Maria Elena Casarano
Maria Elena Casarano
15 Apr 2016
 
Le Rubriche di LLpT


Le Rubriche di LLpT
 

Casa familiare: può essere assegnata ad entrambi i genitori?

Anche dopo separazione e divorzio il giudice può, entro certi limiti, assegnare la casa familiare in modo parziale a uno dei genitori, in modo che la famiglia intera possa restare ad abitarla; possibili accordi più ampi tra gli ex, ma sempre nel rispetto delle esigenze abitative dei figli.

 

La separazione di due genitori (coniugi o conviventi che siano) porta molto spesso con sé il problema di chi fra i due rimarrà ad abitare la casa familiare. Immobile che, di solito, viene assegnato dal giudice al genitore che abiterà con i figli (in quanto a lui affidati o comunque collocati in modo prevalente), indipendentemente da chi ne sia l’effettivo proprietario (per un approfondimento leggi: “Quando e come ottenere la casa familiare dopo la separazione”).

Ma che succede se la casa è abbastanza grande da poter essere divisa? Potrebbe il giudice assegnarla in modo da consentirne l’utilizzo alla famiglia intera?

 

 

Con l’assegnazione raddoppiano le spese e la famiglia si impoverisce

Partiamo da una inevitabile constatazione: la assegnazione della casa a uno dei genitori determina il naturale impoverimento della famiglia , la quale si troverà d’improvviso costretta:

– sia a raddoppiare tutta una serie di spese prima suddivise e, potremmo dire, condivise dalla coppia,

– sia (e di conseguenza) a ridimensionare i propri esborsi.

All’atto pratico, infatti, uno dei due genitori dovrà lasciare la casa (di solito il padre) e affrontare i costi di una nuova abitazione (mutuo, affitto, tasse, nuove utenze domestiche), mentre l’altro dovrà fare i conti molto spesso con un assegno di mantenimento per i figli (e, in alcuni casi, per se stesso) in grado di assicurare un tenore di vita ridotto rispetto a quello goduto dalla famiglia prima della separazione.

 

 

Possibile l’assegnazione di parte della casa?

Ci sono però casi in cui tutto questo potrebbe essere evitato; in particolare ciò è possibile quando la casa familiare (per struttura e dimensioni) può continuare ad essere abitata dalla famiglia intera.

In questa ipotesi, il giudice può disporre un’assegnazione parziale dell’immobile in cui è vissuta la famiglia prima della crisi [1].

Per capire in che termini questo è possibile, occorre fare alcune precisazioni riguardo al potere generale di assegnazione:

 

  • innanzitutto, il giudice può attribuire il godimento dell’immobile solo nei riguardi di una delle parti: dunque, egli non può assegnare la casa ad entrambi i genitori ma solo, semmai, assegnarne una parte ad uno di loro,
  • deve sussistere l’interesse di tutela della parte che vanti un titolo (di proprietà o altro diritto reale) sull’immobile: quindi il giudice non può (secondo quella che è la tesi prevalente) assegnare la casa solo perché gliene faccia richiesta il genitore economicamente più debole e che, diversamente, dovrà cercare un’altra abitazione in cui vivere;
  • l’assegnazione può essere disposta solo se vi sono figli non autosufficienti (perché minori, portatori di handicap o maggiorenni privi di reddito) [2], dovendosi, in loro assenza, applicare le norme in tema di proprietà o di altri diritti sull’immobile.

 

In quali casi è possibile l’assegnazione parziale della casa?

Il giudice può assegnare parte dell’immobile al genitore che vivrà con i figli solo al ricorrere di alcune condizioni:

  • l’immobile abbia un’estensione tale da eccedere le esigenze della famiglia e sia facilmente divisibile (si pensi, ad esempio, ad una villetta su due piani divisibile in due comodi appartamenti senza che occorrano importanti lavori strutturali) [3];
  • non vi sia una forte conflittualità tra i coniugi perché in tal caso ciò renderebbe inopportuna, per il benessere dei figli, una loro vicinanza abitativa [4].

 

Con l’assegnazione parziale, il genitore che non ha ottenuto il godimento della casa familiare potrà comunque continuare ad abitare parte di essa.

Perché ciò sia possibile, il giudice dovrà valutare e controbilanciare:

 

  • da un lato, le esigenze del genitore non assegnatario di continuare a vivere in una parte della casa familiare, sebbene divisa dalla restante parte,
  • e dall’altro l’interesse dei figli a non essere coinvolti nella conflitto in atto tra i genitori, che potrebbe accrescersi per via della convivenza forzata e continuata in appartamenti limitrofi.

