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Lo sai che? Pubblicato il 15 aprile 2016

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Lo sai che? Irap: studio associato e società semplice devono pagare

> Lo sai che? Pubblicato il 15 aprile 2016

Cassazione a Sezioni Unite: sussiste un’autonoma organizzazione per studi professionali associati anche se strutturati in forma di società semplici; obbligo di versamento dell’imposta regionale per un’ampia platea di soggetti.

Doccia fredda per i lavoratori autonomi costituiti in forma di studio associato, associazione professionale o di società semplice: per le Sezioni Unite della Cassazione [1], in questi casi, l’IRAP è sempre dovuta.

La sentenza giunge dopo anni di dubbi su quelli che sono i presupposti per il pagamento dell’Imposta regionale sulle attività produttive. Più volte sollecitata dai contribuenti, la stessa Corte ha fornito spesso soluzioni ambigue e divergenti, finendo per aumentare l’incertezza che regna intorno a questo balzello. La zona d’ombra si concentra, in particolar modo, sugli studi professionali, da sempre al confine tra piccole imprese e realtà ruotanti solo attorno alla figura del “capo” (il cosiddetto dominus). Così, in passato, si è detto che la presenza di una segretaria part time non costituisce elemento sufficiente a comportare l’obbligo, per il professionista, di pagare l’Irap; al contrario lo sarebbe la presenza di due o più collaboratori, retribuiti regolarmente o “a pratiche”.

Ieri, invece, un grosso passo in avanti, in termini di chiarezza, è stato fatto, anche se non nella direzione auspicata dai contribuenti. Secondo le Sezioni Unite, infatti, non sfuggono all’Irap gli studi professionali associati, neppure se strutturati in forma di società semplice: per essi si presume sempre la sussistenza dell’autonoma organizzazione, che poi è il presupposto per l’applicazione dell’imposta.

La Corte si discosta, così, dalle proprie stesse decisioni passate [2]. In altri casi, infatti i giudici supremi avevano detto che, per quanto l’esercizio professionale in forma associata possa far presumere l’esistenza di una autonoma organizzazione di strutture e mezzi, il contribuente-professionista ha sempre la possibilità di dimostrare il contrario e cioè che il risultato dell’attività dello studio dipende più dal suo lavoro personale che da quello dei singoli associati.

Il cambio di impostazione, ora, è radicale e sembra non lasciare alternative al pagamento dell’Irap. È la stessa forma associata dello studio ad essere presupposto automatico per l’imposta, dalla quale quindi non si sfugge. Per ottenere l’esenzione dall’Irap lo studio associato dovrebbe dimostrare l’insussistenza dell’esercizio in forma associata dell’attività. Il che è praticamente impossibile.

La legge, del resto – dice la Cassazione – parla chiaro nel momento in cui stabilisce che:

  • “l’attività esercitata dalle società e dagli enti” costituisce in ogni caso presupposto di imposta” [3];
  • sono soggetti passivi le società semplici e quelle a esse equiparate esercenti arti e professioni [4].

Per cui, con riferimento a questi soggetti, la natura giuridica prescelta costituisce presupposto automatico per il pagamento dell’Irap. Stesso discorso potrà essere fatto per le Stp, le nuove società tra professionisti.

 

La sentenza sembra, in ultimo, escludere dall’Irap tutti i contribuenti che impiegano dipendenti con funzioni meramente esecutive.

note

[1] Cass. S.U. sent. n. 7371/2016 del 14.04.2016.

[2] Cass. sent. n. 27007/2014, n. 4663/2014 e n. 13570/07.

[3] Art. 2, co. 1, Dlgs 446/1997.

[4] Art.3, co. 1, lett. c) Dlgs 446/1997.

Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 6 ottobre 2015 – 14 aprile 2016, n. 7371
Presidente Rovelli – Relatore Greco

