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Lo sai che? Pubblicato il 21 aprile 2016

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Lo sai che? Usucapione impossibile tra figli e genitori

> Lo sai che? Pubblicato il 21 aprile 2016

La stretta parentela esclude che vi possa essere possesso utile ai fini dell’usucapione sull’immobile concesso in comodato.

Niente usucapione tra familiari e parenti stretti: secondo una recente sentenza del Tribunale di Aosta [1], il figlio non può usucapire l’immobile di proprietà del genitore, anche se quest’ultimo gli ha concesso l’utilizzo del bene (nel caso di specie, si trattava di un garage dato in comodato, ma il ragionamento può essere esteso a qualsiasi altro bene come la casa per le vacanza o quella per la residenza, un terreno, ecc.). Perché possa scattare l’usucapione, infatti, non è sufficiente aver utilizzato l’immobile per 20 anni, ma è anche necessario il requisito del possesso, ossia uno o più comportamenti tali da corrispondere a quelli che tipicamente effettua il proprietario. Il che, secondo il giudice, non è possibile nei rapporti di stretta parentela. Cerchiamo di comprendere le ragioni di tale principio.

Il comodato tra familiari

Tra parenti è consuetudine concedere in prestito un immobile: capita spesso quando i genitori vogliono consentire al figlio di utilizzare una casa di loro proprietà finché questi non sia in grado di acquistarne una con i propri soldi. Ma che succede se, dopo molto tempo, padre e madre non rivendicano l’immobile e non ne chiedono la restituzione? Può il figlio, dopo 20 anni di utilizzo del bene, sostenere che si sia formato l’usucapione e, quindi, ritenersi ormai proprietario? Secondo la giurisprudenza no. Ecco perché.

Niente usucapione se c’è tolleranza

L’usucapione è escluso tutte le volte in cui il proprietario del bene sia a conoscenza del fatto che un altro soggetto stia utilizzando il proprio immobile per i propri bisogni e, ciò nonostante, tolleri tale situazione, consentendoglielo espressamente. Se non fosse così, l’inquilino che sta per 20 anni in affitto, diverrebbe proprietario della casa locata (leggi “Usucapione: possibile nella locazione?”).

Dunque, la tolleranza del proprietario esclude qualsiasi futura rivendicazione del terzo detentore del bene. È da questa indiscutibile considerazione che parte il ragionamento del tribunale di Aosta.

Per stabilire se sia possibile il verificarsi o meno dell’usucapione, bisogna investigare su quali sono i rapporti tra le parti. Nel caso in cui l’immobile venga concesso ad un soggetto in ragione di rapporti di semplice amicizia o di buon vicinato è più che probabile che il lungo decorso del tempo sia riconducibile non tanto a una tolleranza da parte del proprietario del bene, ma a sua semplice indifferenza; sicché, in tal caso, può scattare l’usucapione.

Diverso, invece, è il discorso se il rapporto è di parentela stretta, dove è normale che un familiare consenta, anche per molti anni, ad un proprio parente, di utilizzare un immobile, senza perciò disinteressarsene. Insomma, se tra amici o vicini è meno probabile che, al decorso del tempo, corrisponda una situazione di tolleranza, ciò non vale tra parenti [2].

note

[1] Trib. Aosta, sent. n. 21 del 18.01.2016.

[2] Cass. sent. n. 11277/2015, Cass. sent. n. 4327/2008.

Autore immagine: pixabay.com

Tribunale di Aosta – Sezione civile – Sentenza 18 gennaio 2016 n. 21

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI AOSTA

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Anna Bonfilio ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 655/2013 promossa da:

RO.LE. (…), con il patrocinio dell’avv. FR.RO., elettivamente domiciliato in VIA (…) 11100 AOSTA presso il difensore avv. FR.RO.

ATTORE/I contro

EZ.LE. (…), con il patrocinio dell’avv. SO.SA., elettivamente domiciliato in VIA (…) 11100 AOSTA presso il difensore avv. SO.SA.

