Nullità del matrimonio anche per convivenze oltre i tre anni
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25 Apr 2016
 
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Nullità del matrimonio anche per convivenze oltre i tre anni

Anche dopo una lunga convivenza è possibile recepire la sentenza del tribunale ecclesiastico di annullamento del matrimonio.

 

Si può annullare il matrimonio anche dopo una convivenza lunga e se a chiederlo è solo uno dei due coniugi: è questo l’orientamento della Corte di Appello di Catania [1], che va contro la tesi affermata due anni fa dalle Sezioni Unite della Cassazione. Secondo infatti la Suprema Corte, la nullità del matrimonio, accertata dal tribunale ecclesiastico (comunemente detto Sacra Rota) può essere valida anche per la legge italiana (cosiddetta “delibazione”) solo se la convivenza non è durata più di tre anni. Una tesi, questa, che però non convince il giudice di secondo grado siciliano.

 

La novità della sentenza in commento è che spezza quello che, sino ad oggi, era sembrato un orientamento piuttosto costante: il giudice italiano – si legge nel provvedimento – ben può “delibare” la sentenza della Sacra Rota che dichiara la nullità del matrimonio (recependola, così, all’interno nel nostro ordinamento interno e dandole validità), anche se la durata della convivenza coniugale ha superato i tre anni e la richiesta è stata presentata da una sola parte, con l’altra in opposizione.

 

 

Il matrimonio cattolico

Secondo la chiesta cattolica, il matrimonio è indissolubile. L’unica causa di scioglimento del vincolo coniugale è la morte. Al limite, esso può essere sciolto da una sentenza della Sacra Rota che ne dichiari la nullità (quindi in presenza di specifiche cause come l’incapacità di almeno una delle parti o un vizio sostanziale nel consenso o nella forma). In tal caso, tutti gli effetti del matrimonio decadono fin dall’inizio, come se le nozze non fossero mai state contratte. Ma questa sentenza non è automaticamente efficace anche per la legge italiana (atteso che la Chiesa Cattolica è uno Stato differente dall’Italia): perché tale effetto abbia validità anche nel nostro ordinamento è infatti necessario un previo vaglio da parte della Corte di appello competente per territorio (cosiddetto giudizio di delibazione). Se quest’ultima ritiene di recepire la decisione di quello ecclesiastico perché non vi sono ragioni ostative, il matrimonio è nullo anche ai fini legali. Non solo: avendo la nullità effetto retroattivo, non possono essere avanzate richieste di risarcimento o di mantenimento da parte di uno dei due coniugi.

 

 

La durata della convivenza

Con una sentenza del 2014, la Cassazione ha affermato che se la convivenza dei coniugi successiva alle nozze è durata più di tre anni, la Corte di Appello non può dare la delibazione alla sentenza della Sacra Rota, per cui la nullità del matrimonio avrà effetto solo per l’ordinamento ecclesiastico e non per quello italiano. Ciò al fine di tutelare il coniuge più debole economicamente che, con la legge italiana sul divorzio, è più garantito per via della previsione dell’assegno di mantenimento. Infatti, la Corte d’appello, quando riconosce gli effetti civili una sentenza canonica di nullità, può riconoscere al coniuge con un reddito più basso (sempre che ne faccia richiesta) una somma a titolo di “provvisionale” che è di importo sicuro inferiore rispetto al trattamento per il coniuge più debole previsto dalla legge sul divorzio.

 

 

Le sentenze di Catania

Come si diceva in apertura, con due sentenze a distanza di un giorno l’una dall’altra, la Corte d’appello di Catania ha contraddetto l’interpretazione delle Sezioni unite, delibando nel nostro ordinamento una sentenza canonica dichiarativa della nullità del matrimonio in cui la convivenza è durata per un periodo superiore a tre anni.

 

Secondo la Corte siciliana – anche qui in contrasto con la Cassazione – si può procedere all’annullamento anche se le parti non sono concordi e, quindi, a richiesta di uno solo dei due coniugi.


[1] C. App. Catania, sent. dell’11.01.2016 e del 12.01.2016.

 


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