Svolgimento del processo

L’Agenzia delle entrate propone ricorso per cassazione, con due motivi, nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale dell’Emilia Romagna che, accogliendone solo parzialmente l’appello, ha riconosciuto il diritto della società semplice Studio Pilla, svolgente attività di amministratore condominiale, al rimborso dell’imposta regionale sulle attività produttive versata per gli anni dal 1998 al 2002, e non anche per il 2003, il cui importo di euro 609 era stato portato in compensazione l’anno successivo.
Il giudice d’appello, infatti, premesso che l’art. 2 del d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, stabilisce al primo periodo che “presupposto dell’imposta è l’esercizio abituale di un’attività autonomamente organizzata diretta alla produzione e allo scambio di beni, ovvero alla prestazione di servizi”, e rilevato che ai sensi del secondo periodo “l’attività esercitata dalle società e dagli enti è da considerare in ogni caso presupposto d’imposta”, ha ritenuto che nella specie “la sussistenza delle circostanze che legittimano l’applicazione del tributo deve essere riscontrata attraverso un’analisi economica e qualitativa dell’attività esercitata, potendo esistere attività autonome svolte in assenza di organizzazione di capitali e lavoro altrui, che a parere di questa Commissione sussiste in questo caso, in quanto il contribuente ha sufficientemente provato e documentato nel ricorso introduttivo tale assenza, avendo esercitato la propria attività autonoma in via quasi esclusivamente personale, senza l’ausilio di personale dipendente e/o di ingenti cespiti”, sicché “manca il presupposto impositivo previsto dall’art. 2 del d.lgs. 446/97”.
La società contribuente resiste con controricorso.
Con il primo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 2 del d.lgs. n. 446 del 1997, in relazione all’art. 360, n. 3, cod. proc. civ., l’amministrazione ricorrente censura la decisione per aver ravvisato l’insussistenza dell’autonoma organizzazione in presenza di un’attività svolta in forma associata/societaria, care ammesso dalla stessa contribuente, laddove non solo l’attività svolta in forma associata rientrerebbe nella fattispecie impositiva, ma in ogni caso la struttura tipica degli studi associati renderebbe evidente l’esistenza di un’organizzazione di mezzi e persone volta al raggiungimento di uno scopo, e quindi la piena assoggettabilità alla norma; con il secondo motivo, formulato in via subordinata, denuncia insufficiente e contraddittoria motivazione, in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., per avere la sentenza impugnata omesso di considerare, e non aver motivato la ragione di tale omissione, il fatto decisivo che la contribuente svolgesse attività in forma societaria/associata.
Fissato per la discussione, a seguito di ordinanza interlocutoria della sesta sezione civile, nell’articolazione della quinta sezione – tributaria (ord. 3870/2015), il ricorso è stato rimesso a queste Sezioni unite per l’esame di questione di massima di particolare importanza.