CONVENUTO/I

FATTO E DIRITTO

Con atto di citazione notificato in data 10.04.2013 il sig. Ro.Le., premesso di essere proprietario di un alloggio di civile abitazione in Sarre, Fraz. (…), al piano secondo sottotetto, pervenutogli per donazione disposta in suo favore dal padre, sig. Ez.Le., con atto per Notaio Ma. in data 8.11.1990, comprensiva di attinenze, dipendenze a quota di comproprietà sugli enti comuni dell’intero complesso in cui l’alloggio in questione è compreso, includente posto auto adiacente e fabbricato ripartito in tre autorimesse, assumeva di avere utilizzato sin dal 1990 in via esclusiva il garage censito al mappale n. 183 sub 8 posto fra quello utilizzato dal fratello Er. ed il posto auto comune, escludendovi dall’uso i proprietari delle altre unità del complesso. Assumeva altresì l’esponente di aver quindi utilizzato la corsia di transito ed accesso ai garage per l’intera sua larghezza per l’ingresso pedonale e carraio al predetto garage e di aver quindi utilizzato l’autorimessa in questione per il parcheggio delle proprie autovetture, moto e per lavori inerenti la sua attività di meccanico, custodendovi altresì attrezzature varie di sua proprietà. Lamentava tuttavia che il padre, sig. Ez.Le., ed il proprio fratello, Er.Le., avessero da ultimo manifestato nei suoi confronti un comportamento aggressivo, sfociato anche in episodi anche violenti. Lamentava altresì che il padre gli avesse infine intimato formale diffida, vietandogli di utilizzare aree e beni da sempre in precedenza goduti, ed in specie l’autorimessa innanzi descritta, la cantina ed il posto auto al mappale 193 sub 12. Conveniva perciò in giudizio il sig. Ez.Le. chiedendo accertarsi nei suoi confronti la sua proprietà, anche per acquisto maturato per usucapione, sull’autorimessa in questione ed il suo diritto di transito, pedonale e carraio, lungo la corsia di accesso alla stessa, con correlata servitù a carico del sedime relativo. In via subordinata chiedeva comunque accertarsi la sua proprietà sull’autorimessa descritta e costituirsi a favore di detta unità ed a carico del mappale 183 servitù coattiva di transito pedonale e carraio, determinandosi la correlativa indennità a suo carico; con vittoria delle spese del giudizio.

Si costituiva nel giudizio il sig. Ez.Le., contestando radicalmente la pretesa attorea, assumendo per contro di essere proprietario esclusivo dell’unità immobiliare comprensiva dell’autorimessa in contestazione, di posto auto e della cantina di pertinenza del complesso immobiliare, lamentando altresì che il figlio Ro. si fosse reso, con la sua condotta anche fisicamente aggressiva verso il genitore, responsabile di ingiuria grave nei suoi confronti, chiedendo perciò rigettarsi l’avversa domanda e, in via riconvenzionale, revocarsi la donazione immobiliare disposta in suo favore, nonché accertarsi la condotta attorea di intromissione abusiva e senza titolo nell’uso dei locali autorimessa e cantina rivendicati dall’attore e del posto auto pertinenziale alla sua proprietà vietando quindi al sig. Ro.Le. ogni utilizzo di detti beni, con conseguente ordine di liberatoria e risarcimento in suo favore; con vittoria degli oneri di lite.

Ammesse parzialmente le prove orali dedotte dalle parti, il Giudice provvedeva all’assunzione dell’interrogatorio formale delle parti ed all’escussione dei testi sigg. An.Ca. ed altri.

Nel corso del giudizio le parti avviavano peraltro una trattativa e, anche in esito al tentativo di conciliazione svolto dal Giudice, davano atto quindi di aver raggiunto accordo, disatteso tuttavia in seguito.

Ritenuta infine la causa matura per la decisione, il Giudice, disattendendo l’istanza attorea di ammissione di C.T.U. per il frazionamento catastale delle aree oggetto di domanda di usucapione, invitava le parti alla precisazione delle conclusioni, che esse formulavano infine come in epigrafe riportate all’udienza del 29.09.2015. Dopo il deposito delle difese di rito, la causa perviene dunque in decisione.

Alla luce delle complessive risultanze emerse nel giudizio le domande attoree si appalesano all’evidenza infondate.

