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Lo sai che? Pubblicato il 12 aprile 2016

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Lo sai che? Non c’è calunnia se il fatto è vero ma non è un reato

> Lo sai che? Pubblicato il 12 aprile 2016

Accusare un soggetto di un fatto che non è un reato non fa scattare la calunnia se tale fatto è vero.

 

La calunnia è un illecito che troppe volte viene invocato in modo improprio; si ritiene, ad esempio, che essa consista nell’accusare qualcuno di un fatto non vero. Ma se così fosse, nessuno eserciterebbe i propri diritti nel timore che, qualora il giudice la dovesse pensare in modo diverso o mancando qualche prova, si possa essere controquerelati per calunnia. Evidentemente le cose stanno in modo diverso e a darci una mano a districare la matassa è una recente sentenza della Cassazione [1]. Ma procediamo con ordine.

Innanzitutto, per far scattare la calunnia, è necessario che l’accusa non venga rivolta a chicchessia (per esempio in pubblico, nel qual caso, piuttosto, scatterebbe la diffamazione), ma dinanzi a un giudice o a un altro soggetto che, per la sua funzione, sia obbligato a darne subito notizia al giudice (si pensi un carabiniere, la questura, la polizia, ecc.).

Il secondo elemento necessario per la calunnia è la consapevolezza, da parte del soggetto che procede alla denuncia, dell’assoluta falsità delle sue dichiarazioni e, quindi, dell’innocenza del soggetto accusato. Da ciò derivano alcune importanti conseguenze:

– per far scattare la calunnia è indifferente che il fatto sia vero o meno: si può, infatti, accusare qualcuno, senza rischiare la calunnia, anche se la vicenda, in realtà, è differente da come prospettato o anche se, alla fine del processo, il soggetto accusato risulta essere del tutto innocente;

– allo stesso modo non c’è calunnia se si accusa un soggetto di un fatto che, per il diritto, non costituisce un reato. Per cui, se si riporta un fatto realmente accaduto attribuito ad un soggetto inquadrato come reato e non lo sia, non si può essere condannato per calunnia se il fatto è vero.

In base al codice penale [2], è punito per il reato di calunnia “chiunque con denuncia, querela (…) incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato..” con una pena che varia in base alla gravità del reato attribuito.

Qualora, invece, il fatto attribuito ad una persona sia stato realmente commesso ma, pur se descritto nella querela come reato, non lo sia, il querelante non può essere condannato per calunnia se ha comunque riportato la verità. È proprio quest’ultimo il chiarimento fornito dalla Cassazione nella sentenza in commento.

In sintesi, perché si possa rischiare la calunnia è necessario accusare qualcuno di un fatto realmente accaduto ed inquadrabile come reato, nella consapevolezza dell’innocenza dell’incolpato.

Ecco alcune casistiche per cercare di capirci qualcosa in più.

 

Tizio incolpa Caio in pubblico di un reato che sa non aver invece commesso

Non è calunnia. La calunnia si manifesta solo se l’accusa avviene davanti a un giudice o un’altra autorità obbligata a riferirlo al giudice. Se l’accusa lede l’immagine di Tizio potrebbe sussistere la diffamazione.

Tizio incolpa Caio di un fatto che, al termine del processo, risulta falso

Non è calunnia solo se Tizio è in buona fede e ha proposto la querela credendo, colpevolmente, che il fatto fosse vero e che integrasse un reato. Se invece agisce in malafede, nella consapevolezza della falsità del fatto, c’è calunnia.

Tizio incolpa Caio di un fatto che, in realtà, ha commesso Sempronio

Non è calunnia solo se Tizio è in buona fede e realmente crede che il colpevole sia Caio. Se invece agisce in malafede, nella consapevolezza dell’innocenza di Tizio, c’è calunnia.

Tizio incolpa Caio di qualcosa che egli ha commesso ma che non costituisce reato

Non c’è calunnia se il fatto è vero. Diversa è la conclusione se il fatto è falso.

note

[1] Cass. sent. n. 5740/2016.

[2] Art. 368 cod. pen.

Autore immagine: 123rf com

Cassazione penale, sez. VI, 29/01/2016, (ud. 29/01/2016, dep.11/02/2016), n. 5740

Intestazione

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IPPOLITO  Francesco
Dott. CARCANO   Domenico
Dott. TRONCI    Andrea
Dott. CALVANESE Ersilia
-  Presidente   -
-  Consigliere  -
-  Consigliere  -
-  Consigliere  -
Dott. SCALIA    Laura     -  rel. Consigliere  -
ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:
          A.A., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 25/03/2015 della Corte di appello di Milano; visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. SCALIA Laura;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. SPINACI Sante, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’avv. SPEZZIGA V. che insiste per l’accoglimento.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. La Corte di appello di Milano, parzialmente riformando, in punto di concessione del beneficio della non menzione, la sentenza resa in primo grado dal Tribunale di Milano, che per il resto è stata confermata, ha ritenuto A.A. colpevole del reato di calunnia (art. 368 c.c.) per aver egli incolpato, con denuncia – querela sporta alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, D.R.U., amministratore del condominio corrente in (OMISSIS),

di diffamazione, aggravata dall’attribuzione di un fatto determinato e dall’abuso della relazione di ufficio (art. 595 c.p., comma 2 e art. 61 c.p., n. 11) reato che il denunciante sapeva non essere stato commesso.
2. Avverso la sentenza di appello ricorre la difesa del prevenuto che propone sei motivi, i cui contenuti possono sintetizzarsi nei termini che seguono.