 

Se manca l’accordo il conflitto è inevitabile

Non è difficile intuire però come, per quanto sia astrattamente possibile un’assegnazione parziale della casa familiare da parte del giudice, in concreto è assai difficile che egli possa prevederla.

Non solo, infatti, occorre:

 

  • che gli sia fatta una espressa richiesta in tal senso da parte del genitore che abbia un titolo di proprietà sulla casa: e dunque tale istanza non varrebbe se fosse presentata dal genitore economicamente più debole e che non vanti diritti sul bene,
  • ma occorre anche che tra i genitori manchi il rapporto conflittuale: cosa che riesce difficile immaginare quando le parti abbiano in corso una causa di separazione.

 

Possiamo anzi supporre che, con tutta probabilità, una richiesta di questo tipo verrebbe contrastata con tutte le forze dal probabile assegnatario della casa, dando così al giudice motivo per ravvisare l’ inopportunità di far abitare i figli minori (o comunque non autosufficienti) in un ambiente nel quale respirerebbero la costante tensione in atto tra i genitori.

 

 

Quali sono i possibili accordi riguardo alla casa familiare?

Dunque, intraprendere una causa a questo scopo potrebbe non condurre affatto al risultato sperato.

Al contrario, raggiungendo un accordo, le parti avrebbero la possibilità di ricorrere ad una più ampia gamma di soluzioni in merito alla casa.

Soluzioni che, per quanto in grado di avvantaggiare tutta la famiglia, (consentendole di riuscire a ridurre i costi e favorire la conservazione del tenore di vita antecedente alla separazione) il giudice non potrebbe mai prevedere, né imporre in alcun modo.

Si pensi alla scelta dei genitori di:

  • destinare a “casa familiare” un diverso immobile, privo delle caratteristiche che ne consentirebbero l’assegnazione da parte del giudice (ossia la casa che ha costituito il centro d’aggregazione della famiglia quando era unita): si pensi, ad esempio, alla casa dei nonni o ad una seconda casa;
  • vendere o dare in locazione la casa familiare, per consentire ad entrambi i genitori di acquistare o prendere in affitto due distinti appartamenti;
  • dividere la casa secondo un criterio di preferenza e utilità dei membri della famiglia diverso da quello che potrebbe disporre il giudice, prevedendo anche una ripartizione delle spese di ristrutturazione;
  • alternarsi nel godimento dell’’immobile (indiviso) con i figli per periodi stabiliti e scadenzati (settimanali, bisettimanali, ecc.);
  • prevedere che il proprietario ceda al genitore che vive con i figli o ai figli stessi, la propria quota di proprietà sull’immobile, in modo da azzerare o ridurre l’importo del contributo dovuto per il loro mantenimento (per un approfondimento leggi: “Come trasferire la proprietà di beni con la separazione e il divorzio”.

 

 

Il giudice deve sempre approvare gli accordi sulla casa?

Quali che siano le soluzioni individuate, esse dovranno sempre ricevere l’approvazione del giudice ai fini dell’omologazione (o del pubblico ministero per l’autorizzazione, nel caso che l’accordo dei coniugi sia raggiunto tramite negoziazione assistita).

Il magistrato, infatti, dovrà sempre valutare che le condizioni concordate riguardo alla casa non pregiudichino comunque il diritto dei figli di godere di un habitat domestico adeguato ai loro bisogni, ben potendo, ove ravvisi questo pericolo, rifiutare l’approvazione dell’accordo.

 

Un valido aiuto nella ricerca di una soluzione condivisa potrà essere rappresentato dalla scelta di un percorso di mediazione familiare o di pratica collaborativa, ancor meglio se seguito (in caso di separazione o divorzio) nel contesto di una negoziazione assistita da avvocati.

 


[1] Cfr. Cass. sent. n. 23631/11, Cass. n. 26586/09; Cass. sent. n.11787/90; Cass. sent. n. 6570/86.

[2] Cfr. Cass. sentt. n.18992/11, n. 2359/10, n. 3934/08, n. 25010/07, n 20514/07 e Cass.S.U. sent. n. 11297/95.

[3] Trib. Napoli, 21.11.2006.

[4] Cass. sent.. 16649/14 e Cass. sent. 30199/11, Cass. sent. n. 19578/11.

 

 


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