Emerge anzitutto dall’esame dell’atto di donazione stipulato tra le parti in causa ed in favore anche di altro figlio dell’odierno convenuto, sig. Er.Le., con rogito per Notaio Dott. Guido Ma. in data 8.11.1990, che il sig. Ez.Le. ha donato in proprietà a ciascuno dei suoi figli una delle unità immobiliari ad uso abitativo comprese nel complesso sito in Sarre, Fraz. Cl., mappale n. (…), frazionato correlativamente nel settembre 1990 in vista di detta stipula. Risulta altresì dalla documentazione catastale in atti che il complesso immobiliare riguardato, in cui sono compresi gli immobili oggetto della richiamata donazione, comprensiva di “attinenze, dipendenze, oneri condominiali e proporzionale quota di comproprietà sugli enti comuni dell’intero complesso di cui fanno parte”, era prima della stipula di proprietà esclusiva del sig. Ez.Le.

Assume, tuttavia, l’odierno attore di aver sempre utilizzato e goduto in via esclusiva e continuativamente sin dal 1990 una delle tre autorimesse comprese in distinto fabbricato incluso nel complesso riguardato, censita al mappale n. 183 sub 8 – così identificato in esito al richiamato frazionamento in data 25.09.1990, come risulta dalla documentazione catastale prodotta dallo stesso attore -, con esclusione di ogni altro soggetto dall’uso del bene, e di avere quindi utilizzato, per l’accesso dalla strada pubblica alla suddetta autorimessa, il passaggio lungo la corsia di transito ed accesso ai garages, chiedendo in conseguenza accertarsi la sua esclusiva proprietà, “anche per usucapione”, – ma invero unicamente a tal titolo, non vantandone altri per l’acquisto -, sul locale in questione ed il diritto di passaggio a titolo di servitù sulla descritta via di accesso alla stessa.

I testi escussi nel giudizio hanno tuttavia riferito in termini del tutto generici ed in parte contrastanti in merito, dando atto di un uso almeno promiscuo dell’autorimessa in contestazione da parte dell’odierno attore e dello stesso convenuto, al quale peraltro risulterebbe consegnata dallo stesso attore – asseritamente in via prudenziale in occasione dei suoi allontanamenti da casa – una chiave della serratura di chiusura del locale.

Ed infatti se, da un lato, i testi Gi.Ar., Pa.Fo. – moglie dell’attore -, Ma.Co. e Ge.Ru. hanno confermato che il sig. Ro.Le. ha usato per lungo tempo l’autorimessa in contestazione, parcheggiandovi auto e moto di sua proprietà ed effettuandovi riparazioni e lavori meccanici anche per amici e conoscenti, dall’altro i testi An.Ca., Gi.Pe. – geometra incaricato del frazionamento del complesso immobiliare operato nel settembre 1990 -, Ma.Gu. ed Er.Le. hanno invece riferito che sicuramente il sig. Ez.Le. ha sempre usato e goduto del medesimo locale, riponendovi anche beni di sua proprietà, disponendo comunque delle chiavi della serratura di apertura, non solo per custodia od a titolo di cortesia. Neppure ha trovato conferma la circostanza che il sig. Ro.Le. abbia utilizzato con regolare frequenza il passaggio rivendicato in servitù sulla via di accesso al locale.

