Fotografie e documenti non originali si contestano così
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17 Apr 2016
 
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Fotografie e documenti non originali si contestano così

Il disconoscimento di una fotocopia in causa non può essere generica ma deve essere sempre motivata nello specifico.

 

Anche chi non è un tecnico del diritto sa che le fotocopie non hanno alcun valore di prova nel processo. In realtà, non è propriamente così, anche se l’affermazione ha un nocciolo di verità. Chiariamo meglio come stanno le cose.

Le fotografie e tutte le altre riproduzioni meccaniche di documenti originali, come appunto le fotocopie, le scannerizzazioni o la stampa a computer di documenti o di immagini, hanno valore di prova documentale solo se la controparte contro cui vengono prodotte in causa non le contesta. Se, invece, quest’ultima nulla ha da osservare a riguardo, tali riproduzioni assumono la stessa valenza dell’originale [1]. Il che corrisponde, del resto, a una logica ben precisa: se l’avversario ammette che, effettivamente, il documento esibito davanti al giudice è l’esatta copia di un originale non c’è ragione di negargli la medesima efficacia.

 

Dunque, solo un esplicito disconoscimento della riproduzione meccanica rende quest’ultima “carta straccia” sul piano probatorio e, pertanto, non servirà a dimostrare un bel niente. Ma attenzione: come ha chiarito la Cassazione in una sentenza [2] di qualche giorno fa (che, peraltro, richiama principi già affermati in passato), l’avversario non può limitarsi a una generica contestazione, quasi una formula di stile, ma non basata su alcuna specifica ragione. È necessario, invece, indicare i motivi sulla base dei quali è ragionevole dubitare della validità della copia e, quindi, della sua non corrispondenza all’originale.

 

Tanto per fare un esempio, una foto che ritrae un uomo con una ferita sul braccio, esibita in un giudizio di risarcimento del danno per un incidente stradale, potrebbe riferirsi a qualsiasi data; essa quindi è inidonea a dimostrare che la lesione dipende proprio dai fatti di causa. In tal caso, legittima sarebbe la contestazione che faccia leva proprio sull’indeterminatezza temporale del documento. Viceversa, se insieme al braccio è ritratto un quotidiano, con la data di pubblicazione, allora è possibile ancorare la riproduzione a un momento specifico e, dunque, la contestazione risulta più difficile.

Stesso discorso, ad esempio, per la fotocopia di un contratto: anche qui la contestazione non può essere generica (come ad esempio: “impugno e contesto”, “contesto tutta la documentazione poiché inammissibile e irrilevante”), ma deve riferirsi a elementi tali da insinuare il dubbio sulla autenticità del documento. Se la copia non presenta abrasioni o altri elementi che lascino presumere la sua manomissione, il disconoscimento diventa più complicato.

 

Secondo la Corte, dunque, la contestazione della conformità all’originale di un documento prodotto in copia non può avvenire con clausole di stile e generiche ma deve essere effettuata, a pena di inefficacia, in modo chiaro e circostanziato, attraverso l‘indicazione specifica sia del documento che si intende contestare sia degli aspetti per i quali si assume differisca dall’originale.

 

 

La vicenda

Un giudice rigettava la richiesta di risarcimento del danno avanzata da un automobilista a seguito di incidente stradale. A dire del tribunale, l’attore non aveva dimostrato di essere proprietario del veicolo danneggiato in quanto aveva depositato solo la fotocopia del libretto di circolazione, fotocopia che l’assicurazione aveva contestato, asserendo che era differente rispetto all’originale e, pertanto, inutilizzabile in causa. Peraltro, a seguito del disconoscimento effettuato dall’assicurazione, il danneggiato non aveva provato alcun elemento che potesse confermare il proprio diritto di proprietà sull’immobile.
La Cassazione, tuttavia, ha ribaltato l’esito del giudizio dando ragione all’automobilista. Infatti la compagnia aveva contestato la fotocopia con generiche formule di stile, senza offrire però valide motivazioni.

 


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 18 gennaio – 12 aprile 2016, n. 7105
Presidente Ambrosio – Relatore Vincenti

Ritenuto in fatto

– Con sentenza del 5 dicembre 2011, il Giudice di pace di Napoli respinse la domanda proposta da D.P.M. nei confronti di F.C. e della Assicurazioni Generali S.p.A. per sentirli condannare, in solido tra loro, al risarcimento dei danni riportati dalla propria autovettura e cagionati dal F. , proprietario dell’autovettura investitrice.
2. – Avverso tale decisione il D.P. , con citazione del 24 gennaio 2012, proponeva appello, che il Tribunale di Napoli rigettava con sentenza resa pubblica l’1 febbraio 2013.
Per quanto ancora rileva in questa sede, il giudice del gravame osservava che l’attore, a dimostrazione del titolo proprietario sull’autovettura danneggiata nel sinistro, aveva depositato in atti “una riproduzione fotostatica del solo frontespizio della carta di circolazione”, la cui annotazione della identità del dominus (contrariamente a quanto ritenuto dal primo giudice) risultava idonea a documentare tale veste, avendo la certificazione amministrativa rilasciata ai sensi dell’art. 93, comma 2, del d.lgs. n. 285 del 1992 soltanto valore dichiarativo.
2.2. – Tuttavia, il Tribunale rilevava che il documento

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[1] Art. 2712 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 71015/16 del 12.04.2016.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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