Addio Tfr, liquidazione ai fondi pensione
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22 Apr 2016
 
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Noemi Secci
 


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Addio Tfr, liquidazione ai fondi pensione

Allo studio del Governo la destinazione obbligatoria della liquidazione ai fondi pensione: addio per sempre al TFR?

 

Che le pensioni delle generazioni di lavoratori più giovani siano lontane nel tempo e certamente non ricche non è una novità: purtroppo, però, in questi giorni è emersa la reale situazione previdenziale futura, che risulta di una gravità ben maggiore rispetto a quanto sinora prospettato.

La maggior parte dei futuri assegni di pensione, difatti, arriverà intorno ai 75 anni ed i trattamenti saranno non molto più alti dell’assegno sociale: uno scenario drammatico al quale si deve rimediare sin da ora, perché non si verifichi.

Ma come rimediare, dal momento che causa già enormi difficoltà il sistema pensionistico attuale, con i rigidi requisiti imposti dalla Legge Fornero?

La risposta risiede nel Tfr: la liquidazione spettante ai lavoratori, dapprima usata come ”jolly” in busta paga per dare liquidità in più ai dipendenti, ora dovrebbe essere utilizzata in senso contrario, cioè per dare liquidità al sistema previdenziale ed evitare un futuro catastrofico, senza che vengano stanziate risorse pubbliche. È attualmente allo studio del Governo, difatti, la possibilità di rendere la destinazione del TFR ai fondi di previdenza complementari non più una facoltà, ma un obbligo.

 

 

Tfr: a quanto ammonta

Il Tfr (trattamento di fine rapporto), meglio conosciuto come liquidazione, ammonta all’incirca all’importo di uno stipendio per ogni anno di lavoro.

Per determinarne l’ammontare, semplificando a grandi linee, bisogna dividere quanto erogato al dipendente durante l’anno per 13,5 e sottrarre lo 0,5% dell’imponibile, che serve per alimentare il fondo di garanzia dell’Inps: in pratica ogni anno si deve accantonare il 6,91% della retribuzione.

Ogni anno si maturano 12 ratei di TFR, uno per ogni mese; il Tfr accantonato al 31 dicembre dell’anno precedente è rivalutato per un ammontare pari all’ 1,5%, più i tre quarti del tasso di inflazione; la rivalutazione è tassata con un’imposta sostitutiva del 17%. Anche la liquidazione, all’atto della corresponsione al dipendente, è tassato con un’imposta sostitutiva, basata su un’aliquota media.

 

 

Destinazione del Tfr

Il dipendente può decidere di non accantonare il trattamento presso il datore di lavoro (o presso il Fondo di Tesoreria dell’Inps se l’azienda ha più di 50 dipendenti) , ma di liquidarlo mese per mese in busta paga o di destinarlo ad un fondo di previdenza complementare, per integrare la futura pensione.

 

 

Tfr al fondo pensione

Se un lavoratore opta per la devoluzione del TFr ad un fondo pensione, perde la possibilità di essere liquidato alla cessazione del contratto e destina quanto accantonato alla sua futura pensione. Vi sono comunque delle ipotesi in cui il Tfr può essere riscattato o si possono chiedere anticipazioni.

Quella che sino ad oggi è una semplice opzione, però, probabilmente sarà trasformata in un obbligo: il lavoratore, cioè, non potrà più scegliere se destinare o no la sua liquidazione a un fondo, ma sarà obbligato a farlo, per autofinanziare la sua pensione. È allo studio, comunque, anche un’ipotesi che prevede la devoluzione ai fondi complementari solo di una quota del trattamento.

Certo il Tfr ad integrazione della pensione è una buona idea per aumentare i futuri trattamenti, che, come abbiamo detto, nonostante una vita di lavoro si aggireranno intorno all’importo dell’assegno sociale.

Purtroppo tale soluzione non basterà per rimediare alla preannunciata “catastrofe previdenziale” del 2030: in tale anno, difatti, andranno in pensione i cosiddetti baby boomers nati intorno alla metà degli anni ’60. Considerato l’aumento del numero dei pensionati e la diminuzione del numero di lavoratori, molto probabilmente non ci saranno abbastanza soldi per pagare la pensione a tutti.