Orbene, in conformità a principi ormai acquisiti nella giurisprudenza di legittimità, deve anzitutto rilevarsi che “in tema di usucapione, per stabilire se un’attività corrispondente all’esercizio della proprietà o altro diritto reale sia stata compiuta con l’altrui tolleranza e sia quindi inidonea all’acquisto del possesso, la lunga durata dell’attività medesima può integrare un elemento presuntivo nel senso dell’esclusione della tolleranza qualora non si tratti di rapporti di parentela, ma di rapporti di mera amicizia o buon vicinato, giacché nei secondi, di per sé labili e mutevoli, è più difficile, a differenza dei primi, il mantenimento della tolleranza per un lungo arco di tempo” (Cass. Civ. Sez. 2, Sentenza n. 11277 del 29/05/2015; conforme Cass. Civ. Sez. 2, Sentenza n. 4327 del 20/02/2008 ). Non vi è dubbio peraltro che “la presunzione di possesso utile ad usucapionem, di cui all’art. 1141 cod. civ., non opera quando la relazione con il bene derivi non da un atto materiale di apprensione della res, ma da un atto o da un fatto del proprietario a beneficio del detentore, nella specie un contratto di comodato, poiché in tal caso l’attività del soggetto che dispone della cosa non corrisponde all’esercizio di un diritto reale, non essendo svolta in opposizione al proprietario. Ne consegue che la detenzione di un bene immobile a titolo di comodato precario può mutare in possesso solamente all’esito di un atto d’interversione idoneo a provare con il compimento di idonee attività materiali il possesso utile ad usucapionem in opposizione al proprietario concedente” (Cass. Civ. Sez. 2, Sentenza n. 21690 del 14/10/2014 ). Del resto non ogni specie di utilizzo del bene integra presupposto per l’esercizio di un possesso ad usucapionem, giacché “ai fini della prova degli elementi costitutivi dell’usucapione – il cui onere grava su chi invoca la fattispecie acquisitiva – la coltivazione del fondo non è sufficiente, in quanto,, di per sé, non esprime, in modo inequivocabile l’intento del coltivatore di possedere, occorrendo, invece, che tale attività materiale, corrispondente all’esercizio del diritto di proprietà, sia accompagnata da indizi, i quali consentano di presumere che essa è svolta uti dominus” (Cass. Civ. Sez. 2, Sentenza n. 18215 del 29/07/2013).

In specie può ritenersi unicamente accertato che l’odierno attore abbia goduto ed – utilizzato l’autorimessa in contestazione, anche per tolleranza e cortesia del proprietario, ma non può ritenersi in alcun modo acclarato che egli ne abbia goduto in via esclusiva e con animo acquisitivo – uti dominus -, previa interversione del suo possesso da precario, quale è dato presumere anche in ragione del legame di stretta parentela tra le parti, in esclusivo ed a fini acquisitivi.

Correlativamente non è dato ritenere in alcun modo accertato che l’odierno attore abbia usato con regolare frequenza ed assiduità la via di passaggio descritta in citazione a titolo di usucapione per l’accesso alla predetta autorimessa.

Al riguardo deve infatti evidenziarsi, in relazione al disposto normativo ex art. 1061 c.c. secondo cui “le servitù non apparenti non possono acquistarsi per usucapione”, che “il requisito dell’apparenza della servitù discontinua, richiesto al fine della sua costituzione per usucapione si configura quale, a comprova della possibilità di tale esercizio e pertanto, della permanenza del relativo esercizio, in presenza di segni visibili d’opere di natura permanente obiettivamente destinate al suo esercizio tali da rivelare in maniera non equivoca l’esistenza del peso gravante sul fondo servente per l’utilità del fondo dominante, dovendo dette opere, naturali o artificiali che siano, rendere manifesto trattarsi non di un’attività posta in essere in via precaria, o per tolleranza del proprietario del fondo servente, comunque senza animus utendi iure servitutis, bensì d’un onere preciso, a carattere stabile, corrispondente in via di fatto al contenuto di una determinata servitù che, peraltro, non implica necessariamente un’utilizzazione continuativa delle opere stesse, la cui apparenza e destinazione all’esercizio della servitù permangono anche in caso di utilizzazione saltuaria” (Cass. Civ. Sez. 2, Sentenza n. 8736 del 26/06/2001).

Ed infatti “il requisito dell’apparenza della servitù, necessario ai fini del relativo acquisto per usucapione o per destinazione del padre di famiglia (art. 1061 cod. civ.), si configura come presenza di segni visibili di opere permanenti obiettivamente destinate al suo esercizio e rivelanti in modo non equivoco l’esistenza del peso gravante sul fondo servente, in modo da rendere manifesto che non si tratta di attività compiuta in via precaria, bensì di preciso onere a carattere stabile. Ne consegue che non è al riguardo pertanto sufficiente l’esistenza di una strada o di un percorso idonei allo scopo, essenziale viceversa essendo che essi mostrino di essere stati posti in essere al preciso fine di dare accesso attraverso il fondo preteso servente a quello preteso dominante, e, pertanto, un quid pluris che dimostri la loro specifica destinazione all’esercizio della servitù” (Cass. Civ. Sez. 2, Sentenza n. 13238 del 31/05/2010). In specie l’invocata servitù attorea, come rivendicata ed allegata in citazione, manca di ogni visibilità e risulta comunque funzionale all’acquisto della proprietà rivendicata infondatamente sull’autorimessa in contestazione.

