medica, sulla carta, garantita.

 

 


[1] Legge n. 194/1978.

 


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