 

 

Tfr devoluto obbligatoriamente all’Inps

Allora ecco che si fa strada un’altra idea, che può essere di aiuto per tamponare la “prossima catastrofe” del 2030 ma che rovinerebbe definitivamente il futuro dei giovani lavoratori. La devoluzione obbligatoria del Tfr all’Inps, alla stregua di contributi obbligatori aggiuntivi: certamente un’iniezione di liquidità vitale per il sistema previdenziale, ma che rischierebbe di fare la stessa fine dei contributi obbligatori. Contributi purtroppo non utili all’autofinanziamento della pensione personale, ma devoluti per sostenere chi è già in pensione: un sistema che basa la previdenza su quanto corrisposto dalle generazioni future può funzionare solo in un’ottica di crescita costante, ma parliamo di proiezioni irrealistiche e la crisi degli ultimi anni ed il calo delle nascite ne sono una conferma. Dunque i soldi della liquidazione dei lavoratori rischierebbero di essere “mangiati” da chi è già in pensione e di non tornare indietro a chi li ha versati.

 

 

Devoluzione Tfr: che cosa succederà?

È ancora molto presto per capire che cosa accadrà al Tfr: certo è molto probabile che la liquidazione sia presto obbligatoriamente devoluta ai fondi pensione (per tutti i dipendenti o, come più probabile, soltanto per chi non ha anzianità di servizio), mentre è più difficile ipotizzare la devoluzione all’Inps.

Non bisogna dimenticare, però, che non poter toccare la liquidazione, per un lavoratore, vuol dire privarsi di un mezzo di sostentamento importante in caso di perdita dell’occupazione.

Inoltre non dobbiamo dimenticare che la perdita del Tfr ha dei risvolti rilevanti anche sulle aziende, che si vedono private di una bella fetta di liquidità.

La battaglia, dunque, è solo all’inizio, ma dovrà tenere conto del fatto che imprese e sindacati sono contrari: l’argomento è della massima importanza, considerando che il giro di liquidità stimato è di 22-23 miliardi di euro l’anno.

Insomma, la conclusione è sempre la stessa: aziende e lavoratori “pagano” per un sistema che non funziona, quando a pagare dovrebbero essere i privilegiati, cioè chi gode di pensioni e vitalizi a fronte di esigui versamenti contributivi.


 


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Commenti
23 Apr 2016 Paolo Palermo

Sono della classe del 70, e come ho sempre immaginato, che per me la pensione sarà un’utopia, la cosa è, che il governo non è in grado di garantire i diritti dei cittadini, io pago i contributi, io voglio la pensione, questa è la domanda che ci poniamo, ma la cosa da fare è, non versare più nulla, accontentiamoci della sociale, e chiediamo che ci vengono liquidate i contributi già versati. Ho tentato una volta a fare questo tipo di ricorso, ma non è stato possibile, ritornerò a fare nuovamente ricorso, voglio quello già versato, l’obbligo di versare o lasciare il TFR, mi suona alquanto dittatoriale, siamo in uno stato democratico ” forse”, e ognuno deve essere libero di volere o non la pensione.

 
16 Ago 2016 Cremasco Franca

È il sindacato dov’è?

 
19 Ago 2016 Antonietta Gentile

Mi dispiace che giovani che sono nati negli anni 70 si siano “sempre immaginati” che la loro pensione sia “un utopia” vedo che la forza della propaganda mediatica è più potente della memoria di un individuo mediamente acculturato. Se la giovane Franca Cremasco facesse uno sforzo troverà che prima del 2002 motivazioni per considerare la pensione un “peso” per l’economia di uno Stato non ne esistevano. … E questo, non perchè i contributo versati fossero all’altezza e bastassero a creare un assegno pensionistico adeguato, ma per il solo ed unico motivo che il DEBITO PUBBLICO non era un problema in uno Stato a sovranità monetaria, cioè con la possibilità di coprire le passività del sistema Welfare cioè sanità e previdenza ( pensioni d’uinvalidità, di vecchiaia, cassa integrazione sistema sanitario gratuito) Ora invece queste cose la propaganda li chiama “privilegi” e i figli degli anni 70′ hanno perso la memoria e perciò anche la bussola… Svegliatevi e studiate (storia e MMT) forse ricomincerete a sognare la realtà