Raccomandate e atti giudiziari: alla residenza o dove vivi
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17 Apr 2016
 
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Raccomandate e atti giudiziari: alla residenza o dove vivi

Non vale solo la notifica presso la residenza ma anche nell’abitazione ove il destinatario dell’atto sta fisicamente.

 

Inutile spostare la residenza in un luogo diverso – e magari sconosciuto – rispetto alla propria effettiva abitazione, solo per evitare notifiche di atti giudiziari, cartelle di Equitalia, diffide, multe o qualsiasi altra raccomandata. Secondo una sentenza della Cassazione, pubblicata qualche giorno fa [1], la consegna di tali atti può avvenire in qualsiasi altro posto, ed essere considerata ugualmente valida, purché si possa presumere che il destinatario si trovi al suo interno. In tali casi, ben può il postino o l’ufficiale giudiziario affidare materialmente la raccomandata alle persone che si trovino all’interno di tale abitazione se si tratta dei familiari del destinatario (per esempio la moglie, il marito, i figli o i genitori se ancora conviventi), perché è presumibile che questi, in un modo o nell’altro, gli consegnino materialmente il plico.

 

Il caso è tutt’altro che raro. Capita che chi sia “ricercato” dai creditori creda di riuscire a sfuggire alle richieste di pagamento semplicemente andando in Comune e spostando la propria residenza in un luogo diverso da quello ove vive con i propri familiari: di solito si tratta di un immobile sperduto, privo del numero civico o della targhetta con il nome al citofono. Ma sono spesso manovre inutili e dilatorie, che non hanno, per la legge, alcuna efficacia.

 

Il codice di procedura civile [2] stabilisce che le notifiche vadano effettuate sì nel Comune di residenza del destinatario, ricercandolo possibilmente nella casa di abitazione. Ma, di norma, il luogo di residenza viene individuato basandosi sull’effettiva ed abituale presenza del soggetto in un dato luogo, poiché l’iscrizione anagrafica ha più che altro un semplice valore presuntivo a causa di ritardi nelle operazioni di variazioni di tali registri. In buona sostanza, questo significa che se l’anagrafe indica un luogo, ma si può presumere che il soggetto viva altrove, in quest’ultimo luogo ben può presentarsi il postino e consegnare il plico a un familiare convivente.

 

Per “persona di famiglia” si intende non solo colui che appartenga allo stretto nucleo familiare, ma anche parenti o affini legati da vincoli affettivi o di comunanza di vita stabili (non cioè del tutto momentanei o occasionali) con il destinatario.

 

Male che vada, comunque, se la notifica dovesse risultare impossibile, essa verrebbe comunque effettuata con il deposito alla casa comunale o all’ufficio postale (e la compiuta giacenza). Il mancato ritiro dell’atto non compromette la validità della sua notifica perché esso si considera, comunque, come consegnato ugualmente.

 

Non è possibile invece la notifica presso altri luoghi ove vivano soggetti diversi dai componenti del medesimo nucleo familiare, come per esempio la sorella o i genitori se il destinatario della raccomandata non vive più da tempo con loro.

 

La sentenza trova un giusto equilibrio tra l’esigenza di garantire, al destinatario, l’effettiva conoscenza dell’atto notificato e, dall’altro, di evitare inutili giochi “a nascondino”. Facile, altrimenti, sarebbe variare il semplice dato anagrafico per sfuggire a qualsiasi richiesta di pagamento. Insomma, come dire che il dato formale è sì importante (ciò che risulta nei registri del Comune), ma può essere superato con la prova di un effettivo legame tra il destinatario della raccomandata e un altro luogo.

 


[1] Cass. sent. n. 7200/2016 del 13.04.2016.

[2] Art. 139 cod. proc. civ.

 

Autore immagine: pixabay.com

 


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