Motivi della decisione

Viene rimessa alle Sezioni unite di questa Corte la questione “se, in applicazione del combinato disposto degli artt. 2 e 3 del d.lgs. n. 446 del 1997, debba essere sottoposto ad IRAP il “valore aggiunto prodotto nel territorio regionale” da attività di tipo professionale espletate nella veste giuridica societaria, ed in particolare di società semplice, anche quando il giudice valuti non sussistente una autonoma organizzazione” dei fattori produttivi”.
Osserva il Collegio che il d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, istitutivo dell’imposta regionale sulle attività produttive, stabilisce all’art. 2, primo periodo, che presupposto dell’imposta è l’esercizio abituale di una attività autonomamente organizzata diretta alla produzione o allo scambio di beni ovvero alla prestazione di servizi.
A tenore del secondo periodo dell’art. 2 “costituisce in ogni caso presupposto d’imposta l’attività esercitata dalle società e dagli enti, compresi gli organi e le amministrazioni dello Stato”.
Il requisito della autonoma organizzazione dell’attività non è quindi richiesto in relazione all’attività delle società e degli enti, compresi gli organi e le amministrazioni dello Stato, in quanto l’attività esercitata da tali soggetti, a mente del secondo periodo dello stesso art. 2, costituisce in ogni caso presupposto d’imposta.
Il successivo art. 3, rendendo esplicito il catalogo dei soggetti passivi dell’imposta – che “sono coloro che esercitano una o più delle attività di cui all’art. 2” -, in particolare individua espressamente, alla lett. c) del come 1, le società semplici esercenti arti e professioni e quelle ad esse equiparate a norma (“ai fini delle imposte sui redditi”) dell’art. 5, comma 3, del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, vale a dire “le associazioni senza personalità giuridica costituite fra persone fisiche per l’esercizio in forma associata di arti e professioni” di cui al successivo art. 49 (Redditi di lavoro autonomo), nella vecchia numerazione, dello stesso d.P.R. n. 917 del 1996.
In questo senso la sezione tributaria si è espressa con Cass. n. 16784 del 2010, in relazione all’esercizio in forma associata della professione di dottore commercialista, individuando la ratio della previsione in esame nel fatto che “l’attività esercitata da tali soggetti, strutturalmente organizzati per la forma nella quale l’attività è svolta, costituisce pertanto ex lege presupposto d’imposta”; con Cass. n 25313 del 2014, in relazione all’esercizio in forma associata della professione forense; con Cass. n. 25315 del 2014, che chiaramente afferma che l’esercizio in forma associata, per il tramite di una società in nome collettivo, dell’attività di agente di commercio “esclude la necessità di accertare la sussistenza di un’autonoma organizzazione”.
Ad analoghe conclusioni giungeva la sezione con il più risalente orientamento rappresentato da Cass. n. 13570 del 2007, n. 17136 del 2008, n. 24058 del 2009 e n. 1575 del 2014 che, pur a fronte della drastica formula impiegata dal legislatore – “costituisce in ogni caso presupposto d’imposta” -, tuttavia è andata pronunciandosi nel senso che l’esercizio in forma associata di una professione liberale era “circostanza di per sé idonea a far presumere l’esistenza di una autonoma organizzazione di struttura e mezzi..”. Un siffatto indirizzo non sembra dare adeguato rilievo al fatto che la “prova contraria” può avere qui ad oggetto non l’insussistenza dell’autonoma organizzazione nell’esercizio in forma associata dell’attività, ma piuttosto l’insussistenza dell’esercizio in forma associata dell’attività stessa.
Dall’accertamento in concreto dell’autonoma organizzazione non si è ritenuta dispensata Cass. n. 21326 del 2013 – richiamata nell’ordinanza interlocutoria -, che, pur consapevole che “solo l’attività esercitata dalle società e dagli enti, compresi gli organi e le amministrazioni dello Stato, costituisce in ogni caso presupposto di imposta, in base alla seconda parte” del detto art. 2, ha nondimeno ritenuto applicabile l’imposta a numerosi tassisti “organizzati in società cooperativa, in ragione delle specifiche modalità di esercizio dell’attività, integrata dall’apporto qualificante della predetta stabile struttura societaria, che assicura al singolo tassista, in via tipica e costante, continuità di lavoro, migliori condizioni economico-professionali, centralizzazione della raccolta pubblicitaria, assistenza amministrativa e fiscale”: ma ciò, sembra di capire, in ragione della formulazione dei motivi del ricorso, uno dei quali “non aveva dato conto della descritta sussistenza, in capo ai tassisti, di una posizione contrattuale ed organizzativa collegata in modo essenziale – già ai fini di censirne l’intrinseca modalità di effettuazione – con i plurimi servizi della cooperativa di cui essi sono soci, dunque in una funzione collaborativa ben censita come contributo determinante per la produzione globale lorda del reddito dei contribuenti”.
Alla luce delle considerazioni che precedono, può affermarsi pertanto il seguente principio di diritto:
“presupposto dell’imposta regionale sulle attività produttive è l’esercizio abituale di un’attività autonomamente organizzata diretta alla produzione e allo scambio ovvero alla prestazione di servizi; ma quando l’attività è esercitata dalle società e dagli enti, che siano soggetti passivi dell’imposta a norma dell’art. 3 del d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446 comprese quindi le società semplici e le associazioni senza personalità giuridica costituite fra persone fisiche per l’esercizio in forma associata di arti e professioni – essa, in quanto esercitata da tali soggetti, strutturalmente organizzati per la forma nella quale l’attività è svolta, costituisce ex lege, in ogni caso, presupposto d’imposta, dovendosi perciò escludere la necessità di ogni accertamento in ordine alla sussistenza dell’autonoma organizzazione”.
La decisione impugnata si pone in contrasto il principio di diritto enunciato.
Il primo motivo del ricorso deve essere perciò accolto, assorbito l’esame del secondo motivo, la sentenza impugnata deve essere cassata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, con il rigetto del ricorso introduttivo della contribuente.
La non univocità dei precedenti giurisprudenziali sul punto giustifica la compensazione delle spese dell’intero giudizio.
Non sussistono i presupposti, ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

P.Q.M.

La Corte di cassazione, a sezioni unite, accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso introduttivo della contribuente.
Dichiara compensate fra le parti le spese dell’intero giudizio.
Non sussistono i presupposti, ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

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