Separazione e addebito: le scuse non sono ammissione di responsabilità
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26 Apr 2016
 
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Separazione e addebito: le scuse non sono ammissione di responsabilità

La confessione contenuta in una lettera non è sufficiente ad imputare la responsabilità della fine del matrimonio al coniuge che la scrive.

 

La lettera con la quale il coniuge ammette i propri errori non basta per addebitargli la separazione: a dirlo è la Cassazione con una recente sentenza [1]. La Corte respinge così la richiesta di un uomo che aveva esibito al giudice alcune missive inviategli dalla ex moglie in cui la stessa faceva il “mea culpa” riconoscendo di aver tenuto un comportamento sbagliato.

 

A incidere sulla valutazione della confessione sono alcuni elementi fondamentali.

Innanzitutto bisogna valutare il tempo trascorso dall’invio della lettera al giudizio di separazione: tanto più è ampia la distanza, tanto meno valore avrà l’ammissione di responsabilità.

In secondo luogo bisogna valutare l’incidenza che hanno avuto i comportamenti confessati rispetto alla crisi della coppia: se, infatti, risulta che gli stessi non siano stati l’effettiva causa dell’intollerabilità della convivenza, allora nessuno valore potrà essere loro attribuito.

In terzo luogo, bisogna valutare le condotte confessate: è chiaro, infatti che l’ammissione di un tradimento ha un peso differente rispetto alle scuse per un comportamento sgarbato o poco comprensivo. È infatti necessario che dalla lettera risulti che il coniuge sia venuto meno ai fondamentali doveri del matrimonio.

 

La semplice autocritica, fatta in un contesto riservato e riferita ad una relazione come il matrimonio in cui “abitualmente il comportamento dei coniugi esprime luci ed ombre” e, quindi, è anche possibile – ed ammesso – il piccolo sbaglio, non ha alcun rilievo.

 

Ma se anche il coniuge che fa il “mea culpa” si assume la responsabilità della separazione, ciò non significa che il giudice debba prendere tali affermazioni per “oro colato” senza operare alcuna valutazione. Il tribunale è sempre chiamato a verificare il fondamento giuridico delle confessioni effettuate da una delle due parti fuori dal giudizio. Infatti, per costante giurisprudenza, nel giudizio di separazione tra coniugi, al fine di stabilire a chi dei due vada l’addebito, le ammissioni di una parte non possono assumere valore [2] di confessione in senso stretto, ma possono essere utilizzate – unitamente ad altri elementi probatori – quali indizi liberamente valutabili, sempre che esprimano non opinioni o giudizi o stati d’animo personali, ma fatti obiettivi, suscettibili, in quanto tali, di essere valutati giuridicamente come indice della violazione di specifici doveri coniugali [3].


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 18 gennaio – 22 aprile 2016, n. 8149
Presidente Dogliotti – Relatore Bisogni

Fatto e diritto

Rilevato che:
1. Il Tribunale di Perugia, con sentenza n. 760/12, ha dichiarato la separazione personale dei coniugi P.E. e Z.D. rigettando le altre domande proposte dalle parti (addebito della separazione e assegno di mantenimento) e compensando le spese processuali.
2. La Corte di appello di Perugia, pronunciando sull’appello del P. che ha insistito nella richiesta di addebito della separazione e nel riconoscimento del suo diritto a un assegno di mantenimento, ha confermato la decisione di primo grado, con sentenza n. 421/13, nella quale ha ribadito l’assenza di prove idonee a far ritenere fondate le sue domande.
3. Ricorre per cassazione P.E. affidandosi a tre motivi di impugnazione, configurati in aderenza ai precedenti motivi di appello e alle richieste istruttorie, come richiesta di accertamento della responsabilità della separazione a carico della Z. nonché delle condizioni di sproporzione reddituale e patrimoniale idonee a giustificare la sua richiesta di assegno di mantenimento.
4. Si difende con controricorso Z.D. .
5. Le parti depositano memorie difensive. Ritenuto che:
6. Con il primo motivo di ricorso si

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[1] Cass. sent. n. 8149/2016.

[2] Art. 2730 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 22786/2004.

  

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Commenti
26 Apr 2016 Paolo Palermo

E’ l’uomo paga, senza se e senza ma, o hai torto o hai ragione sei condannato a pagare. neanche ai tempi della schiavitù succedevano queste cose, se dovevano alleggerire il carico della nave buttavano a mare donne e uomini, oggi avrebbero buttato solo gli uomini, il Film di titanic , hanno salvato prima tutte le donne e bambini ” ovviamente” poi quegli inutili uomini, ci si deve riflettere, che ruolo ha l’uomo nella vita al di là di fare lo schiavo per la famiglia?