Il dis-orientamento giurisprudenziale italiano
Editoriali
23 Apr 2016
 
L'autore
Mauro Finiguerra
 


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Il dis-orientamento giurisprudenziale italiano

Le sentenze della Corte di Cassazione, della Corte Costituzionale e della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, il significato giuridico e politico.

 

L’ordinamento giuridico italiano è già complesso di per sé grazie alle circa 150.000 leggi emanate da quando è stata approvata la Costituzione nel 1948.

 

A complicare la vicenda intervengono oggi alcuni fatti, esterni ed interni, che condizionano l’esistenza stessa del sistema giuridico domestico.

 

Da una parte il diritto comunitario o dell’UE (il Trattato di Funzionamento dell’UE e la Carta dei Diritti Fondamentali, in primis), assunti a fonti del diritto ed applicabili anche all’interno del nostro sistema, operano per il riconoscimento di principi fondamentali di carattere generale che sono alla base di ogni Stato di diritto.

 

Dall’altra parte le sentenze della Corte di Giustizia dell’UE non solo interpretano il diritto con efficacia giuridica, ma trascinano, lentamente e inesorabilmente, il nostro ordinamento verso quello europeo e sovranazionale.

 

Internamente al nostro ordinamento si agitano inoltre fantasmi che portano spesso le Corti italiane, quella di Cassazione in primo luogo, a interpretare, modificandole, le norme emanate dal legislatore e, d’altro lato, il legislatore, spesso, ad emanare leggi che hanno come scopo specifico quello di ribaltare orientamenti giurisprudenziali emessi dalle Corti e dalle commissioni tributarie.

 

L’argomento è stato trattato recentemente da illustri redattori, quali il prof. Mario Cicala, già Presidente di sezione della Corte di Cassazione – sezione tributaria, ed il prof. Enrico De Mita, sulle pagine del Sole 24 ore.

 

A questo ginepraio già abbastanza intricato si aggiunge un ulteriore orientamento giurisprudenziale esposto dalla quasi totalità delle sentenze della Corte di Cassazione o della Corte Costituzionale, le quali, quando emettono sentenze di carattere collettivo-sociale, aventi la forza di mettere in gioco l’equilibrio finanziario dello Stato, tradiscono la natura giuridica della sentenza, che è quella di essere dichiarativa, dunque valida a partire sin dalla emanazione della norma di legge e specificano invece che l’interpretazione espressa nella sentenza stessa valga solo pro-futuro, a partire dalla data dell’avvenuto deposito di quest’ultima, facendo salvi, al limite, solo i diritti acquisiti da chi nel frattempo aveva proposto ricorsi contro la norma contestata.

 

Si possono citare alcuni esempi:

 

  • la sentenza che ha reso illegittima la tassa sulle società;
  • la sentenza della Corte di Giustizia dell’UE che ha salvato l’Irap dopo la sostituzione dell’avvocato generale della Commissione Europea che si occupava del caso;
  • la norma che riporta in vita le società cancellate dal registro delle imprese per cinque anni dalla data delle richiesta di cancellazione (le società zombies) ai soli fini di eventuali accertamenti tributari;
  • la sentenza di Cassazione che dispone la irretroattività della decorrenza della norma di cui sopra in aperto contrasto con la prassi ministeriale;
  • l’orientamento giurisprudenziale delle sentenze di Cassazione favorevoli all’A.F. in materia di accertamento ai fini delle imposte dirette sulle plusvalenze derivanti da cessione di aziende o da cessione di immobili, derivanti da precedenti avvisi di rettifica ai fini dell’imposta di registro;
  • la norma che prevede, al contrario di quanto sopra, che sia illegittimo ogni accertamento ai fini delle imposte dirette avendo come unica prova il valore rettificato ai fini dell’imposta di registro;
  • l’orientamento giurisprudenziale costante delle sentenze di Cassazione favorevoli alla applicazione della norma sui trasferimenti fra imprese correlate anche all’interno dello Stato italiano;
  • la legge che dichiara esplicitamente che l’interpretazione della norma sul transfer pricing non si applica qualora le imprese correlate siano stabilite in territorio italiano;
  • il recente orientamento giurisprudenziale costante a favore dell’Erario in materia di proibizione della falcidia dell’Iva in caso di procedure concorsuali o pre-concorsuali;
  • la recente sentenza della Corte di Giustizia dell’UE a favore della falcidia dell’Iva nelle dette procedure.

 

Di certo l’ordinamento giuridico e quello amministrativo dello Stato stanno attraversando un momento di grande difficoltà e di grandi tensioni.

 

La spinta politica e lobbistica sull’operato del legislatore conduce all’approvazione di leggi che spesso non sono chiare e comprensibili o che sono addirittura contraddittorie e precarie.

 

La giurisprudenza allo stesso tempo, spesso esprime orientamenti che interpretano le norme non tanto in funzione dei principi giuridici generali della ragionevolezza e della logicità, ma utilizzando come criteri applicativi le esigenze di cassa dell’amministrazione finanziaria ed il mantenimento degli equilibri finanziari dello Stato.

 

Su questo panorama si innesta inoltre la spinta della normativa e delle sentenze europee che operano in regime di “civil law” ma che costringono anche gli operatori e gli interpreti nazionali a seguire disposizioni che provengono da norme stabilite a livello europeo a volte confliggenti con norme dell’ordinamento domestico, applicando, in sentenza, i principi generali dell’ordinamento sovranazionale che sono, quasi sempre, di rango superiore a quello domestico.

 

Senza parlare delle norme di “soft law” derivanti dalle linee-guida e dalle procedure emanate dalle organizzazioni internazionali, quali l’OCSE e dal Commentario alle Convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni.

 

In questo momento di grande cambiamento occorre che tutti mantengano la barra a dritta e che ogni interprete ed anche il legislatore ricordino che vi sono principi generali comunemente accettati da tutti gli Stati di diritto che regolano e governano l’attività di produzione ed interpretazione della norma giuridica e che, ad esse, decidano di continuare ad attenersi, onde evitare una deriva giurisprudenziale e legislativa che finirebbe col danneggiare definitivamente il rapporto cittadino-istituzioni, compromettendo alla base la certezza del diritto.


 


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