A fronte dell’evidente infondatezza delle domande attoree risulta peraltro parimenti non confortata da prova alcuna la stessa istanza promossa in via riconvenzionale dall’odierno convenuto per la revocazione della donazione disposta in favore del figlio ora attore per ingratitudine ai sensi del dettato ex art. 801 c.c. Al riguardo il convenuto ha infatti unicamente prodotto copia di denuncia resa dal figlio Er. in merito ad atteggiamenti aggressivi assunti dall’odierno attore nei suoi confronti in occasione di discussioni occorse in relazione al regime di convivenza nel complesso immobiliare paterno. Ed infatti l’ingiuria grave richiesta, ex art. 801 cod. civ., necessaria per la revocabilità di una donazione per ingratitudine, pur mutuando dal diritto penale il suo significato intrinseco e l’individuazione del bene leso, tuttavia si distacca dalle previsioni degli artt. 594 e 595 cod. pen. e consiste in un comportamento suscettibile di ledere in modo rilevante il patrimonio morale del donante ed espressivo di un reale sentimento di avversione da parte del donatario, tale da ripugnare alla coscienza collettiva” (Cass. Civ. Sez. 2, Sentenza n. 7487 del 31/03/2011 ), ovvero “di un durevole sentimento di disistima delle qualità morali e di irrispettosità della dignità del donante contrastanti con il senso di riconoscenza che, secondo la coscienza comune, dovrebbero invece, improntarne l’atteggiamento” laddove “tale presupposto non può essere desunto da singoli accadimenti che, pur risultando di per sé censurabili, per il contesto in cui si sono verificati e per una situazione oggettiva di aspri contrasti esistenti tra le parti, non possono essere ricondotti ad espressione di quella profonda e radicata avversione verso il donante che costituisce il fondamento della revocazione della donazione per ingratitudine” (Cass. Civ. Sez. 2, Sentenza n. 17188 del 24/06/2008).

Del tutto generiche risultano peraltro le domande pure formulate in via riconvenzionale dalla parte convenuta per l’inibitoria di censurate “intromissioni” dell’attore nelle unità immobiliari di cui al mappale (…), laddove è piuttosto emerso dall’istruttoria condotta nel giudizio un atteggiamento di tolleranza e permissività, almeno per il passato, da parte dello stesso sig. Ez.Le. verso il figlio Ro., che, avendogli intimato diffida all’immediato rilascio di dette unità solo nel novembre del 2012, non lo ha privato tuttavia della disponibilità delle chiavi di accesso a detti locali, che pure gli aveva – verosimilmente – egli stesso consegnato.

Tenuto conto anche dell’accordo definito tra le parti in sede conciliativa all’udienza del 4.12.2014 e quindi disatteso, le spese del giudizio seguono la preminente soccombenza attorea e si liquidano come da dispositivo in applicazione dei parametri normativi in vigore.

P.Q.M.
IL TRIBUNALE

definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:

1. rigetta integralmente le domande attoree perché infondate;

2. rigetta parimenti le domande promosse in via riconvenzionale dall’odierno convenuto perché infondate;

3. condanna il sig. Ro.Le. al pagamento in favore del sig. Ez.Le. delle spese del presente giudizio, che liquida in complessivi Euro 4.000,00 oltre accessori di legge.

Così deciso in Aosta il 18 gennaio 2016. Depositata in Cancelleria il 18 gennaio 2016.

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1 Commento

  1. ho una casa intestata, abitata da 20 anni da mio fratello che ne ha pagato il mutuo e le tasse, io l’ho sempre considerata sua, anche perché in cambio abito una casa dei miei genitori, ora voglio restituirgli la proprietà come fare senza esborso di denaro?

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