Il genitore può impedire all’altro di vedere i figli se c’è giusta causa
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20 Apr 2016
 
L'autore
Raffaella Mari
 


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Il genitore può impedire all’altro di vedere i figli se c’è giusta causa

Se, dopo la separazione, il coniuge presso cui i figli vivono ostacola il diritto di visita dell’altro, può evitare la condanna penale solo se sussistono gravi ragioni.

 

In tema di separazione o divorzio dei coniugi, il genitore presso cui i figli sono stati collocati dal giudice non può impedire all’altro di vederli ed esercitare così il suo diritto di visita nelle forme e nei termini fissati dal tribunale. Diversamente, rischia di essere imputato per il reato di “mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice” [1]. Tuttavia, se sussistono gravi ragioni che suggeriscono, nell’interesse del minore stesso, di bloccare momentaneamente tali visite (in attesa che si pronunci nuovamente il giudice), non si incorre in alcun rischio di condanna penale. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [2].

 

 

La vicenda

Una madre impediva al padre di vedere la figlia ritenendolo inadatto a prendersene cura in quanto la giovane era affetta da grave handicap psico-motorio.

Il rifiuto a consegnare la bimba all’altro genitore era stato determinato esclusivamente dal timore che potesse derivare alla minore un danno alla salute o alla vita. I giudici, però, non le hanno dato ragione perché la patologia della figlia era già esistente al momento del giudizio che aveva originariamente determinato le modalità di affidamento della minore; il giudice, insomma, aveva già valutato tale situazione che non poteva considerarsi, pertanto, un fatto sopravvenuto.

 

 

Si possono ostacolare le visite solo per gravi ragioni

Il ragionamento della Corte è abbastanza lineare e semplice. Il principio generale è quello secondo cui il genitore collocatario (ossia presso cui la prole vive stabilmente) deve sempre rispettare il diritto di visita dell’altro e, quindi, il provvedimento del giudice con cui ha stabilito che quest’ultimo vedesse i propri figli in determinati giorni e ore della settimana. Chi ostacola tali incontri non solo rischia l’incriminazione, ma potrebbe anche perdere l’affidamento dei figli (che, quindi, da “condiviso” diverrebbe “esclusivo” in favore dell’altro genitore).

 

Come tutte le regole, però, anche questa ha le sue eccezioni. Se, dopo la sentenza di separazione o divorzio che ha definito le modalità delle visite ai minori, sopraggiungono gravi motivi che portano il genitore collocatario a ritenere necessario interrompere tali incontri, egli può farlo in via d’urgenza, nell’attesa comunque di avviare il ricorso per la rettifica del provvedimento del giudice di affidamento.

 

Tali gravi motivi non devono per forza consistere in uno stato di necessità, ma è necessario comunque che attengano a una valutazione fatta nell’interesse del minore. Questo vuol dire che l’impedimento grave non deve riguardare una situazione del genitore (ad es. necessità di fare un viaggio di lavoro), ma del figlio (si pensi al caso in cui il padre si sia reso responsabile di un comportamento imprudente che denoti disinteresse, mettendo a repentaglio la vita del bambino).

 

Infine si deve trattare di un fatto sopravvenuto all’iniziale sentenza di affidamento del giudice: se, infatti, tale circostanza già esisteva all’epoca del primo provvedimento, di essa il giudice ne ha già verosimilmente tenuto conto.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 16 marzo – 18 aprile 2016, n. 15971
Presidente Ippolito – Relatore Scalia

Ritenuto in fatto

1. La Corte di appello di Venezia, confermando la sentenza emessa dal Tribunale di Padova, ha assolto P.C. dal reato, contestatole in forma continuata, di mancata esecuzione dolosa del provvedimento del Tribunale di Padova (artt. 81 cpv e 388, primo e secondo comma, cod. pen.).
Secondo originaria imputazione, a fronte delle modalità di visita stabilite dal Tribunale, in sede di omologa della separazione dei coniugi C. e Ca., per le quali la figlia Beatrice era stata affidata alla madre con il diritto dei padre di tenerla con sé per alcuni pomeriggi ed alcuni giorni a settimana, la prevenuta aveva rifiutato di dare al padre la minore.
Nell’apprezzato contesto in cui ebbero a maturare le attribuite condotte, i giudici di merito hanno ritenuto che la C. avesse rifiutato la consegna della figlia al padre, spinta dal timore che potesse derivare alla minore grave danno alla salute o alla vita.
Le sentenze di merito hanno escluso, con formula assolutoria non piena, l’elemento soggettivo del contestato reato per la ritenuta esistenza, in capo alla prevenuta, di un eccesso colposo determinato da stato di necessità (art. 530, comma 2, cod. proc.

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[1] Art. 388 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 15971/2016 del 18.04.2016.

 


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