2.1. Con il primo motivo, che deduce vizi di motivazione e violazione di legge (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e) la difesa evidenzia che l’ A. presentò querela avverso l’amministratore del condominio, ritenendo che l’inserimento all’ordine del giorno della futura assemblea delle determinazioni da adottarsi per la contestatagli condotta di occultamento della posta del condominio, lo esponesse personalmente al sospetto ed alla curiosità altrui, mettendo in dubbio la sua reputazione.

Sottolinea che i comportamenti denunciati erano realmente accaduti e furono attribuiti a chi ne era stato l’autore, spettando poi all’autorità giudiziaria verificare se il comportamento descritto in denuncia costituisca o meno reato.

2.2. Con il secondo motivo, il ricorrente denuncia violazione della legge penale (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) nonchè mancanza ed illogicità della motivazione (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e) nella ricostruzione all’elemento soggettivo del reato di calunnia e ciò anche per un errato governo degli esiti probatori (art. 192 c.p.p., comma 2).

Questi ultimi, invero, erano stati ritenuti dalla Corte territoriale, e prima ancora dal Tribunale rilevanti pur in difetto dei necessari indici di gravita, precisione e concordanza.
Era stato infatti ritenuto che l’imputato avesse denunciato per diffamazione l’amministratore del condominio – costituitosi parte civile – accusandolo, nella piena consapevolezza della sua innocenza, al fine di precostituirsi un supporto nella causa civile dal prevenuto intrapresa

per opporsi a quel licenziamento, nel frattempo intimatogli in esito ai fatti in imputazione. La difesa contesta ogni collegamento tra la denuncia e l’impugnazione del licenziamento non risultando la prima utilizzata nel giudizio civile e non essendo il prevenuto, quando sporse denuncia, ancora a conoscenza dell’esatta contestazione che allo stesso sarebbe poi stata mossa per l’intimato licenziamento.
2.3. Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta violazione di legge (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) quanto ai condotti accertamenti degli elementi costitutivi oggettivi e soggettivi del reato di calunnia e ancora quanto alla violazione delle regole di valutazione della prova (art. 192 c.p.p.).
2.4. Con il quarto motivo, la parte censura ancora la sentenza per mancanza e contraddittorietà della motivazione e violazione di legge per errata valutazione delle prove (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), anche in relazione all’art. 192 c.p.p.) e per violazione del principio della necessità del superamento del ragionevole dubbio necessario per pervenire a giudizio di colpevolezza (art. 533 c.p.p.).
2.5. Con il quinto motivo, il ricorrente fa valere violazione di legge e vizio di motivazione per contraddittorietà (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e) per avere il Tribunale, dapprima, e quindi la Corte di appello, escluso la configurabilità dell’attenuante di cui all’art. 62 c.p., n. 2, erroneamente stimando i rapporti esistenti tra querela sporta dal prevenuto e l’intimato licenziamento.
2.6. Infine la difesa lamenta mancanza di motivazione (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e)

quanto alle adottate statuizioni civili, censurando l’intervenuto riconoscimento del pregiudizio morale in capo alla costituita parte civile in difetto di prova.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è fondato per i motivi di seguito indicati, motivi enunciati nei termini strettamente necessari a sostenere la decisione adottata (art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1).
2. Per la configurabilità del delitto di calunnia è richiesta, nella consapevolezza dell’agente dell’ innocenza dell’incolpato, l’attribuzione di un reato integrato nei suoi elementi costitutivi, che sono innanzitutto, quelli obiettivi, consistendo la calunnia nell’incolpare taluno di un reato.

Non integra pertanto il delitto di calunnia la denuncia di un fatto realmente accaduto, ma non riconducibile ad alcuna norma incriminatrice, nonostante l’eventuale qualificazione

prospettata dal denunciante in relazione a specifiche fattispecie di reato (Sez. 6, n. 34825 del 01/07/2009, Rocchetta, Rv. 244767; Sez. 6, n. 37795 del 10/06/2010, Lelli, Rv. 248512; Sez. 6, n. 26542 del 16/06/2015, Carignano, Rv. 263918).
Manca in tali casi un’alterazione della realtà suscettibile di determinare l’indebita incolpazione dell’accusato (Sez. 6, n. 1638 del 07/11/2002, dep. 2003, Volonterio, Rv. 223246).

3. Nell’atto dì querela incriminato, il prevenuto ha esposto che l’amministratore del condominio presso il quale egli svolgeva l’attività di portiere e custode aveva inserito in uno dei punti posti all’ordine del giorno dell’assemblea convocata per i giorni 23 e 24 marzo

2011 la “Valutazione dei provvedimenti da intraprendere nei confronti del Sig. A. a seguito dell’occultamento/apertura della posta di proprietà del condominio” (Capo A della rubrica), riferendo, altresì, il querelante di essere venuto a conoscenza che in quella occasione venne deliberato il suo licenziamento ®in seguito alla reiterazione delle accuse nei miei confronti da parte dell’amministratore”.

Avendo il denunciante, per i riportati contenuti dell’ atto di accusa, esposto un fatto realmente verificatosi, come indicato dalla stessa Corte di appello nell’impugnata sentenza, per i richiamati principi egli non può essere ritenuto colpevole di calunnia.
Nè, d’altro canto, può integrare il contestato reato la qualificazione portata del fatto operata nell’atto di querela, spettando ogni valutazione sulla rilevanza penale dì quanto descritto all’autorità giudiziaria.

4. Il ricorso va pertanto accolto e la sentenza della Corte territoriale annullata senza rinvio per insussistenza del fatto.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè il fatto non sussiste. Così deciso in Roma, il 29 gennaio 2016.
Depositato in Cancelleria il 11 febbraio 2016

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