Dire “Non sei imparziale” al vigile non è diffamazione
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25 Apr 2016
 
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Dire “Non sei imparziale” al vigile non è diffamazione

Non costituisce reato o illecito civile accusare di parzialità un pubblico ufficiale, come un vigile, un poliziotto, un notaio o qualsiasi altro titolare di pubblici poteri.

 

Rientra nel diritto di critica dire a un pubblico ufficiale “non sei imparziale”; pertanto non si può parlare, in questi casi, né di diffamazione né di ingiuria. Ingiuria che, peraltro, è stata recentemente depenalizzata e per la quale si rischia solo una sanzione civile (oltre, ovviamente, al risarcimento del danno alla vittima). Lo ha chiarito la Cassazione con una recente sentenza [1].

 

Si pensi al caso di un soggetto che, tornando verso la propria auto dopo una passeggiata e vedendo una multa attaccata al parabrezza, apostrofi il vigile di poca parzialità per non aver elevato la stessa contravvenzione anche a tutte le auto che, come la sua, erano in divieto di sosta.

 

Si pensi anche al caso – come effettivamente accaduto nel procedimento approdato alla Suprema Corte – di un debitore che apostrofi il notaio, delegato all’asta giudiziaria del proprio immobile, di “frettolosa sollecitudine” per aver accelerato la procedura rispetto ai tempi tecnici, così favorendo il creditore, e invii un esposto al Presidente del Tribunale e alla Procura della Repubblica.

 

È noto che non vi può essere reato quando si eserciti il proprio diritto di critica: esso consente giudizi o espressioni anche aspre sulle condotte dell’individuo destinatario delle espressioni, purché quest’ultime si riferiscano alle modalità di comportamento riferite alle circostanze a cui la critica si riferisce. L’importante – per non sconfinare nel reato – è non trascendere in attacchi a qualità o modi di essere della persona che esulino dalla vicenda concreta, di fatto arrivando a discreditare la persona (in questo caso, il pubblico ufficiale). In altre parole, bisogna valutare caso per caso, in base al comportamento tenuto dal soggetto.

 

Accusare di parzialità chi è incaricato di pubbliche funzioni, non costituisce condotta diffamatoria se il fatto è vero (nell’esempio di poc’anzi, il vigile che abbia multato una sola auto o il notaio che abbia favorito il creditore accelerando l’iter della procedura). Infatti, per integrare una condotta diffamatoria, occorre che il fatto lesivo dell’altrui reputazione sia assolutamente falso. Al contrario, perché si possa esercitare il diritto di critica, è necessario che il fatto descritto possieda un seppur minimo ma incontestabile tratto di verità storica.

 

Diverso sarebbe il discorso se con la frase volesse alludere a una connivenza speculativa del pubblico ufficiale con terze persone. Si tratterebbe allora solo di illazioni, frutto di supposizioni personali non dimostrabili e volte solo a infangare la reputazione dell’altra parte.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 24 novembre 2015 – 21 aprile 2016, n. 16679
Presidente Fumo – Relatore Fidanzia

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza emessa in data 28 marzo 2013 la Corte d’Appello di Napoli confermava la sentenza del Tribunale di Avellino dei 25 novembre 2009 con cui M. F., M. M. e M.F. sono stati condannati alla pena di € 600,00 di multa – pena sospesa – per aver in concorso tra di loro quali debitori esecutati, con esposto indirizzato al Presidente del Tribunale di Avellino, al Giudice dell’esecuzione immobiliare presso il Tribunale di Avellino, al Procuratore della Repubblica, all’Ordine degli avvocati ed al Presidente dell’associazione notarile, offeso l’onore ed il decoro di D.V.C., notaio delegato nella procedura esecutiva, assumendo che avrebbe avuto una condotta frettolosa e poco trasparente nella fissazione e nelle notifiche dell’asta dei beni di essi debitori.
2. Hanno proposto ricorso per cassazione gli imputati, con atto sottoscritto dal loro difensore, affidandolo ad un unico motivo.
Viene dedotta l’inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 595 comma primo e terzo, dell’art. 598 c.p.p e dell’art. 521 e 522 c.p.p. nonché contraddittorietà e manifesta illogicità della

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[1] Cass. sent. n. 16679/16 del 21.04.2016.

 

Autore immagine: Pixabay.com

 


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