Antonio Ciotola
Antonio Ciotola
15 Apr 2016
 
Le Rubriche di LLpT


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L’omicidio di Luca Varani

Le nuove rivelazioni nella storia di cronaca nera più raccontata di questi giorni: sesso e droga per 150 euro. Brevi considerazioni sull’imputabilità del soggetto sotto l’effetto delle sostanze stupefacenti.

 

L’omicidio del giovane Luca Varani è, senza dubbio, uno dei delitti più raccapriccianti che la cronaca nera ci ha raccontato negli ultimi anni. Lo è per il contesto in cui si è sviluppato, per le modalità esecutive del reato, per le rivelazioni che, pian piano, stanno venendo fuori facendo luce su un delitto che resta, per molti versi, privo di una logica spiegazione.

Nell’articolo che state leggendo non mi occuperò di riportare i fatti di cronaca dell’omicidio, sia perché assolutamente noti e ampiamente raccontati dalla stampa, sia perché non è questo lo spirito (e la funzione) che ispira la presente rubrica. Cercherò, invece, di affrontare il problema dal punto di vista giuridico della imputabilità delle persone che commettono  reati sotto l’effetto di droghe o alcol, facendo delle brevi ed essenziali considerazioni.

 

 

Cos’è l’imputabilità?

Prima di tutto cerchiamo di dare una definizione del concetto giuridico di imputabilità. È imputabile chi ha la capacità di intendere e volere [1].

Per poter essere condannati per un reato, possiamo dire con un certo grado di approssimazione, che la legge pretende che il soggetto agente abbia, al momento della commissione del fatto, la capacità di capire quello che sta facendo (la capacità di intendere) e di rendersi conto delle conseguenze del suo agire (volere).

Il problema dell’imputabilità di chi agisce sotto l’effetto di stupefacenti ed alcol si pone perché, obiettivamente, agire (commettere reati) sotto l’influenza di sostanze di questo tipo vuol dire, nei fatti, delinquere in uno stato di alterazione psico-fisica, più o meno accentuata a seconda delle quantità e tipo di droghe assunte e delle caratteristiche della personalità del soggetto. Vuol dire, in buona sostanza, che il tossicodipendente o l’alcol dipendente che delinque sotto l’effetto delle dette sostanze, lo fa in uno stato di alterazione delle proprie capacità cognitive e volitive.

 

 

La disciplina del codice penale

A fronte del dato incontestabile che il soggetto ubriaco o drogato al momento della commissione del reato, possa essere, nei fatti,  incapace di intendere e di volere, il codice penale articola la disciplina in maniera differente a seconda della causa che ha determinato l’incapacità.

Mi spiego più semplicemente. Potrebbe accadere, ad esempio, che lo stato di ubriachezza sia determinato per caso fortuito e in modo involontario. L’esempio di scuola che viene fatto, per spiegare quella che va sotto il nome di ubriachezza accidentale, è quello del vinaio che per pulire le vasche di fermentazione dell’uva si ubriachi  aspirando i  vapori dell’alcol.

E’ fin troppo evidente, alla luce dell’esempio che si è fatto, che non è possibile equiparare lo stato di ubriachezza accidentale a quello di ubriachezza volontaria seppur, in entrambi i casi, il soggetto si trova in stato di alterazione psico-fisica.

Sarebbe stato illogico, infatti,  se il nostro codice penale non avesse articolato una disciplina differente per punire le persone responsabili della commissione dei reati ubriachi accidentalmente (o drogati, il principio è lo stesso) e quelli ubriachi perché hanno scelto di farlo.

Lubriachezza accidentale è considerata un’ipotesi eccezionale di non imputabilità del soggetto, contrapposta alla ubriachezza volontaria o colposa.

 

Infatti, lo stato di alterazione non dovuto a caso fortuito o forza maggiore (volontario o colposo) non esclude né diminuisce l’imputabilità [2], ed anzi, quando questo sia preordinato al fine di commettere il reato o di crearsi una scusa, costituisce una circostanza aggravante che, come tale,  determina un aumento della pena. Ma facciamo un esempio.

Immaginate che Tizio, per vendicarsi di Caio che lo ha pesantemente insultato, decida di accoltellarlo. Tizio, però, non è un delinquente abituale (nel senso che normalmente non commette reati) per cui, pur volendo farlo, non ne ha il coraggio. Decide (sceglie), a questo punto, di drogarsi al fine di alterare la sua cognizione della realtà e di vincere i suoi freni inibitori. Sotto l’effetto della droga (o dell’alcol) va da Caio e lo accoltella. In questo caso, Tizio, non solo sarà pienamente imputabile, ma sarà condannato ad una pena più severa proprio perché, volontariamente e scientemente, ha deciso di drogarsi per riuscire nel suo intendo criminale.

 

Vi è, inoltre, una disciplina specifica per il caso del soggetto cd. ubriaco abituale (è tale chi è dedito all’uso di sostanze alcoliche e in stato di frequente ubriachezza) per il quale, anche, è un aumento di pena oltre alla possibilità di applicazione eventuale della misura di sicurezza della casa di cura o custodia o della libertà vigilata [3].

 

 

Nel caso dell’omicidio Varani quindi?

Nel caso oggetto della nostra attenzione, se dovesse essere accertato – il se è d’obbligo vigendo il principio di non colpevolezza [4] –  che l’omicidio è stato commesso sotto l’effetto di droghe, in modo premeditato e preordinato (come sembra di capire leggendo le cronache giudiziarie), i responsabili saranno condannati ad una pena che dovrà tenere conto delle aggravanti della premeditazione, della crudeltà e della volontaria assunzione di droghe al fine di commettere il reato.


[1] Art. 85 cod. pen.

[2] Art. 92 cod.pen “L’ubriachezza non derivata da caso fortuito o da forza maggiore non esclude né diminuisce la imputabilità. Se l’ubriachezza era preordinata al fine di commettere il reato, o di prepararsi una scusa, la pena è aumentata.

[3] Art. 94 cod.pen.

[4] Art. 27 Cost.

 


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